Il Mostro che mi Divora
Il dolore mi squarcia dall’interno. È un tormento senza volto, una presenza crudele che si insinua nelle mie viscere e mi strappa via la pelle dall’interno. Lo sento avanzare come centinaia di lame affilate, pronte a pugnalare ogni cosa lungo il loro cammino. Non si accontentano di ferire: rigirano, affondano, lacerano. È una tortura senza fine, un supplizio che non lascia tregua.
Mi stringo il ventre con entrambe le mani, le dita affondate nella pelle, come se potessi in qualche modo contenerlo, soffocarlo, impedirgli di devastarmi ancora. Ma non serve a nulla. Il mostro dentro di me non si placa. Continua a scavare senza pietà. È affamato, brama il mio dolore, si nutre della mia debolezza. Lo sento graffiare, scalciare, torcersi nel mio ventre come un essere vivo che non smette di reclamare il suo spazio. Ogni fitta è un colpo che mi attraversa tutta, come se il mio corpo fosse solo un involucro da distruggere e la mia anima qualcosa da calpestare.
La mia testa pulsa, ogni battito del cuore è un colpo che rimbomba nel cranio. Sento il mio respiro spezzarsi, affannarsi, ridursi a un rantolo soffocato che mi sfugge dalle labbra tremanti. Il dolore mi invade tutta, un’onda che si alza e si infrange su di me senza lasciarmi il tempo di riprendere fiato.
Non c’è nulla che possa placarlo. Nessuna borsa dell’acqua calda a sciogliere il gelo che mi paralizza. Nessuna voce a dirmi che passerà. Nessuna mano a stringere la mia, nessun abbraccio in cui rifugiarmi. Solo il silenzio. Solo il vuoto. Solo il suono del mio respiro rotto in una stanza che sembra troppo grande per contenermi, eppure troppo piccola per lasciarmi scappare.
Sono sola.
Sola con il mostro che mi divora da dentro.
Sola con la consapevolezza che, a forza di respingere chiunque cercasse di avvicinarsi, sono diventata io stessa un mostro. Ho costruito muri così alti attorno a me che nessuno può più oltrepassarli. Forse non voglio nemmeno che lo facciano. Forse è più facile così.
Perché cos’altro dovrei fare? Mostrare questa parte di me a qualcuno? Lasciare che vedano il disastro che sono? Che scoprano il mostro che si contorce sotto la mia pelle, che ascoltino le grida silenziose che soffoco ogni giorno?
No. Non posso. Non voglio.
Il dolore si intensifica, un’altra ondata feroce che mi colpisce in pieno petto. Un lamento mi sfugge dalle labbra. Mi accascio su un fianco, le gambe piegate, le mani ancora strette al ventre. Vorrei sprofondare in questo dolore, lasciarlo trascinarmi via, farmi inghiottire dal buio. Un altro spasmo mi piega in due. Un gemito mi sfugge, ma non c’è nessuno ad ascoltarlo. Nessuno a raccogliermi. Nessuno a salvarmi.
Ma il mio cuore batte ancora. Un battito sordo, ostinato.
Come se, nonostante tutto, qualcosa dentro di me si rifiutasse di cedere del tutto. E allora rimango qui, rannicchiata nel buio, con il fiato corto e la pelle madida di sudore, a domandarmi se questa sia la mia condanna, la mia battaglia da affrontare. Ma nonostante tutto, c’è ancora qualcosa dentro di me che si rifiuta di cedere.
Non è ancora finita. Forse il mostro non ha ancora finito di divorarmi.
In questa solitudine che mi avvolge, nella quiete innaturale di queste mura che sembrano stringersi attorno a me, capisco che non sono mai davvero sola.
C’è lui. Sempre lui.
Il mostro dentro di me non mi abbandona mai. È una presenza costante, un’ombra che si insinua sotto la mia pelle, che pulsa nelle mie viscere, che respira con me. È qui, sempre qui. Anche quando cerco di ignorarlo, anche quando provo a convincermi che forse, per un istante, il dolore si è assopito, lui torna. Torna a ricordarmi che esiste, che è parte di me, che non se ne andrà mai.
Lo sento muoversi nel mio corpo, insinuarsi nei miei organi come un veleno che scorre nelle vene. A volte è silenzioso, nascosto nelle pieghe della mia carne, nell’ombra dei miei pensieri. Altre volte urla, si contorce, mi lacera dall’interno come se volesse strappare via ogni frammento di me. Mi divora piano, con pazienza crudele, come se sapesse che il tempo è dalla sua parte.
“Non sei sola.”
Sembra sussurrarlo ogni volta che il dolore si fa più intenso, ogni volta che mi piega in due, che mi ruba il fiato. Come se fosse un conforto. Come se la sua presenza fosse qualcosa che dovrei accettare, a cui dovrei abituarmi.
“Io ci sono.”
E non posso negarlo. È vero. Lui c’è. È sempre qui.
L’unico di cui non vorrei mai la compagnia, eppure l’unico che non posso mandare via.
Ho una vita da condividere con lui. Un’esistenza intrecciata alla sua presenza, ai suoi graffi invisibili, alla sua voce muta che mi sussurra che non se ne andrà mai.
E allora mi chiedo: è lui a vivere dentro di me, o sono io a esistere dentro di lui?
E soprattutto… come potrei mai condividere la mia vita con qualcuno?
Come potrei permettere a qualcuno di avvicinarsi abbastanza da vedere il mostro che mi porto dentro? Da vedere il suo respiro aggrovigliato al mio, i suoi artigli affondati nella mia carne, la sua ombra mescolata alla mia?
Lui rovina la mia vita, ma potrebbe rovinare anche la loro.
Non sarebbe giusto. Non sarebbe umano.
Perché nessuno dovrebbe farsi carico di qualcosa di così oscuro, di così insopportabile. Nessuno dovrebbe essere costretto a camminare accanto a qualcuno che trascina dietro di sé un’ombra che divora tutto. Nessuno dovrebbe essere condannato a vedere la luce spegnersi nei miei occhi giorno dopo giorno, sentire il peso del mio corpo spezzato dal dolore, dover fingere che tutto possa andare bene, quando so che non è così.
L’amore non è questo. L’amore non può essere un fardello.
Io lo sono.
E per questo… non posso permettere a nessuno di amarmi.
Non posso chiedere a qualcuno di dividere con me qualcosa che nemmeno io riesco a sopportare.
Non posso essere il peso sulle spalle di qualcuno che merita la leggerezza. Nessuno merita di avermi come tale peso. Nessuno merita di essere trascinato a fondo con me. E allora forse è meglio così.
Meglio restare con il mostro che mi divora, con il dolore che mi consuma. Meglio tenere le distanze, proteggere gli altri da ciò che sono diventata.
Meglio che il mio mostro rimanga solo mio.
Meglio restare sola.. no.. non sola..
Con lui! Col mio mostro!
Mi guardo allo specchio, ma non ci sono occhi che mi guardano. C’è solo una faccia che non riconosco, deformata dalla paura, dalla vergogna. E in quella figura riflessa non c’è traccia di bellezza. Niente di ciò che potrebbe rassicurarmi. Solo contorni sfocati, tratti che non so più descrivere. Il mio corpo, la mia pelle, il mio essere... tutto sembra deformato.
Mi sento come quei mostri che leggiamo nelle storie, quelli che emergono dall’oscurità, quelli che ci spaventano nei sogni, nelle leggende, nei racconti da bambini. Quei mostri con occhi vuoti, mani enormi, un corpo che sembra distorcere la realtà, come se fosse stato creato solo per spaventare. Quelle creature che non hanno posto nel mondo della luce, che camminano solo nell’ombra, per divorarti se osassi avvicinarti troppo.
Io sono quel mostro, e lo so. C’è qualcosa dentro di me che si aggira nell’oscurità, qualcosa che non voglio vedere, ma che è impossibile da ignorare. La mia pelle è la mia prigione, una mappa di segni, di macchie rosse, come se il male stesso fosse impresso su di me. Segni che salgono da sotto l’ombelico, dal basso, fino al mio addome, dove si mescolano, si intrecciano, creando disegni grotteschi, qualcosa che non dovrei mai mostrare a nessuno. Eppure li guardo, li vedo brillare sulla mia pelle, quasi vivi. Sono vivi. Sembrano pulsare, come se si stessero alimentando della mia stessa paura, della mia stessa colpa.
Passo le mani su di loro, tracciando con le dita quelle linee rosse, quelle macchie che non se ne vanno mai, che non si possono nascondere. Le sento vivere sotto la mia pelle, come se stessero affiorando da qualche parte più profonda, dove nessuno può arrivare, dove nemmeno io posso andare a cercare una risposta. Eppure so che sono lì. So che sono sempre stati lì. I miei polpastrelli continuano a seguirne il complesso percorso, tortuoso, come lo è ciò che le ha creati.
In qualche modo, quei segni sono una riflessione di ciò che c'è dentro di me, come se fossi una creatura deformata dal dolore, dalla paura, da qualcosa che non riesco a controllare. Forse è così che sono. Forse sono un mostro che non sa come amare, che non è capace di dare e ricevere senza temere. Forse la mostruosità non è il corpo, ma l’anima, quella che non riesce a trovare la pace, quella che si agita nel buio, quella che si tormenta ogni giorno.
E mi chiedo, con un nodo alla gola, se si può essere un mostro solo perché non si è in grado di amare. Se la mia incapacità di lasciarmi andare, di fidarmi, di credere in qualcosa di buono, non sia proprio quella deformità che mi rende diversa, lontana, incapace di essere qualcosa che non sia un mostro agli occhi degli altri… e agli occhi miei.
Perché anche se cerco di convincermi che non è così, so che c’è qualcosa dentro di me che non posso più ignorare. E quel qualcosa non è solo paura. Non è solo il peso di una malattia che mi sta lentamente divorando. È la consapevolezza che forse non sono destinata a essere altro che questo. Un mostro. Una creatura che non è capace di essere amata, né di amare. Che non ha spazio in un mondo che premia la bellezza, la perfezione, la luce.
E allora mi chiedo, mentre continuo a passare le mani sulla mia pelle, se sia davvero così. Se davvero la mia mostruosità sia solo un riflesso di ciò che non sono riuscita a diventare. Se questa forma che mi porto dentro sia tutto ciò che mi è concesso.
Forse la mia bellezza è solo una maschera. Forse, sotto, c’è solo un mostro. Un mostro che si nasconde, che non sa come mostrarsi al mondo, che non sa come essere accettato, neanche da sé stesso.
Forse, il mio vero mostro sono io. E non c'è via di fuga.



















