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♠️_Dopo un rosso corposo, i discorsi sui nostri corpi vengono meglio. Legano le lingue al punto giusto...
Pranzo 🖤🌹
Sono quel tipo di ragazzo che sa amare nello stile degli anni '90: quando ci si guardava negli occhi più che sullo schermo, quando un “ti amo” aveva un peso vero. Amo i messaggi sinceri, attenzioni costanti e uno sguardo che vale più di mille emoji. Niente giochi, niente silenzi forzati. Solo presenza, cuore e rispetto. Un amore fatto di pazienza, di intensità e dedizione, di chiamate interminabili e piccoli gesti che valgono tutto. con il coraggio di metterci il cuore anche quando fa paura. Amo corteggiare con eleganza, stuzzicare con dolcezza e regalare fiori, perché credo ancora nei gesti semplici ma carichi di significato. Perché per me, l’amore vero non passa mai di moda.
Sono più che felice di rispondere agli utenti maschilisti e misogini che vengono a cianciare sul mio profilo: sono consapevole di rappresentare (salvo la loro amatissima madre piagnona) - l'unico "contatto" femminile che hanno durante una giornata - a parte gli innumerevoli rifiuti che si beccano dalle donne che corteggiano, una volta che si accorgono come sono veramente fatti (fatti male!) e la totale indifferenza o disgusto da parte dalle colleghe donne sul lavoro e pure a scuola.
POESIE IN PROGRESS
Capirei se fosse solo silenzio per chi ha l’anima intensa in quell’incrocio naturale della luna ad accogliere ogni coincidenza Sentirei la pioggia fragorosa nel suo tintinnare sulla mia pelle sottile e lo sguardo che non possiamo possedere per regalarti cose che non si comprano Ascolterei il vento nella sua amputazione a sconvolgere l’ordine naturale per trattenere il respiro e fermare il tempo ascoltare e rispondere all’indifferenza come un cono del sole sulla terra arida Scaverei solchi nel cuore che per riempirli rimanga il segno a scivolare lentamente nel brivido del giorno per sedurre la tua mente e corteggiare i pensieri con quell’orecchio che non sente e ignora lo sconcerto nell’armonia delle tue labbra Ti ruberei il colore di quel bacio come neve leggera nel suo manto ad inseguire un aquilone in un angolo di cielo per sentire il canto festoso della tua risata a sottrarre e togliere ogni spina del dolore Amerei la libertà di sorprenderci chiusi i ricordi dentro una valigia mentre gira a vuoto la ruota panoramica e ci incrociamo sul vecchio pontile guardando il mare.
“ Le foglie si stavano già diradando. "L'autunno, l'autunno è vicino," dicevamo scuotendo la testa. All'improvviso trillò un campanello, e su un tendone, alle cui porte gridavano "correte a vedere" si accese una scritta di luci colorate: Fotografia animata. Per entrarci ci volevano dei biglietti a parte, ci consultammo e li comprammo. Dentro c'erano delle sedie, di fronte vi era appesa una tela, e quando tutti si furono seduti la luce si spense, il pianoforte e il violino presero a suonare, e noi vedemmo Giuditta e Oloferne, dramma storico a colori. Colpiti, ci guardammo. Le persone dipinte sul quadro si muovevano e i rami degli alberi disegnati si muovevano pure loro. Al mattino, mentre mi accingevo a scrivere a Serge di Giuditta, Evgenija entrò e mi diede un biglietto arrotolato a forma di tubicino. "Vi è piaciuta la fotografia viva?" mi scrivevano. "Ero seduta dietro di voi. Permettetemi di fare la vostra conoscenza. S." La compositrice di questa lettera attendeva una risposta seduta sulla panchina davanti a casa, e quando uscii dal portone si alzò. "Sono Stefanija Grikjupel'," sì presentò, e facemmo quattro passi. Ammirammo la ciambella di rame sulla porta della panetteria e la chiesa di zucchero. "Il mio amico Serge è partito per Jalta," raccontai, "invece Andrej Kondrat'ev è in colonia. Potrei starci anch'io per un po', ma Andrej non mi va molto a genio perché vuole sempre dire la sua su tutto." Venne fuori che anche Stefanija Grikjupel' stava per cominciare la scuola, e aveva una paura tremenda che fosse difficile: i numeri arabi, comporre composizioni. Contenti l'uno dell'altro ci separammo. Avvicinandomi al mio cancelletto vidi un funerale: portatori di fiaccole in grossi sai bianchi, carri con la cupola decorata da una corona, dietro il carro la vedova. Vasja Strižkin le dava il braccio. Quando maman tornò, mi presi una bella sgridata. Mi proibì gli incontri con Stefanija e la definì una corruttrice. La Čigil'deeva, che era venuta a sentire, prese le mie difese: "Ma è una cosa così naturale," disse e si mise a pensare non so cosa. Sorridendo salì di sopra e mi portò Gentilezza per gentilezza. "Te lo regalo," mi disse. “
Leonid Dobyčin, La città di enne, traduzione e postfazione di Pia Pera, Feltrinelli (collana I Narratori), 1995¹; pp. 49-50.
[Edizione originale: Город Эн, Krasnaya Nov editore, Mosca, 1934]
Le donne si lasciano corteggiare solo da chi hanno già scelto