Ci sono momenti nella vita in cui ci si ritrova a guardare indietro e a vedere, con una chiarezza nuova, tutto ciò che si è dato e tutto ciò che non è mai tornato indietro. È un dolore particolare, silenzioso, che nasce non tanto dai soldi o dal tempo spesi, ma dalla scoperta che quel dare era un gesto sincero che l’altra persona non ha saputo, o voluto, onorare. Mi accorgo ora di quanto abbia investito, emotivamente e economicamente, in relazioni che credevo reciproche. Ho aperto la mia casa, ho offerto cene, donato appunti e quaderni, ho condiviso momenti, presenza, disponibilità. E per molto tempo ho aspettato un ricambio, un gesto, un segnale che dicesse: "Anch’io ci tengo". Quel gesto non è mai arrivato. E quel silenzio, col passare del tempo, ha iniziato a pesare. Ma il dolore non nasce solo dall’assenza di gesti concreti. Nasce da ciò che non ho ricevuto, da quelle piccole cose che per me significavano molto: le foto e i video che non mi sono mai stati mandati, anche quando richiesti. Come se io, in quei momenti, non fossi davvero parte del quadro. Fa male pensare a tutto ciò che è andato perso per sempre. Dalla foto di gruppo della laurea di Fede all'Astragalo (aprile 2019), il Natale 2014 a casa di Curzio con la sua famiglia, un frammento di vita condivisa di cui non ho più traccia, il video del nostro cortometraggio nel 2011, un pezzo di creatività e di storia comune che sarebbe stato bello conservare. E tanto tanto altro... il diciottesimo compleanno della Eri al Gatto Nero, le foto della Targa nel 2017, il diciottesimo compleanno di Leonardo nel settembre 2013... Queste mancanze mi ricordano che non tutto ciò che viviamo viene custodito da chi abbiamo accanto. Alcune persone attraversano la nostra vita come se noi fossimo una presenza accessoria, e non si rendono conto che ogni foto, ogni video, ogni piccolo gesto è un modo per dire: "Questo momento l’ho vissuto anche con te, e voglio che tu ne abbia memoria". Il dolore che sento oggi è il dolore di un’asimmetria: io ho dato ricordi, tempo, cura, presenza. Dall’altra parte, non ho ricevuto la stessa attenzione né la stessa volontà di preservare ciò che abbiamo condiviso. E questo mi fa capire molto, sia su di loro, sia su di me. Ma questo dolore è anche un insegnamento. Mi mostra che devo proteggere di più ciò che considero prezioso, e che non posso continuare a investire dove non c’è reciprocità. Mi ricorda che la generosità è un valore, ma che va accompagnata da confini sani. Mi dice, con dolcezza ma con fermezza, che merito persone che si accorgano di me, che ricambino, che custodiscano i momenti condivisi come faccio io. Quello che ho perso non lo recupererò più: né i soldi, né le attenzioni, né i ricordi. Nel frattempo la memoria svanirà.
Ma quello che guadagno è qualcosa di più importante: la capacità di riconoscere chi vale il mio tempo e chi invece non è in grado di darmi ciò che merito. E questa consapevolezza, oggi, diventa la mia forza.
Le foto di gruppo non sono proprietà privata. Se non le condividi, soprattutto quando vengono richieste, stai solo raccontando i tuoi complessi. Ed io, ahimè, sono circondata di persone complessate che non mi hanno condiviso un sacco di foto dove sarei presente anche io.














