Nella prima battaglia dell’Isonzo morirono 15 mila uomini [22 giugno – 7 luglio 1915]*. Nella seconda [18 luglio – 3 agosto 1915]*, 42 mila, tra cui centinaia di ufficiali, che ancora guidavano le cariche con la sciabola in pugno. I comandi intermedi cominciarono ad alterare le statistiche. Il generale Reisoli della II Armata ordinò che le perdite non venissero riferite alle autorità superiori, «a meno che non fosse assolutamente necessario».
I giornali si adeguano. Gli italiani intuiscono la gravità di quel che accade quando vedono nelle stazioni treni carichi di feriti. Ma è solo a Natale, quando molti tornano a casa in licenza e possono raccontare liberamente quel che la censura cancella dalle loro lettere, che l’Italia capisce le dimensioni della strage. La risposta è la legge marziale, la repressione.
Un artigliere ventunenne di Viterbo è condannato a 22 mesi di carcere per aver detto a suo padre di riferire alla gente che la guerra è ingiusta, perché «voluta da una minoranza di uomini. Chi fa la guerra è il popolo, i lavoratori, loro che hanno le mani callose sono questi che muoiono». Nella sentenza il tribunale militare precisa che è reato definire ingiusta una guerra «voluta con unanime consenso da tutta la nazione». Un civile viene sorpreso a cantare una canzone di trincea: «Il general Cadorna ha scritto alla regina / se vuoi veder Trieste te la mando in cartolina». Sei mesi di reclusione.
* Nota mia: Nella terza battaglia dell'Isonzo [18 ottobre e 4 novembre 1915] i morti italiani furono 11 mila; nella quarta, [10 novembre–2 dicembre 1915], 7 mila cinquecento.
A. Cazzullo, La guerra dei nostri nonni, Milano, Mondadori, 2014