Nella settimana appena trascorsa siamo stati a raccontare la Versione di Misha a Noventa Vicentina, a metà strada fra Vicenza e Padova, fra i colli berici e quelli euganei. Una serata d’inverno di quelle belle fredde e nebbiose che offrivano alla vista un paesaggio magico, ovattato tutto intorno alla bella Villa Barbarigo (sede del Municipio e dimora di ben due Dogi di Venezia cinque secoli fa). Nonostante tutto la sala delle mostra del palazzo si è riempita di persone, che ci hanno donato il loro tempo e hanno voluto farci sentire fisicamente tutta la loro vicinanza e solidarietà umana.
Nel corso della serata abbiamo toccato un po’ tutti i punti su cui ci troviamo spesso a interloquire, oltre ad aver raccontato chi era Misha, dal rapporto genitori e figli, alla gestione del lutto all’emergenza educativa. Uno che ha visto grande interesse è stato quello legato all’utilizzo dei device digitali (smartphone, xbox, playstation, tablet) e dei social network.
Per ovvie ragioni di tempo non abbiamo potuto approfondire più di tanto la discussione. Come diciamo spesso all’inizio dei nostri incontri: noi non abbiamo soluzioni e risposte, ma solo testimonianza di un’esperienza di vita da raccontare.
Una serie di riflessioni nate dopo la serata mi hanno spinto a scrivere le righe che seguono.
Per secoli siamo stati considerati un popolo di poeti, santi e navigatori. Da qualche tempo potremmo aggiungere anche un altro aggettivo: siamo un popolo di solitari. Sembrerebbe quasi una contraddizione visto che ormai si stima che metà degli italiani sono attivi su Facebook e 25 milioni lo sono ogni giorno. Eppure nonostante tutta questa voglia di social i nostri connazionali sono sempre meno sociali. Chiusi in casa e lontani dagli amici. Insomma sempre più social e sempre meno sociali.
Secondo l’Istat un italiano su 3 non esce con gli amici neppure una volta a settimana, neanche nel weekend. Quasi una vita in solitudine, con poco tempo dedicato ai rapporti affettivi e sociali.
Emma Baumgartner, la direttrice del dipartimento di psicologia dei processi di sviluppo e socializzazione della Sapienza di Roma, in una recente intervista ha affermato:
“Abbiamo uno stile di vita frenetico con tempi del lavoro che entrano nell’organizzazione delle nostre giornate al punto di condizionarle. Con differenze da considerare sia per quanto riguarda l’età, per cui un anziano non autonomo difficilmente vede gli amici, sia per quanto riguarda i servizi offerti nelle nostre città. Le donne escono meno degli uomini: è vero. Ma come fa una mamma ad avere tempo per sé stessa se non ha nessuno che la aiuta nella gestione dei figli?».
E gli altri che cosa fanno? Sempre dal rapporto ISTAT 2 italiani su 3 incontrano gli amici nel tempo libero almeno una volta a settimana e di questi 1 su 5 li vede tutti i giorni. I ragazzi e le ragazze invece in un rapporto 9 su 10 escono con gli amici almeno una volta a settimana. Un dato è certo: con il crescere dell’età diminuisce il tempo libero dedicato ai rapporti con gli altri. Interessante poi scoprire, se si mappa la frequenza degli amici in base al territorio di residenza, scoprire che tre quarti di coloro che vivono al Sud si vedono ogni settimana con gli amici, mentre questa abitudine cala mano a mano che si va verso le regioni del Nord (meno di due terzi). Qui già immagino le reazioni dei miei amici meridionali che esulteranno e confermeranno i loro luoghi comuni sulla “freddezza” di noi cittadini settentrionali e viceversa gli altri avranno un motivo in più per dire che “qui abbiamo da lavorare, mica come quelli di giù che aspettano il reddito di nullafacenza.” Andando oltre le facili e superficiali battaglie di campanile.
Sapete quanti sono in Italia i nuclei familiari composti da una sola persona? Quasi 3 milioni, pari al 20% delle famiglie, con una crescita anno dopo anno continua. Che cosa significa tutto ciò? C’è una tendenza ad essere sempre più single o ci sono anche altre ragioni? Altre ricerche (InfoData del Sole24ore), partendo dai dati ISTAT hanno messo in relazione i dati demografici con gli indicatori economici e sociali.
Risultato? È la povertà che ci rende soli. Quelle persone che hanno un reddito inferiore al 60% del reddito medio nazionale, ovvero coloro che sono a rischio di povertà o di esclusione sociale, sono le stesse che manifestano problemi di solitudine. È noto che quando manca il denaro è più facile che le persone finiscano per ritrovarsi nella solitudine. Una piccola conferma empirica del detto secondo il quale i soldi non fanno la felicità? O, almeno, la socialità?
Il 13,2% degli italiani con più di 16 anni non ha una persona alla quale chiedere aiuto. Si tratta della percentuale più alta a livello europeo, dove la media è al 6%. Ancora, il 12% dei nostri connazionali non ha qualcuno con cui parlare e condividere i propri problemi personali, contro una media europea del 6,1%.
Insomma un italiano su otto si sente solo. Vuoi perché non può rivolgersi a nessuno per chiedere aiuto, vuoi perché non ha un amico o un familiare con cui parlare dei problemi più intimi. Una quota percentuale di solitudine doppia, rispetto a quella europea.
Il nostro Paese è il più “vecchio”, dopo la Germania, e ci offre un esempio più lampante nell’equazione: popolazione più anziana uguale popolazione più sola. C’è però un elemento che sembra invece correlare positivamente con la solitudine. Nel senso che, quando cresce il livello d’istruzione, riduce la quota di persone che si dichiarano sole. L’Italia lo sappiamo ha una percentuale di cittadini che hanno concluso l’università tra le più basse d’Europa e una di quelli che si dichiarano soli tra le più alte. Incrociando infine i dati anche con un indicatore relativo alla salute. Il risultato è questo: le persone che affermano di percepire il proprio stato di salute come cattivo non porta alcun cambiamento sul fronte della solitudine. Che sembra invece dipendere in negativo dalle condizioni economiche e in positivo dal titolo di studio. Quasi a dire che la povertà ci rende soli, ma la cultura no.
Pertanto dall’analisi dei numeri sembra emergere che il tema della solitudine non riguarda i più giovani. Ma siamo sicuri che sia così? Siamo certi che essere connessi continuamente e interagire attraverso i social sia un modo per non essere soli? Avere centinaia di amici su Facebook e poi non trovare nessuno che vuole uscire per andare a bere una birra o a mangiare una pizza è un dato di fatto. Così pure postare una foto su Instagram o un twitt che riceve soltanto 10 cuoricini quanto può essere frustrante per chi è convinto che la nuova frontiera professionale è fare l’influecer o lo Youtuber?
Oggi, sono esattamente 16 mesi (480 giorni) dalla scomparsa di Misha. Ho scritto questo post perché stamattina presto quando mi sono svegliato pensavo a lui e alla grande solitudine nel quale si era calato. Lui aveva poca vita social e poche relazioni sociali. Preferiva leggere libri (di carta), seguire le serie su Netflix, giocare con la Xbox. Quindi anche lui era sempre connesso, ma sempre più solo.
Forse questo è un tema che bisogna approfondire per capire se esiste un modo positivo per utilizzare pienamente le tecnologie e le reti sociali ed allo stesso tempo conquistare la felicità. Probabilmente come si decide di iniziare la dieta dopo il periodo delle feste natalizie, sarebbe opportuno talvolta pensare anche a un’altra “dieta”: quella dai social.
Proprio perché nella nostra natura di esseri umani è più utile essere sociali che social. Ci torneremo.
Sempre più connessi e sempre più soli Nella settimana appena trascorsa siamo stati a raccontare la Versione di Misha a Noventa Vicentina, a metà strada fra Vicenza e Padova, fra i colli berici e quelli euganei.