Pochi e carenti i consultori a quarant’anni dalla legge 194, di NADIA FERRIGO. La Stampa
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Diminuiscono i centri che si occupano di aborto, prevenzione e assistenza psicologica
Son passati quarant’anni esatti dall’approvazione della legge 194, che affidò ai consultori familiari la tutela sociale della maternità e dell’interruzione volontaria di gravidanza. Ma il numero delle strutture ideate per tutelare la salute della donna continua a essere ben lontano da quel che prevede la legge. Tolte le eccellenze, come Toscana, Veneto ed Emilia Romagna, i numeri invece di aumentare diminuiscono, soprattutto nel Sud Italia. La legge infatti prevede una struttura ogni 20 mila abitanti, ma come si legge nell’ultima Relazione annuale del ministero della Salute sulla 194 il rapporto si ferma allo 0,6.
Non solo. Oltre a non aumentare, i consultori registrano una carenza d’organico ormai strutturale, come denunciato da ultimo in Liguria, dove in questi giorni Regione e opposizione si scontrano sul destino dei consultori pubblici. Il Pd rivendica la volontà di mantenere «un servizio multidisciplinare e universale» e bolla come «smembramento» l’idea di suddividere i dipartimenti di salute mentale, igiene e pubblica e materno infantile, chiedendo di sbloccare il turn over e aumentare il personale.
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I consultori non sono nati per occuparsi solo di aborto e contraccezione, ma per programmi di prevenzione, corsi di educazione sessuale, assistenza psicologica. Sono otto le figure professionali previste per legge, ma nell’ultimo – e parecchio datato – monitoraggio del ministero della Salute solo il 4% delle strutture garantiva la compresenza delle diverse figure professionali.
Non tutte le Regioni hanno fornito di anno in anno i dati utili a capire non solo quanti centri pubblici esistono, ma anche di che cosa si occupano. Ecco perché nelle ultime settimane l’Istituto superiore della Sanità ha deciso di condurre una nuova indagine, sia per censire il numero delle strutture pubbliche che per capire quante ancora soddisfano i criteri di universalità, accessibilità e multi-disciplinarietà previsti dalla legge. «Il primo problema dei consultori è che non fanno profitto. Lavorare sulla prevenzione non dà risultati registrabili, quindi è più semplice tagliare. Ma tra i compiti dell’Asl, non c’è per esempio la prevenzione – commenta Marta Cotta, portavoce del movimento Non una di meno, oggi e sabato in piazza in diverse città italiane per chiedere la piena applicazione della legge 194 -. Nelle scuole non si parla di sessualità, non si capisce a chi le giovani dovrebbero rivolgersi. Ma nove ragazzi su dieci dei consultori non hanno nemmeno mai sentito parlare».
«I consultori familiari sono nati come luoghi di aggregazione per le donne e per le famiglie, con il compito di coinvolgere e informare la popolazione – commenta Alessandra Kustermann da trent’anni in prima linea per la difesa delle donne, primario della Mangiagalli e a capo di due consultori milanesi -. Ma nel tempo hanno perso questo ruolo, da lì dobbiamo ripartire, adeguandoci al mondo che è cambiato. I ragazzi cercano risposte sui social? Allora siamo noi a doverci spostare, a raggiungerli là dove stanno. Solo così possiamo recuperare la nostra funzione sociale. Nove su ragazzi su dieci non sono mai entrati in un consultorio, è un dato che fa spavento». In Lombardia nel 2005 gli enti privati che fornivano sostegno alle famiglie (e alle donne) erano 44, nel 2017 100. I pubblici, invece, tredici anni fa erano 178, oggi 141.
Anche i numeri dei medici obiettori – 60% al Nord, oltre 80% al Sud – continuano a preoccupare, con i diritti della donna si scontrano con un’applicazione a macchia di leopardo della legge. I numeri delle interruzioni di gravidanza crollano, mentre aumentano quelli della pillola del giorno dopo, con un aumento vertiginoso soprattutto tra le giovanissime. Dal 2009 è possibile interrompere la gravidanza indesiderata con il metodo farmacologico, la cosiddetta RU486. In Italia è usata solo nel 15% dei casi, in Francia nel 57%, nel Regno Unito del 60%, in Svezia del 90%. «Come previsto dalla 194, bisogna regolamentare l’obiezione di coscienza e favorire la pillola al posto della chirurgia – commenta Filomena Gallo, portavoce dell’Associazione Luca Coscioni -. Questo consentirebbe di risparmiare risorse da investire in consultori e nella promozione di una corretta informazione per tutti».
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