Rinascere tra Ombre e Luce: Il Mio Viaggio nella Psichiatria e nella Psicoterapia
Non so da dove cominciare. Raccontare la depressione è come cercare di descrivere il sapore del buio: impossibile se non lo hai vissuto. Negli ultimi due anni, ho conosciuto entrambe le sue forme. La depressione da sovraccarico del pensiero che ti schiaccia con un peso insostenibile e quella classica che ti svuota fino a farti scomparire. Durante la mia ultima terapia farmacologica il pensiero di morire mi dava più sollievo. Per la prima volta nella mia vita l’immagine di un cappio non spaventava più; sembrava una via d’uscita, un modo per liberarmi della realtà di ciò che stavo attraversando. Ma, allo stesso tempo, era tutto incredibilmente reale anche quando il mondo intorno a me sembrava voltare lo sguardo, incapace o non disposto a riconoscerlo. Durante l’ultima terapia farmacologica, affrontare il lavoro era diventato una sfida insormontabile. La mia mente sembrava avvolta in una nebbia densa, dove persino i compiti più semplici si trasformavano in scalate infinite. Mi sentivo estraneo alla mia stessa vita, come se qualcuno me l’avesse strappata via senza motivo, lasciando dietro di me solo le macerie di ciò che avevo costruito. Ogni traguardo, ogni successo del passato, sembrava svanire, privo di qualsiasi significato. Non contava più niente. Era come osservare il crollo di un castello di sabbia sotto una marea inarrestabile.
In Italia, il peso dello stigma legato alla malattia mentale è ancora soffocante. Bastava menzionare il nome dell’ultimo farmaco che assumevo per vedere le espressioni cambiare. Una rapida ricerca su Internet, e non ero più io: ero una diagnosi, un’etichetta, una casella in una lista di pregiudizi già scritti. Era devastante sentire quel giudizio silenzioso insinuarsi sotto la pelle, come un’ombra che non si staccava mai. Eppure, nonostante tutto, mi ritengo un privileggiato. Ho avuto accesso a un supporto che molti non riescono ad ottenere, e lungo il cammino ho tracciato un segno che vibra ancora con forza. Ho incontrato poche, ma preziose figure, capaci di guardare oltre le apparenze. Sono state loro a tendermi la mano, arrivando al momento giusto, guidandomi quando la luce sembrava un miraggio lontano e restituendomi un frammento di speranza.
Ero in psicoterapia e dissi allo psicologo di avere la sensazione che “se crollassi nessuno saprebbe aiutarmi” , mai ho immaginato che quel pensiero e quelle parole potessero portarmi ad un momento di rottura. I pensieri intrusivi erano diventati insostenibili, una tempesta che si era presa ogni angolo della mia mente. Ogni respiro era soffocante, il mio corpo teso come una corda pronta a spezzarsi. Ogni pensiero si incollava a un’emozione, tornando a tormentarmi in un ciclo senza fine. Non ce l’ho più fatta e sono andato in pronto soccorso con le mie ultime forze. Mentre aspettavo, dentro di me è successo qualcosa. I pensieri, sempre più rumorosi, hanno raggiunto un picco assordante, una vibrazione che ha continuato a crescere finché, all’improvviso, una liberazione esplosiva, che per un attimo mi ha lasciato senza fiato. Poi, il silenzio. Era un vuoto innaturale, quasi irreale, come se la mia mente si fosse improvvisamente spenta, incapace di sostenere altro nemmeno l’atto involontario di un respiro.
Quando mi hanno messo su una barella e sottoposto ad una TAC al cervello, il rumore dei macchinari rimbombava attorno a me, ma non lo sentivo davvero. Tutto ciò che restava era quel vuoto, una calma irreale che non dava sollievo. L’esame è stato fatto senza nemmeno spiegarmi il perché. Nessuno mi ha detto cosa stesse accadendo o se sarebbe andato tutto bene. Il mio sistema nervoso sembrava in lotta, come se stesse combattendo un nemico invisibile, senza tregua né direzione. Sono uscito da lì senza risposte, con la netta sensazione che qualcosa dentro di me si fosse rotto per sempre. Non sentivo più nulla, nemmeno il mio corpo, nemmeno le mie viscere. Ero vuoto, ma quella lotta che mi aveva portato lì continuava a pulsare sotto la superficie, come un’onda che non si arresta mai.
Il giorno seguente mi trovavo nello studio di uno specialista privato, confuso. Il giorno successivo ero in un ambulatorio del servizio pubblico, di fronte a un altro specialista. Mi avevano messo davanti un foglio da firmare, ma nessuno si era preso il tempo di spiegarmi cosa contenesse. Con un sorriso, il medico mi chiese se volevo assumere le medicine. Lo guardai negli occhi, cercando un appiglio, qualcosa che mi desse speranza, e risposi con un cenno deciso: 'Sì, dottore, voglio stare bene.' A casa, erano i miei familiari a somministrarmi i farmaci, ignari, probabilmente, di ciò che stavo assumendo o degli effetti che avrebbero potuto avere. Non passò molto prima che quella sensazione di sedazione si impossessasse di me. Era come se un velo opaco calasse sulla mia mente e sul mio corpo. Sentivo la mia volontà scomparire lentamente, come sabbia che scivola via tra le dita. Ogni compressa che assumevo mi portava sempre più lontano da me stesso, cancellando sogni, desideri, persino pensieri. Ciò che ero, ciò che mi definiva, svaniva pezzo dopo pezzo, lasciandomi vuoto, un guscio privo di vita. Alla fine, non ce l’ho più fatta e interruppi bruscamente la terapia. Pensavo che sarebbe bastato smettere per riprendere il controllo, ma non potevo immaginare le conseguenze devastanti che sarebbero seguite. La mia mente iniziò a ribellarsi. I pensieri erano frammentati, veloci e incapaci di connettersi. Vivevo un’incessante discontinuità mentale, accompagnata da dispercezioni che rendevano il mondo intorno a me estraneo. Le notti si fecero interminabili: l’insonnia scavava in me un buco sempre più profondo. E poi c’era quella paura, crescente e opprimente, di non poter più tornare a essere chi ero, di non riuscire più a svolgere il mio lavoro di macchinista. Era come se il motore della mia mente si fosse inceppato, ma allo stesso tempo la forte ansia la rendeva infrenabile ed e io fossi rimasto intrappolato in un viaggio senza fine, senza direzione. Nel frattempo, ho continuato a vagare tra specialisti, entrando e uscendo da pronto soccorsi, passando da ambulatori pubblici a studi privati. Era diventato un percorso frammentato, fatto di attese e speranze che si sgretolavano. Arrivai a prendere fino a undici psicofarmaci diversi, ognuno con i suoi effetti collaterali devastanti. Uno aveva movimenti involontari, scatti improvvisi del corpo. Un altro portava con sé un rischio agghiacciante: il coma. Ogni “consiglio” farmacologico dello specialista sembrava aggiungere un peso in più al mio già fragile equilibrio, senza mai offrire una reale soluzione. Inoltre solo in questo momento ero riuscito a vedere cosa ci fosse scritto nel primo referto. Ogni nuovo incontro diventava una roulette russa, con specialisti che mi osservavano, elencando probabili diagnosi e terapie come se fosse tutto risolvibile con una pillola in più. Addirittura uno di questi insisteva nel dirmi che il Tavor serviva per una maggiore performance lavorativa. Eppure, tutto ciò che sentivo era un progressivo sgretolamento. Ogni farmaco sembrava portarmi più lontano da me stesso, ingarbugliando i miei pensieri e rendendomi incapace di distinguere il giusto dal necessario.
Un giorno, però, incontrai uno specialista diverso. Non aggiunse nuovi farmaci, ma iniziò a ridurre la terapia che stavo seguendo. Fu diretto, persino severo, ma in quelle parole c'era una chiarezza che non avevo mai trovato prima. Mi disse con forza da dietro la sua scrivania: 'DEVI TORNARE QUI. NON ANDARE DA NESSUN’ALTRA PARTE. DEVI TORNARE QUI DA ME!' Quelle parole riecheggiarono dentro di me, quasi come un comando, ancora oggi ne ho un forte ricordo. Ma in quel momento la mia mente era troppo annebbiata dalla confusione generata dai farmaci. Era come cercare di pensare con un velo pesante sulla coscienza, ogni ragionamento presentava il dover rinunciare a qualcosa, ogni decisione divenne incerta. In quel momento non riuscivo a capire se quel consiglio. E così, ancora una volta, mi ritrovai intrappolato in una spirale di indecisione e instabilità. Ero rimasto solo con i miei genitori anziani, migranti di prima generazione. Non sapevano leggere né scrivere e, con i loro occhi segnati dal tempo, vedevano soltanto il figlio consumarsi lentamente. Assistevano impotenti ai miei continui accessi al pronto soccorso e ai farmaci prescritti da specialisti che sembravano parlare una lingua a loro incomprensibile. Anche loro cercavano una soluzione nonostante la loro presenza fatta di sguardi preoccupati, ma priva di quella guida di cui avevo disperatamente bisogno. Mia sorella e mio fratello, nel tentativo insano di aiutarmi, avevano preso decisioni, partiti con un piede sbagliato, che non hanno fatto altro che aggiungere caos al caos. Io stesso, immerso nella confusione mentale e nel dolore, facevo fatica a ricostruire i pezzi di quelle azioni. Le mie richieste, già difficili da esprimere, venivano poco ascoltate, come se la mia voce si perdesse in un vuoto che nessuno voleva o riusciva a colmare. La sensazione che il mio malessere non venisse percepito, che non fosse davvero visto, è una ferita che porto ancora oggi. Senza un supporto familiare solido, la mia situazione si aggravava giorno dopo giorno, come una ferita che non smetteva di sanguinare. A peggiorare tutto c’era il mio medico di base, che non si era mai preso il tempo di visitarmi realmente. Quando un giorno gli chiesi: 'Chi ti ha chiamato per la malattia?', la sua risposta fu un semplice, disarmante: 'Non me lo ricordo.' Quelle parole mi colpirono come un colpo di freddo improvviso, gelandomi dentro. Non c’era stato alcun confronto, nessun interesse reale, solo una ricerca passiva di una via d’uscita dove, ancora una volta, io ero semplicemente il malato. Una casella da spuntare, un problema da delegare ad altri, mentre il peso del mio malessere continuava a schiacciarmi.
Successivamente, ho conosciuto uno specialista che prescriveva farmaci solo sotto la sua stretta osservazione, in un contesto di ricovero ospedaliero. Ormai, per me, era diventato essenziale tornare al lavoro, in un modo o nell’altro. Quel pensiero era l’unica ancora che mi teneva in piedi. Eppure, mentre cercavo di riprendermi, il mio stato ansioso-depressivo reattivo si trasformò lentamente in qualcosa di più complesso. Passai a una probabile psicosi affettiva, una diagnosi che sembrava schiacciarmi sotto il suo peso. Era come se il mio mondo interiore si fosse frantumato in frammenti ancora più piccoli, ognuno difficile da riconoscere o ricomporre con il mondo esterno. Non c’era più niente di me. Mi ritrovai in una realtà distorta, in cui il confine tra chi ero e ciò che provavo diventava sempre più difficile da distinguere. La mia vita di prima sembrava sgretolarsi davanti ai miei occhi. Ogni giorno sentivo pezzi di me crollare, e ogni tentativo di rimetterli insieme sembrava vano, come cercare di costruire un puzzle senza conoscere l’immagine finale o comunque l’avevo in mente ma non era ben definiti i pezzi necessari. Una direzione l’avevo ma mancava il sentiero e io mi sentivo frustrato, intrappolato in un ciclo fatto di rabbia per alcune azioni. Passando per l’SPDC, anche solo per un giorno, mi sono trovato di fronte a una realtà che difficilmente dimenticherò. Ho assistito a scene di contenzione, malati psichiatrici legati ai letti mentre veniva somministrato loro un farmaco progettato per stimolare il cervello a produrre serotonina, un tentativo di alleviare la loro sofferenza. Eppure, la vista di quei corpi trattenuti, privati della libertà di muoversi, sembrava raccontare una storia diversa: una lotta tra dolore e trattamento, tra cura e controllo. Quella scena, in quel giorno nonostante quello che io stesso stessi vivendo, mi ha spinto a riflettere. Siamo nel 2024, un’epoca in cui ci vantiamo di incredibili progressi nella scienza, nella tecnologia, nella medicina e nei diritti umani. Eppure, il paradosso è evidente: nonostante tutto questo avanzamento, conosciamo appena il 7% del nostro DNA. Praticamente quasi nulla. Questo pensiero mi colpisce ogni volta che ci penso, una sorta di eco che mi ricorda quanto ancora ignoriamo di noi stessi, della mente, della sofferenza umana. Siamo così avanzati, eppure così lontani dal comprendere come affrontare con certezza la sofferenza umana, se ci mancano ancora così tanta conoscenza?..
La sofferenza psichica è terribile, un peso che piega mente e corpo senza lasciare scampo. Ma c'è una cosa forse dovremmo davvero chiederci se, in fondo, potremmo essere felici anche senza quella cosa. Non è semplice, lo so, ma questa domanda ha un peso, perché a volte ciò che ci manca non è ciò di cui abbiamo davvero bisogno per stare bene. Durante l’ultima terapia, il vuoto dentro di me era totale. Non provavo più nulla, nemmeno fisicamente. Era come se il mio corpo fosse spento, insensibile al mondo esterno. Quando tornai al lavoro, il senso di disconnessione era opprimente. Mi addormentavo durante i turni, incapace di mantenere l’attenzione. Ogni attività era una sfida: i nessi associativi mi sfuggivano, e spesso mi trovavo senza motivazione, come un automa che si muoveva. Il senso di vergogna era forte!
Dopo tante terapie e una discontinuità psichiatrica ho incaricato una Psicologa Clinica. Fin dal primo incontro, la sua competenza si fece sentire come una presenza solida, quasi tangibile. Era come se avessi finalmente trovato una mano tesa nel buio. Il supporto psicologico che mi offrì divenne una delle ancore che mi tennero di nuovo a galla mentre affrontavo i problemi attuali. Per la prima volta, sentivo di avere qualcuno davanti a me che non solo mi ascoltava, ma sapeva come guardarmi. Seguendo le indicazioni dello specialista " i pazienti trattati con il *** se sospendono la terapia farmacologica prima dei 6 mesi potrebbero avere maggiori probabilità di ricadute" tra le altre cose dovetti rispiegare allo specialista che era vietato condurre un treno durante terapie farmacologiche eppure anch'essa era convinta che con un foglio scritto da parte sua si potesse fare. Dopo sei mesi iniziai a scalare la terapia in sicurezza sotto indicazione medica. Ogni piccola riduzione sembrava una liberazione, un passo in avanti verso me stesso. Fu allora che accadde qualcosa di straordinario: ricominciai a sognare. Una notte sognai di volare. Sentivo il vento sul viso, la leggerezza del corpo che si librava sopra un panorama infinito. Era una sensazione così viva, così reale, che al risveglio mi lasciò addosso un’emozione difficile da descrivere. Chi ha provato un sogno del genere sa di cosa parlo: non è solo un sogno, è un simbolo di forza e speranza. Più la mia attenzione migliorava, più il mondo intorno a me tornava a prendere forma. I colori sembravano più vividi, i suoni più definiti. Ogni giorno era un piccolo passo avanti, e con il tempo, sentii che stavo davvero tornando a vivere. Stavo meglio, e per la prima volta in tanto tempo, riuscivo a intravedere un futuro diverso.
Credo che in Italia ci sia una profonda lacuna negli studi sugli effetti avversi dei psicofarmaci. Altrove, come negli Stati Uniti, sembra esserci una maggiore attenzione, con ricerche più approfondite su questi temi. Qui, invece, la salute mentale è spesso relegata in secondo piano, sottovalutata, trattata con soluzioni temporanee come i bonus psicologici, che non sono che cerotti su ferite che man mano diventano profonde. Nelle scuole penso che se ne parli poco e male, lasciando le nuove generazioni senza strumenti per affrontare il disagio emotivo. Ricordo una conversazione con una persona che assume antidepressivi conosciuta in vacanza. Mi chiese, con un misto di stupore e curiosità: 'Tu sei stabile dopo tutto quello che hai passato?' La mia risposta fu chiara e semplice: la psicoterapia. Ho avuto la fortuna di incontrare una psicologa di grande competenza, una presenza costante che non solo mi ha accompagnato, ma continua a farlo nella mia crescita personale. È stata lei l’unica a credermi quando tutto sembrava muoversi in una sola direzione, l’unica a vedere una possibilità di luce in un momento in cui il buio era così fitto che un cappio sembrava una plausibile soluzione.
Sono tornato anche dall’unico specialista che, tempo prima, aveva ridotto la terapia farmacologica con grande attenzione. Ho richiesto di sottopormi a visite psichiatriche ripetute nell’ultimo anno. Alla fine, la diagnosi di psicosi affettiva, che per tanto tempo era stata un peso insostenibile, cominciò a sgretolarsi. Lo specialista, con parole cariche di significato, scrive nella sua relazione che quella diagnosi è improbabile, così come altre ed eventuali possibili malattie mentali future. Una relazione senza eguali, almeno per come l’ho vissuta io nel mondo della psichiatria. Quando lo specialista me l’ha consegnata, ricordo il suo gesto deciso, quasi liberatorio. Con un tono asciutto, ma non privo di una strana empatia, mi disse: 'Con questa ci fai quello che ti pare!!!' Rimasi fermo per un momento, stringendo quel foglio tra le mani, incapace di rispondere. Ancora oggi, a dire il vero, non so cosa farci. È lì, un documento che dovrebbe rappresentare qualcosa di definitivo, eppure per me è solo un simbolo. Un simbolo di tutto quello che ho passato, di ciò che sto cercando di ricostruire. Qualche settimana prima ho incaricato una psicologa forense di eseguire un test di personalità, consegnandole tutta la mia documentazione, spinto dalla speranza di recuperare la mia mansione. Mentre mi dirigevo verso il suo studio, riaffiorava un ricordo: ho già fatto questo test da bambino. Il test che mi ha proposto è il reattivo di Rorschach un test scientifico rappresentativo con un valore legale forense in cui la mia personalità sarebbe stata chiara limpida. Ma questa volta era diverso. Ci arrivavo con un bagaglio di speranza e con il peso dei miei 'perché'. Ogni comportamento, ogni scelta che ho fatto in questo periodo, meritava una spiegazione. È importante saper dare un senso a ogni azione che ho intrapreso. Dopo una sua domanda le dico del mio ricordo d’infanzia, la psicologa mi sorride. Non è un sorriso di circostanza, ma uno di quelli che infondono fiducia, che riescono a farti credere che non esistono casi nella vita. Quel sorriso accende in me una piccola scintilla di speranza. Ho scoperto dopo che quel test determina in casi come il mio se nonostante le difficoltà della vita un bambino con quella sofferenza sarebbe stato in grado di soddisfare le richieste della società. Ecco perché probabilmente quel sorriso. Il test conferma ciò che sento nel profondo: la mia personalità non è patologica e non ha mai avuto bisogno di psicofarmaci. Oggi, grazie a quel risultato, sento la mia personalità ancora più mia. Il soggetto ha una grande capacità di adattamento e una grande apertura al reattivo e alle sfide della vita che si mescola ad una riflessione che gli permette di prendere decisioni in modo ponderato ma l’autostima necessita di un potenziamento.
Mentre cercavo di affrontare un percorso frammentato e caotico, ho avuto la fortuna di conoscere lo studio legale Ranaldi, una squadra composta da ben 15 avvocati, ognuno con una competenza e una dedizione straordinaria. Per me sono andati oltre la professione, un vero e proprio scudo in questo periodo complesso. Ogni volta che mi rivolgevo a loro, sentivo di avere un'alleanza forte al mio fianco, pronta a proteggermi e a guidarmi verso una risoluzione adeguata. Con la loro esperienza e il loro supporto, sono riuscito a gestire situazioni che da solo non avrei mai saputo affrontare. Non posso che ringraziarli profondamente per tutto quello che hanno fatto per me totalmente senza spese.
Attualmente aspetto una certificazione pubblica che attesti la transitorietà della patologia e so che arriverà, ma intanto mi godo la psicoterapia con una psicologa straordinaria un fattore di costanza nella mia vita. Sono grato per le opportunità future che mi aspettano oltre il mio lavoro da macchinista, anche se credo che la possibilità di tornare, un giorno, a svolgere quella mansione rimarrà sempre aperta. Sono felice di aver sollevato il peso che questa vicenda aveva messo su Mamma e Papà. La mia continua evoluzione mi riempie di orgoglio: ho imparato tanto anche dalla psichiatria e dalla psicologia, ma soprattutto, ora vivo di nuovo il presente con armonia e pienezza. In questo nuovo “assetto”. Ho imparato che più cresci come persona, più si espande ciò che ti circonda, e con questa crescita aumenta anche il bisogno di equilibrio. Semplificare, allora, diventa una scelta consapevole, un atto di saggezza per mantenere armonia dentro e fuori di te. È così che va la vita!