[Di intenzioni esplicite e di prese di posizione irreversibili.]
L’epilogo
Una fine è sempre in qualche modo tormentata. Non è necessario capire tutto. Nulla passa inosservato. Non è neanche propriamente inattesa. Ne avverti i sintomi prima: la tensione costante, la rigidità, l’inferno di pulsioni elementari, la mancanza di dialogo. Solo che li sottovaluti fin quando non senti chiaramente che non ci sono altre possibilità da sfruttare, che tutto è diventato irreversibile. Tutto quello che rimane sembra essere un lungo piano-sequenza immortalato da una videocamera ondeggiante. La prova di resistenza si è conclusa nel peggiore dei modi.
È doloroso vedere il luogo che chiamavi casa disabitato e svuotato. Traslochi disillusa da un paesaggio all'altro con un balzo di una velocità stupefacente. Ritorni dagli abbagli alla realtà e ti ritrovi a fare i conti con la tua quotidianità ferita e amputata. Così, ti limiti a raccogliere ciò che ne è rimasto.
Ti sembra tutto così surreale che stenti a crederci ma non puoi sfuggire dalla coscienza lapidaria che ne porta alla luce tutti i risvolti. Conversi con te stessa. Ti abbandoni al flusso dei pensieri. Scavi nella matassa dei tuoi sentimenti. Ti interroghi sul cambiamento. Non ti limiti ad assistere stupefatta alla fine con il peso dell’angoscia nel cuore ma provi a ricostruirne con dovizia di particolari il climax pur nel suo ritmo serrato e indecifrabile.
La fine è sempre ascrivibile a un errore o a un comportamento evitabile?
Forse bisognerebbe semplicemente prendere consapevolezza di quanto tutto sia mutevole, perfino quel sentimento che credevi immutabile, coglierne la verità oggettiva, senza per forza dover cercare uno o più pezzi difettosi e giustificarne l’usura.
Una storia dovrebbe essere una narrazione di due vite che si compenetrano sulle pagine in una scrittura uniforme, che rimangono volutamente impigliate tra i fogli alimentate dal desiderio, che si denudano vicendevolmente nelle parole, che risuonano d’amore in una continua ricerca di espressioni che ne arricchiscono la trama, che si lasciano rileggere con eccitazione continuamente rinnovata.
- Che cos'è che ha depredato la forza di quell'amore e che ha continuato a farlo giorno dopo giorno allora? Perché la scrittura è diventata arzigogolata arrivando ad un epilogo che manda simultaneamente in frantumi l’intero percorso di crescita? - ti chiedi.
Non ho una risposta, semmai un corollario di sentenze diverse. Probabilmente, non ne avrò mai solo una. Quello che ho imparato è che bisogna rivolgere uno sguardo su sé stessi prima che sull'altro. Forse, bisognerebbe capire che una fine può essere una valida guida per affrontare quel viaggio interiore nella nostra sofferenza che abbiamo da sempre rimandato e che è arrivato il momento di fare. Arrivare a una consapevolezza più ampia. Indagare le motivazioni dietro alle azioni e agli sbagli attraverso un mosaico di tasselli autobiografici. Svelare le reali pulsioni dietro alle solite interazioni quotidiane. Dialogare con il disagio. Non prendere per forza come scusa la natura mutevole e incostante dei comportamenti altrui.
Ho una sola certezza: fra le pieghe di qualsiasi argomentazione razionale si staglia sempre l’evoluzione del sentimento e il suo deterioramento.


















