1918 - 2018 : La Grande Guerra fra le pagine
Il 4 novembre è l’“anniversario della vittoria”. Una data lieta: la fine di un incubo che per quattro anni in Italia, e per quasi cinque sugli altri fronti, ha tenuto inchiodati nelle trincee milioni di uomini, facendo milioni di morti e decine di milioni di mutilati, di invalidi, di “scemi di guerra”. (Un’espressione che nel nostro Paese è diventata proverbiale, per indicare i molti che hanno perso il senno in seguito agli spaventi e allo stress della vita in trincea.)
E quest’anno è il centenario della fine della Grande Guerra, che vogliamo anche noi festeggiare suggerendovi la lettura, innanzitutto, di tre diari.
Diario di Guerra, di Carlo Milani, narra l'esperienza d'un giovane della piccola borghesia, cattolico fervente e quindi votato alla pace, che accettò e compì quello che considerava il suo dovere di soldato; Guerra del ‘15: due mesi di trincea raccontati da Giani Stuparich, un giovane, laureato a Firenze e collaboratore della «Voce», che affronta l'inferno della guerra, a fianco del fratello minore Carlo. il sorriso dell’obice, di Dario Malini, ci racconta Walter Giorelli, giovane pittore romano, scaraventato nell'immane carnaio della Prima guerra mondiale. Nelle lettere alla sua famiglia esprime entusiasmo per l’intervento, i periodi di addestramento e la vita al fronte. Giorno dopo giorno il disincanto del militare cresce: gli orrori della guerra di trincea sotto il martellare delle artiglierie nemiche, pur riferiti con ironia, irrompono sempre più nei suoi resoconti, finché per tenere viva la speranza non basta neppure l'arte, cui si applica disegnando i volti dei compagni. Nella sua appassionata testimonianza stupiscono l'ampiezza e l'originalità della riflessione, e la vibrante carica antimilitaristica, il cui valore ed il cui significato sono quanto mai attuali.
Un anno sull’altipiano, di Emilio Lussu, è ancora oggi una delle maggiori opere della nostra letteratura sulla Grande Guerra. L'Altipiano è quello di Asiago, l'anno quello dal giugno 1916 al luglio 1917. Un anno di continui assalti a trincee inespugnabili, di battaglie assurde volute da comandanti imbevuti di retorica patriottica e di vanità, di episodi spesso tragici e talvolta grotteschi, attraverso i quali la guerra viene rivelata nella sua dura realtà di "ozio e sangue", di "fango e cognac". Con uno stile asciutto e a tratti ironico Lussu mette in scena una spietata requisitoria contro l'orrore della guerra senza toni polemici, descrivendo con forza e autenticità i sentimenti dei soldati, i loro drammi, gli errori e le disumanità che avrebbero portato alla disfatta di Caporetto.
La vita soltanto è, per contro, la scelta di esordio letterario di Andrea Munari. Il libro è il frutto di un lungo lavoro di ricerca che l’autore ha compiuto nella sua regione, l’Emilia, basato su testimonianze di persone e documenti di vita familiare. L’opera è in parte autobiografica perché racconta la storia di una famiglia semplice, come la sua, che ha vissuto le vicende che hanno segnato la storia del ‘900.
Narrazione corale è, invece, quella de La grande guerra di Alessandro Di Virgilio e Davide Pascutti. La prima guerra mondiale fu infatti la prima grande esperienza collettiva del popolo italiano. Per la prima volta, nelle trincee, si ritrovano fianco a fianco giovani che parlano dialetti diversi. Le donne a casa sono costrette ad assumersi la responsabilità delle famiglie, mentre i bambini osservano i padri e i fratelli partire per il fronte. Il racconto è quello di un giovane fante dall'inferno della prima guerra mondiale e la storia, ambientata nei nostri giorni, quella del ritrovamento di un diario di guerra.
Due bei romanzi che ci riportano alle origini della prima guerra mondiale sono Presagio, di Andrea Molesini, ambientato nel luglio del 1914, dopo l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, e Il trio dell'arciduca di Hans Tuzzi, un giallo che ha per protagonista l’agente segreto Neron Vukitic. E’ un romanzo poliziesco anche il recentissimo Il secondo cavaliere, di Alex Beer, ambientato nella Vienna del 1919. Quella che solo pochi anni prima era la magnifica capitale di un grande impero è in rovina: miseria, fame, borsa nera, donne costrette a prostituirsi, migliaia di senzatetto, rifugi pieni di reduci di guerra, rabbia sociale, frustrazione per la disfatta e per il crollo dell'impero austro-ungarico.
Sono considerati classici l’Addio alle armi di Ernest Hemingway, scritto ispirandosi alle sue esperienze del 1918 sul fronte italiano, e Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque. Consigliato nelle scuole, immancabile lettura giovanile, materiale di base per numerosi film, questo libro fonda la memoria di quell’evento bellico soprattutto nell’aspetto del logoramento della vita di trincea e della banalità della morte. Meno fortunata della testimonianza di Remarque, ma non meno toccante, è quella di Gabriel Chevallier autore del romanzo-memoriale La Paura. Il grande coraggio di Chevallier sta proprio nel titolo che ha dato alla sua opera. Pubblicato nel ’30, La Paura racconta con grande ironia l’arruolamento e le vicende belliche di un alter ego dell’autore. Il linguaggio semplice e popolare, il punto di vista straniante, la cura dei particolari nella descrizione dello squallore, dell’orrore e della insensatezza del conflitto danno un’immagine antieroica e infamante della guerra stessa.
Altro grande romanzo che allaccia le sue radici alla tragedia del fronte occidentale è Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline . In realtà la guerra è per Céline solo l’inizio del viaggio. La storia parte dall’arruolamento, racconta anche qui la trincea, per poi spostarsi in Africa, in America e tornare a Parigi. Ma la disperazione dell’esperienza della guerra impronta di sé anche le vicende successive. Tutto è raccontato in uno stile tragicomico che fa uso di espressioni popolari, gergali e allusioni linguistiche difficilmente traducibili. Questo stile dissacrante è la nervatura di tutta l’opera. Uno humour nero la distingue da ogni altro memoir sul primo conflitto mondiale.
Ambientato sul fronte occidentale è pure Fuoco e sangue, in cui sottotenente della Wehrmacht Ernst Jünger rielabora i propri ricordi, prestando la propria voce all'io narrante e dando modo al lettore di ripercorrere quei tremendi istanti in tutta la loro drammatica fatalità.
Il sale della terra, infine, racconta una prima guerra mondiale la cui atrocità non consiste nelle scene di battaglia, nello spargimento di sangue e nella massa di cadaveri straziati, bensì nel lento e pianificato omicidio perpetrato sulle anime di migliaia di ignoti soldati. Tramite l'ironica sacralizzazione e la smitizzazione della guerra e dell'esercito austro-ungarico, il romanzo - unica opera letteraria in prosa di Józef Wittlin - offre uno spaccato stilisticamente raffinato e amaramente satirico della crisi della cultura europea nei primi decenni del Novecento.
Non vogliamo imbarcarci in un monologo contro la guerra, ma la Grande guerra mobilitò più di 18 milioni di uomini, coinvolgendo 32 Stati, e causando la morte circa 16 milioni di persone. Vennero usate nuove armi e la tecnologia rivelò il suo aspetto più cupo. Ciò che provarono quegli uomini in termini di cameratismo, paure, coraggio, esaltazioni, fatiche, smarrimenti, odio, amore, dolore, tristezza, lo ritroviamo fra queste pagine, e non può se non farci riflettere. Buona lettura!