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Imperfettamente umana e improvvisata
A volte penso che siamo tutti un po’ attrici e attori senza aver mai fatto provini.
Entriamo in scena a luci già accese, con il cuore che batte troppo forte e nessuno che ci abbia insegnato davvero come si fa.
Alcuni sembrano sicuri, perfetti nei movimenti, come se conoscessero la direzione fin dall’inizio.
Ma se ti avvicini abbastanza, sotto quella superficie liscia, senti lo stesso tremore.
Lo stesso che ho io.
Anche chi dice di non recitare, forse ha solo imparato a indossare meglio la propria maschera.
Non è più vero degli altri. Solo più abituato a restare in equilibrio.
Dentro, però, c’è la stessa confusione che ci attraversa tutte.
Nessuna è davvero arrivata.
Non esiste un punto in cui fermarsi e dire: adesso so, adesso sono in pace.
Ci raccontiamo che accadrà, prima o poi. Che arriverà un giorno limpido, perfetto.
Ma forse è solo un miraggio gentile, qualcosa che ci tiene in cammino quando la strada si fa buia.
La verità è più nuda.
Viviamo così: proviamo, sbagliamo, aggiustiamo, riproviamo.
Cadiamo. Ci rialziamo.
Con le ginocchia sbucciate e un silenzio nuovo dentro.
E mentre viviamo, raccontiamo.
Raccontiamo la vita come se potessimo davvero contenerla in una storia.
Inventiamo trame per dare ordine al caos, parole per non sentirci disperse.
Ma nel fondo lo sappiamo: ogni certezza è provvisoria.
Quello che oggi chiamiamo verità, domani sarà solo una pelle lasciata indietro.
Forse crescere è questo: accorgersene senza indurirsi.
Capire che non possiamo tenere tutto tra le mani.
Che la perfezione non esiste.
Che non siamo opere finite, ma creature in trasformazione.
È smettere di stringere.
Lasciare entrare aria.
Lasciare passare il vento.
E allora mi dico che essere umana è qui.
Nel non sapere sempre dove sto andando.
Nel cambiare idea, inciampare, ricominciare.
Nel guardarmi senza pretendere di essere intatta.
Accettare le mie crepe senza vergogna.
Perché è da lì che passa la luce.
Perché è lì che respiro ancora.
Non devo essere perfetta.
Devo solo esserci.
Viva, imperfetta, in movimento.
E forse basta questo.
Perché se davvero esistesse un giorno in cui tutto è risolto, finirebbe anche lo stupore.
Finirebbe la ricerca.
Quel disordine fertile che ci tiene sveglie dentro.
Siamo improvvisati, sì.
Ma non nel senso di finti.
Nel senso della musica suonata senza spartito.
Nel senso di chi ascolta il battito e si fida.
Qualcosa di vero nasce proprio lì:
tra una nota incerta e un respiro trattenuto.
Siamo umani, appunto.
Fragili abbastanza da sbagliare.
Ostinati abbastanza da ricominciare.
















