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"I veri artisti sono quasi gli unici uomini che fanno il loro lavoro per il piacere di farlo.
Io non invento nulla. Io riscopro."
Auguste Rodin
Di colpo si è creata una tacita gerarchia dei mestieri. Vedendo un giardiniere, ad esempio, non si può più pensare semplicemente: “Quest’uomo ha scelto questo mestiere perché gli piace”. Per i giovani rappresenta una scelta che rimanda molto concretamente a un “orientamento”, ovvero a un fallimento in un determinato momento del percorso scolastico. Lo stesso vale per il muratore o il falegname: non conta che amino o meno il loro lavoro, la loro scelta professionale resta comunque, agli occhi della società, frutto di un insuccesso. Nella logica di questa selezione “naturale”, un infermiere è uno che “non era in grado di fare il medico”, perché ha perso la gara per arrivare in cima. In questa logica, degna di un allevamento industriale, gli inni alla “differenza” e alla “diversità”, rimarranno dichiarazioni vane e illusorie, alle quali, evidentemente, non crederà nessuno finché non verrà garantito il rispetto della diversità dei percorsi individuali. Questa realtà della selezione, o piuttosto dei “binari morti”, è quella in cui vive e pensa il giovane di oggi. È questo lo schema di riferimento del ragazzo che, a un certo punto, aggredisce la sua insegnante. L’insegnante, dal canto suo, ha ben interiorizzato questa dimensione, ma cerca allo stesso tempo di aiutarlo in un mondo in cui lei stessa non sempre si trova a suo agio. Gli schemi di riferimento del giovane e del professore corrispondono a due visioni della realtà che si sviluppano parallelamente, ciascuna per conto proprio, e che nel momento in cui si incontrano non possono che dar luogo a una catena di fraintendimenti reciproci e quindi inevitabilmente scontrarsi.
Miguel Benasayag, Gérard Schmit, L'epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, 2004 [Libro elettronico]
[ Edizione originale: Les Passions tristes. Souffrance psychique et crise sociale, La Découverte, 2003 ]
Mi si stringe il cuore quando mi capita di vedere, legato ad aspettare fuori da un supermercato, un social media manager.
Ho sempre sognato in grande: mentre le altre bambine volevano diventare ballerine, attrici, cantanti o parrucchiere, io facevo danza, ma volevo diventare psicologa, "così posso aiutare gli altri", dicevo. "Che bambina buona", mi rispondevano. Poi sono cresciuta, l'idea di diventare psicologa l'ho abbandonata non appena ho capito che per esserlo avrei dovuto studiare cose che non mi piacevano. Ho coltivato altri sogni: ho desiderato di essere un chirurgo, poi un oncologo, un architetto, una fotografa, una ristrutturatrice di interni, una cuoca o una pasticcera. Ho chiuso in un cassetto anche questi, lasciandone da parte solo uno, quello vero. Che poi non riesca a realizzarlo non importa e che non abbia la persona giusta accanto che mi dica di non mollare nemmeno. Per ogni "tanto non ci riesci" esiste un "e invece ce la farò" uguale e contrario.
Il venditori di pianeti
Il venditori di pianeti
Un mestiere curioso… oggi il pensiero ci andrebbe subito al certificato di proprietà – pagato a salatissimo prezzo – di una piccola stella a cui è stato dato il nostro nome, per intercessione della vile pecunia…
Agli inizi del Novecento, quando ancora le stelle ci si limitava a guardarle sperando di vederne una cadente che esaudisse i desideri, il mestiere di venditore di pianeti aveva una diversa accezione. Non era semplice, in quel periodo, sbarcare il lunario, e per sopravvivere occorreva una buona dose di inventiva e ai fiorentini “il genio” non è mai mancato, come ci insegnava il Perozzi: “Che cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione”.
Il venditore di pianeti aveva tutte queste doti.
Lui, il cielo, lo teneva ben stretto. E tutte le stelle erano lì, a portata di mano… o meglio, dentro una gabbietta, nella quale zompettava un pappagallino colorato e silenzioso che, consapevole o meno, aveva nel suo piccolo becco ricurvo uno strumento divinatorio, un trait d’union tra la terra e il cielo.
Il cancelletto della gabbietta si affacciava su un cassettino, lungo quanto la base della gabbia, nel quale erano stipati decine e decine di foglietti coloratissimi: i famosi “pianeti”, i pianeti della fortuna. Questi erano ordinati per età, sesso, nubili, celibi, sposati o vedovi. Ad ogni stato era assegnato un diverso colore. Il pappagallino, quando chiamato in causa, centrava col suo becco uno dei pianeti, determinando – di fatto – una predizione o, se vogliamo, un simil-oroscopo, solitamente di buon auspicio.
Il venditore poggiava la gabbia sul trespolo e aspettava la gente, spesso affiancato da un suonatore di fisarmonica, che attirava clienti. Radunatosi un gruppetto di curiosi, il venditore di pianeti sollecitava le richieste dei presenti: l’amore sta per giungere, diceva alle ragazze; la felicità sta per piovere sulla vostra casa, diceva rivolto agli uomini maturi, i figli vi daranno grandi soddisfazioni, diceva alle donne in età. E come una di queste si accostava, apriva il cancelletto della gabbietta, toccava il pappagallino con un dito e questi, a colpo sicuro, estraeva dal cassettino il pianeta giusto. La stessa cosa avveniva con le ragazze e i giovani e per gli uomini maturi: a ciascuno il suo foglietto colorato, a ciascuno la predizione felice, accompagnata da numeri del lotto e da una schedina della Sisal che promettevano un terno e un tredici.
Non mancavano i maliziosi, che sostenevano che c’era un trucco: il pappagallino indovinava il colore delle categorie di persone, dal numero delle carezze che il venditore di pianeti faceva con un dito sul suo collo.
Il venditore di pianeti con la sua gabbietta ed il suo pappagallino poteva essere considerato una specie di “mago buono”, in un periodo in cui le previsioni di maghi e fattucchiere, le formule e le pozioni miracolose, i riti propiziatori erano ancora piuttosto diffusi e creduti. Lo si trovava quasi sempre dove ci fosse una fiera e nei mercati, con una predilezione per il Mercato Centrale e per Piazza San Lorenzo, dove il via vai di gente era tale da consentirgli di sfamare la famiglia.
Era, in fondo, un mestiere romantico: bene o male siamo tutti alla ricerca del nostro futuro, basta che nessuno ci profetizzi che la sventura è in agguato. Un dolce inganno che non faceva male a nessuno, capace di donare un attimo di consolazione felice anche al cuore più angosciato.
Gabriella Bazzani Madonna delle Cerimonie
La crisi dei macellai in Germania: un mestiere tradizionale a un bivio
L’antico mestiere dei macellai in Germania sta attraversando una crisi profonda. Per la prima volta, il numero di aziende artigianali di macelleria è sceso sotto la soglia delle 10.000, con soli 9.872 esercizi attivi nel corso dell’ultimo anno, registrando un calo del 2,94% rispetto all’anno precedente. Questa tendenza riflette le numerose sfide che le macellerie tradizionali devono affrontare…