La ninnananna di Medea
Sento il mio nome, ma non mi somiglia,
sillabe vuote dentro una prigione.
Ogni sorriso è un’ombra che mi imbriglia,
pure l’amore pare un'illusione.
Alla nebbia ripenso, alla Colchide,
ai balsami odorosi sulla pelle.
Corinto mi disgusta, perché uccide
colei che vive prossima alle stelle.
Non notano del mondo il cigolio,
chiamano folle il mio sentire forte.
Il loro sguardo non è uguale al mio,
la dea busserà presto a queste porte.
Chiamano folle il mio sentire forte.
la dea busserà presto a queste porte.
Dormite, bimbi, il buio è ormai maturo,
nulla vi posso dire del futuro.
Persa mi sento, sola e senza volto,
tra mura bianche e genti indifferenti,
Il mio antico sapere ormai sepolto,
da giorni spenti e gesti inconcludenti.
Il sacro femminino è come estinto,
la dea negata, il cosmo senza veli.
L’animo piange ed il sorriso è finto,
niente, qui, che desìderi ed aneli.
Di notte traccio lugubri graffiti
cui un rito crudo ridarà la luce.
Il sangue può nutrire le radici
del frutto antico che realtà produce.
Chiamano folle il mio sentire forte.
la dea busserà presto a queste porte.
Dormite, bimbi, il buio è ormai maturo,
nulla vi posso dire del futuro.
Dormite, bimbi, il buio è ormai vicino,
nulla vi posso dire del destino.












