Il liberalismo occidentale è al suo tramonto? Ne parla Edward Luce nel suo ultimo libro
Edward Luce è un giornalista che collabora col “Financial Times”, oltre ad aver svolto in passato il compito di speech writer per l’Amministrazione Clinton. Einaudi ha da non molto pubblicato in Italia il suo ultimo libro, dal titolo significativo “Il tramonto del liberalismo occidentale”, in cui l’autore delinea un affresco globale per spiegare il declino della cultura politica della nostra parte di mondo uscita vincitrice da tutte le sfide che la storia le ha messo davanti, non ultima quella della lunga Guerra fredda.
Impossibile quindi non citare la nota tesi del politologo americano Francis Fukuyama, elaborata dopo il crollo del Muro di Berlino: la “fine della storia”, intesa però (è bene precisarlo) non come fine degli accadimenti storici in quanto tali ma come affermazione definitiva su scala globale della cultura liberaldemocratica, ormai rimasta senza alternative realistiche dal punto di vista ideale e ideologico.
Secondo Luce quella cultura sta attraversando un periodo di profonda crisi proprio nelle sue terre d’origine, tanto da parlare appunto di un suo “tramonto”, con una citazione spengleriana certamente non casuale.
Cosa ha determinato l’innesco di questo tramonto? L’economia, soprattutto. Prendendo a prestito le parole dell’autore, i numeri macroeconomici ci dicono questo:
Dal 1970, il reddito pro capite in Asia è quintuplicato. Perfino in Africa, dal punto di vista economico il continente coi risultati peggiori del mondo, è raddoppiato. Nel frattempo, in Occidente, il reddito medio negli ultimi cinquant'anni si è alzato a malapena.
Insomma, l’asse dello sviluppo economico globale si è spostato a Oriente, mentre la promessa di crescita inclusiva in Occidente si è rivelata agli occhi dei suoi cittadini semplicemente falsa. La globalizzazione ha permesso a miliardi di persone nel mondo di uscire da una condizione di povertà, ma ha contemporaneamente aperto forti contraddizioni nella società occidentale, aumentando i livelli di diseguaglianza tra i più ricchi e i più poveri, con in mezzo un ceto medio sempre meno solido e sempre più impoverito (dal libro: negli Stati Uniti “il gap salariale tra dirigenti e dipendenti è salito dalle 10 volte che era a fine anni settanta alle 400 di oggi”).
Non solo: a una crescita delle diseguaglianze si accompagna anche un declino della mobilità sociale, per cui, paradossalmente, “l’America è il luogo in cui è meno possibile realizzare il sogno americano”.
A questo si aggiungono altri fenomeni, come la quarta rivoluzione industriale con le sue conseguenze, il lavoro povero di competenze e quindi di salario, il distacco delle élites dal proprio territorio nazionale. Fenomeni che stanno alimentando l’altra cultura politica (se così si può chiamare) che sta lentamente scalzando il liberalismo dall’Occidente: il populismo, visto qui come risposta al distacco delle persone dalla politica, dalle élites e dalle istituzioni. Da qui derivano i fenomeni di Trump, della Brexit, della deriva autoritaria dei paesi est europei, del consenso montante e inquietante ai partiti di estrema destra come il “Fronte nazionale” in Francia.
Non funziona più quindi quella formula nota come il “Washington Consensus”: la teoria secondo la quale non si può dare sviluppo economico senza un parallelo ampliarsi della democrazia politica. La Cina, con la sua crescita e il ruolo imperiale attualmente esercitato, sta lì a dimostrarlo.
E la sinistra? In teoria starebbe a lei dare una risposta. Ma avendo elaborato la teoria di una “Terza Via”, formula apparentemente efficace rivelatasi poi del tutto vuota di contenuti, ha perso la capacità di rappresentanza di quello che era il suo popolo, poi identificatosi con le cause portate avanti da partiti populisti in grado quanto meno di individuare un “nemico” contro cui sfogare il proprio rancore: soprattutto, gli immigrati.
Per dirla con l’autore:
Gli stessi governi che stavano tagliando il welfare stavano anche permettendo agli ultimi arrivati di entrare nel sistema, e questo ha offeso il senso di giustizia delle persone. [...]
Gli studiosi lo chiamano “sciovinismo del benessere”. E’ stato solo dopo aver capito la sua importanza che la destra europea ha spiccato il volo.
Lo sguardo critico di Luce non è, insomma, ottimista. Riuscire nella quadratura del cerchio, nel tenere insieme cioè crescita e coesione sociale, dovrebbe essere il compito di una nuova sinistra globale capace di farsi carico delle ansie degli ultimi e della loro sfiducia progressiva verso le istituzioni.
La risposta sarà difficile, ma urgente: negli Stati Uniti Donald Trump non rispetterà le attese che i suoi elettori hanno manifestato scegliendolo come Presidente degli Stati Uniti, ma finirà per alimentare ulteriormente le loro ansie. Su scala globale, la crescita del populismo in Occidente si affiancherà al consolidarsi del potere di regimi autoritari come Russia e Cina; soltanto l’India sembra sottrarsi, pur con i suoi limiti, a questo schema.
Il libro di Luce è quindi un avvertimento accorato alle élites, ai valori e alle istituzioni dell’Occidente liberaldemocratico: se non interverremo in tempo, ci dice l’autore, ciò che seguirà il fallimento di Trump, e quindi dell’esperimento del “populismo di governo” potrebbe essere addirittura peggiore del suo predecessore.