Gotta love that part of socialist history during the Cold War where marxists couldn’t stop accidentally reinventing anarchism

seen from United Kingdom

seen from United States
seen from United Kingdom
seen from China
seen from United States
seen from Türkiye
seen from China
seen from Netherlands

seen from United States

seen from United States
seen from China
seen from Netherlands
seen from China
seen from China
seen from China

seen from France

seen from United States
seen from United States
seen from United States
seen from South Africa
Gotta love that part of socialist history during the Cold War where marxists couldn’t stop accidentally reinventing anarchism
“ Il capo reparto stava in fondo e si vedeva di rado. I pezzi arrivavano sui nastri trasportatori, contati e controllati; tanti pezzi all’ora. Dopo una settimana riuscivo a seguire il ritmo del lavoro e avevo tempo ogni tanto per alzare la testa. Alzare la testa come se potessi farlo contro i miei mali e le tristi congiure. Fuori l’inverno correva e si arrampicava su quelle querce, sopra i capannoni. La sera lo vedevo sul lago bianco e stretto. Fino a tutto gennaio neve non tanta ma sovente, ogni due o tre giorni, senza attaccare. La guardavo dalla fabbrica e capivo che era inutile e che non avrebbe resistito. Intanto continuavo il mio lavoro in mezzo agli altri, in silenzio, senza amicizie. Pinna non lo vedevo quasi piú e Gualatrone lo incontravo qualche volta alla mensa; ma era molto impegnato per l’amore e il partito. L’assistente sociale, dopo il trasferimento e la punizione, non l’avevo piú vista. Non andavo piú al cinema tutte le sere, perché a ora tarda era troppo freddo, anche con il cappotto. In quel reparto del montaggio tutto mi sembrava nuovo e io stesso non avevo piú i risentimenti di prima. Soffrivo ma con piú calma. Tutto l’ambiente, piú largo e piú luminoso, sembrava un posto inesistente, che dovesse sparire presto. Eravamo una massa confusa, che non chiedeva nulla, nemmeno a ciascuno di noi. Eravamo tutti distratti anche se i nostri pensieri si accanivano. A certe ore nel reparto suonava la musica. Io l’ascoltavo e mi faceva bene. Spesso però mi ricordava il sanatorio, dove i malati cominciano ad aprire la radio alla mattina presto. Quando suonava la musica, il capo si alzava e cominciava a camminare su e giú nel corridoio in mezzo ai tavoli. Non guardava e non diceva niente a nessuno. Si chiamava Salvatore e faceva collezione di francobolli. In tutto il tempo che stetti con lui mi parlò soltanto due o tre volte, quando doveva farmi qualche comunicazione dell’infermeria o dell’Ufficio Personale. Accompagnava le parole con un biglietto. Ricordo che per firmare impuntava la penna un attimo prima della esse maiuscola. Il suo silenzio era come tutto quello del reparto e nei suoi occhi non si leggevano intenzioni. Cosí rimasi a lungo in quel posto senza seccature e ormai non m’importava piú nulla della qualifica e del lavoro. Montare i pezzi era noioso ma anche faticoso, di una fatica che mi prendeva e mi accompagnava per tutta la giornata come un cattivo umore. “
Paolo Volponi, Memoriale, Garzanti, 1976 [1ª edizione 1962]; pp. 195-196.
"Before anything else, it is necessary to consider this as the point of arrival of a long historical process that parts from the production of absolute relative surplus value and reaches, by necessity, to the production of relative surplus value; from the forced prolonging of the working day to the increase, which appears spontaneously, of the productive force of labour ; to the pure and simple extending of the process of production in its entirety to its internal transformation, which leads it to continually revolutionize the process of labour, in an ever more organic function and dependence of the valorization process.
The relation, which before could be easily established, between the sphere of production and the other social spheres is now transformed into a relation that is much more complex between the internal transformations of the sphere of production and the internal transformations of the other spheres. It is transformed, beyond this, into a relation that is much more mediated, organic and mystified, more evident and hidden at the same time, between capitalist production and bourgeois society.
The more that the determinant relation of capitalist production grasps the social relation in general, the more it appears to disappear within the latter as a marginal aspect. The more that capitalist production penetrates in profundity and invades, in extension, the totality of social relations, the more society appears as a totality relative to production and production as a particularity relative to society.
When the particular generalizes itself, is universalized, it appears represented as general, as universal. In the social relation of capitalist production, the generalization of production expresses itself as the hypostatization of society.
When specifically capitalist production has already weaved the whole web of social relations, it itself emerges as a generic social relation. The phenomenal forms reproduce themselves with immediate spontaneity, as current forms of thought: “the substantial relation should be discovered by science.”
If we limit ourselves to a purely ideological approach of this reality, we do nothing more than reproduce this reality as it presents itself, inverted in its appearance. If we want to understand the intimate material link of the real relations a theoretical effort is needed of scientific penetration which, before anything else, strips the object—bourgeois society—of all its mystified phenomenal forms, that have been ideologized, in order to isolate and attain its hidden substance which is and continues to be the relation of capitalist production."
- Mario Tronti, Factory and Society, 1962.
(translation by Guio Jacinto)
L’enigma dell’organizzazione
Da Commonware, recensione di Marco Scavino, Potere operaio. La storia. La teoria, vol. I (Derive Approdi 2018, qui la scheda)
«Compagni, l’unico modo per non correre rischi è di andare a pescare trote nel lago di Garda, in tutte le altre occasioni si corrono dei rischi».
È in questa frase, che l’autore di Potere operaio. La storia. La teoria, vol. I (Derive Approdi 2018) riporta e ipotizza attribuibile a Guido Bianchini – uno delle figure maggiormente decisive di questa storia collettiva e colpevolmente meno approfondite dalla ricerca degli storici –, che può essere riassunto il senso della parabola nazionale dell’organizzazione più intelligente, contraddittoria, sofferta e intransigente che nella prima metà degli anni Settanta più si è fatta erede – legittima o meno – degli strumenti temprati dall’operaismo politico degli anni Sessanta. Il rischio di chi tenta di anticipare una linea di tendenza, di chi osa agire una scommessa politica, di chi mette in gioco la propria vita attraverso la militanza, ma soprattutto il rischio di misurarsi con il nodo dell’organizzazione rivoluzionaria dell’autonomia operaia e proletaria, il vero filo rosso – mai sciolto – che accompagna la vicenda che va dall’operaismo all’Autonomia e che sostanzia in tutta la sua complessità l’esperienza di Potere Operaio in un periodo e in un contesto storicamente determinati.
Il (primo) libro su Potere Operaio di Derive Approdi, quindi: era ora, fatecelo dire. Un libro necessario e molto atteso, la cui assenza si è fatta sentire sugli scaffali sia dello storico che del militante, di fianco ai volumi che la casa editrice romana ha già pubblicato sull’operaismo, sugli autonomi, sulle riviste e sui movimenti del “lungo ‘68”, e di recente sulle organizzazioni armate degli anni Settanta. Un vuoto che l’autore ha iniziato a colmare con rigore analitico e capacità di sintesi, raggiungendo l’obiettivo di fare luce, finalmente con gli strumenti scientifici del metodo storiografico e non con quelli spuntati del giornalismo, sui nodi – appunto, irrisolti – di un’esperienza paradigmatica per i suoi caratteri di approfondimento e anticipazione di «una storia molto più grande» (p. 26).
Scavino non poteva che cominciare con il ripercorrere la partecipazione da protagonisti di diversi militanti tra i più significativi di Potere Operaio all’apprendistato operaista nel decennio precedente la formazione del gruppo. La parabola di Potere Operaio, infatti, affonda le propri radici teoriche e politiche nel “ritorno a Marx” degli anni Sessanta, un tentativo di svecchiare, de-ideologizzandolo da dogmi e incrostazioni, il marxismo professato dal Movimento Operaio ufficiale, ancora incagliato su categorie e letture di matrice terzinternazionalista non più adeguate a interpretare e agire l’inedita situazione di classe venutasi a creare in Italia dopo la risposta capitalista alla precedente fase di lotte operaie, risposta passata mediante l’innovazione fordista-taylorista della fabbrica e, di conseguenza, della società. «Non si poteva più fare riferimento ai modelli di rivoluzione e di organizzazione del passato, proprio perché erano cambiate le basi materiali, di classe (la composizione politica, appunto) del movimento» (p. 57): stava qui uno degli aspetti più di rottura della prassi operaista mutuata da Potere Operaio. È in quel contesto che piccoli gruppi di militanti-intellettuali – più o meno emarginati dalle organizzazioni della sinistra, Partito comunista e Cgil in primis – riuniti intorno a riviste come «Quaderni rossi» e «classe operaia» elaborano le coordinate di un punto di vista, di un metodo di lavoro e di uno stile della militanza comuni (sia nell’intervento politico di massa che nel suo rapporto con la ricerca teorica) che verranno poi trasmessi e rielaborati da Potere Operaio, e attraverso questa socializzazione – passata attraverso anche uno sterminato apparato di fogli di lotta, opuscoli, riviste e pubblicazioni – sarebbero diventati una cultura politica diffusa tra le nuove generazioni di militanti politici di classe formatesi durante e dopo il biennio rosso 1968-‘69. Composizione e ricomposizione di classe, operaio-massa, rifiuto del lavoro, piano del capitale, autonomia operaia sono un patrimonio comune del lessico politico del movimento rivoluzionario degli anni Settanta, armi concettuali forgiate in quella incredibile stagione di intervento, conricerca e partecipazione dentro ai conflitti operai nelle fabbriche di Torino, Milano, Porto Marghera, Ferrara, Modena.
È già in questo primo passaggio, in cui i militanti operaisti intercettano l’emergere di una conflittualità operaia espressa in lotte e comportamenti spuri e ambigui ma sempre più radicali, diffusi ed efficaci, che si pone la questione dell’organizzazione: «Per tutti era in corso un processo di ricomposizione politica delle lotte, ma la discriminante era ormai netta: riguardava il rapporto con le organizzazioni, la possibilità di lavorare al loro interno per modificarne le scelte e gli orientamenti strategici, o al contrario la scelta di stare dentro il fenomeno tumultuoso del movimento per farne un soggetto rivoluzionario di massa autonomo e alternativo» (p. 51). Se per alcuni, come Tronti, l’internità al movimento operaio ufficiale non sarebbe mai stata messa in discussione, per il gruppo veneto-emiliano – l’unico con un significativo e concreto radicamento di intervento in realtà operaie – era l’internità strategica ai reali movimenti della classe e alle dinamiche tendenziali del conflitto il terreno su cui basare ogni ipotesi di intervento, di sviluppo organizzativo e di potere. L’autore di questo importante sviluppo ne dà conto, dilungandosi con estrema chiarezza sui motivi per cui la postura operaista, per propria sua natura, non avrebbe potuto cristallizzarsi in una semplice scuola filosofica di pensiero, in un’ennesima eresia settaria del marxismo o in uno dei tanti tentativi di creare un’area di dissidenza alla sinistra del movimento operaio ufficiale.
Dalla ricognizione di tale prassi metodologica Scavino passa così a descrivere la formazione, ben prima dell’autunno caldo del 1969, del Potere Operaio veneto-emiliano, un’embrionale forma di rete stabile, coordinata dall’omonimo foglio di lotta, fra organismi di base disseminati tra i poli chimici di Porto Marghera e Ferrara e la piccola fabbrica diffusa emiliana. Il network aveva lo scopo di sostenere – approfondendola, allargandola e dispiegandola – quella «spontaneità organizzata» cifra della nuova e sempre più montante conflittualità autonoma operaia, sfuggente al controllo delle organizzazioni della sinistra, considerate come soggetti passati a cogestire lo sviluppo del piano del capitale con il compito di controllare e mediare le lotte per incanalarne la forza su programmi di soluzione riformista della crisi e innovazione capitalistica.
Lo storico qui mette in risalto il diverso piano d’intervento su cui agivano i militanti veneto-emiliani di Potere Operaio: la concezione dell’organizzazione e i compiti della militanza appaiono trarre significato piuttosto dal loro porsi come agenti catalizzatori al servizio e in funzione della ricomposizione di classe che nell’orizzonte di accrescimento geometrico della propria singola formazione. Ovvero, «l’alternativa non era creare dei piccoli gruppi minoritari, ma conquistare una posizione di forza nelle lotte, dalla quale contendere a partito e sindacato la direzione politica dello scontro di classe» (p.75), attraverso cui tradurre l’autonomia di classe, le sue forme di massa e i suoi contenuti rivendicativi (meno lavoro, più salario uguale per tutti) in un programma operaio di rottura degli equilibri generali del sistema. Un modello ben distante dalla prassi che avrebbe caratterizzato la militanza nei gruppuscoli e partitini della sinistra estrema o extraparlamentare.
L’incontro/scontro del metodo veneto-emiliano con nuclei militanti di Torino e Milano e il movimento studentesco del 1968 – soprattutto quello romano e fiorentino, con cui nacque nella primavera del 1969 il progetto de «La Classe», giornale che voleva essere mezzo di circolazione e generalizzazione delle lotte per stimolare l’elaborazione di linea politica nel movimento – è illustrato da Scavino come il fattore determinante che permise alla teoria operaista di farsi politica di massa, contaminandosi e rielaborandosi con la carica e le istanze apportate dalle nuove generazioni militanti davanti alle fabbriche: l’attitudine antiautoritaria e assembleare degli studenti, la riflessione sull’istituto capitalista della scuola, l’analisi di nuove figure centrali come i tecnici si fondevano con lo la prassi che aveva conricercato lo spontaneo egualitarismo e il rude materialismo pagano dei loro coetanei costretti alla catena di montaggio.
L’impalcatura portante di Potere Operaio, come organizzazione politica nazionale nata nel settembre-ottobre 1969 e disgregatasi tra 1973 e 1975, prende forma proprio qui, nella straordinaria stagione del terremoto operaio del 1968-’69, con suo epicentro Torino: nasce tra l’intuizione editoriale de «La Classe» e l’esplosione della rottura anticipata dei contratti, tra il lavoro di porta ai cancelli di Mirafiori e le barricate della battaglia di corso Traiano, tra le riunioni notturne dell’Assemblea operai-studenti e il fallimento di costituire un’organizzazione politica nazionale attorno ai comitati di base operai al Convegno delle avanguardie al Palazzetto dello sport. Una stagione che il gruppo in formazione ha vissuto in prima linea, riuscendo in modo decisivo a influenzare la circolazione dei contenuti più avanzati e unificanti, la radicalità delle forme di lotta praticate a livello di massa e, per certi momenti, anche la direzione politica delle avanguardie autonome di un movimento di classe dalle dimensione e dalle caratteristiche mai viste in precedenza – tutto ciò, almeno, nelle fasi iniziali dello scontro che diedero il via all’autunno caldo.
È a questo punto che il lavoro di ricostruzione e interpretazione di Scavino entra nel vivo del «carattere irrisolto» (p. 26) di Potere Operaio: se nello stesso nome del gruppo «si poneva in tutta la sua drammaticità storica il problema di trovare uno sbocco rivoluzionario, di potere, alle lotte operaie e proletarie» (p. 25), è in tale determinata fase dello scontro di classe in corso – quella della controffensiva sindacale e riformista delle sinistre per recuperare, gestire e rendere compatibile la grande forza accumulata dalla conflittualità operaia della primavera, del conseguente “riflusso” (relativo) dell’iniziativa autonoma rinchiusa dentro la fabbrica e del domandarsi soggettivamente “che fare?” dopo la chiusura dei contratti, insanguinati dalla strage di Stato di Piazza Fontana e dall’inizio della “strategia della tensione” – che si presenta alle avanguardie in tutta la propria urgenza la necessità di ridefinire i compiti e il senso soggettivi della militanza e sciogliere il nodo dell’organizzazione, quello dell’organizzazione dell’autonomia, o meglio: sbrogliare il nodo del rapporto lotte-organizzazione e della sua generalizzazione, oltre i cancelli delle fabbriche, sul terreno sociale complessivo, un rapporto considerato non come predeterminato o un a priori teorico-pratico, ma come una relazione sempre cangiante tra la composizione politica di classe di una determinata fase del ciclo storico e l’enigma concreto della rottura rivoluzionaria – pensata come, è importante ribadirlo, sempre situata e praticata a livello di massa – in un contesto di capitalismo avanzato.
Scavino è bravo a ripercorrere l’estrema complessità del dibattito sviluppatosi all’interno di Potere Operaio e ridare il senso delle sue incertezze, controversie e limiti con notevole capacità di sintesi esplicativa, anche se in tale frangente un lettore attento (e pignolo) avrebbe potuto apprezzare un ulteriore approfondimento delle differenti posizioni politiche avanzate dalle corrispondenti componenti territoriali che si videro scontrarsi, a partire dal primo convegno nazionale d’organizzazione (Firenze, 9-11 gennaio 1970). È da questa occasione che, lungo un percorso travagliato e ricco di rotture, anche sofferte, va definendosi un salto di qualità organizzativo attraverso un’originale rilettura di Lenin, introducendo nel patrimonio di Potere Operaio «un punto di vista inconsueto per la tradizione teorico-politica» alla quale il gruppo si richiamava. Secondo i sostenitori di tale svolta con la tradizione operaista maturata negli anni precedenti, «se i movimenti di classe […] arrivavano a porre all’ordine del giorno la questione del potere, era inevitabile che si dotassero di strumenti organizzativi adeguati allo scopo; ed era in questo senso che andava recuperata la lezione storica del leninismo […]. Non si trattava, beninteso, di fare delle fughe in avanti, di costruire piccoli apparati slegati dai livelli di massa dello scontro» (p. 136), o di diventare l’ennesimo «partitino» ideologico e burocratizzato dell’estrema sinistra, ma di riuscire a determinare, dal suo interno, processi di ricomposizione e direzione politica del movimento di lotta espresso dall’autonomia operaia e proletaria attraverso l’organizzazione soggettiva – ecco il compito dei militanti di Potere Operaio – di occasioni, «scadenze», di scontro di massa generalizzato su obiettivi e parole d’ordine unificanti (come il «salario politico» per tutti sganciato dal lavoro): non più solo contro il singolo capitalista in fabbrica, ma anche contro l’organizzazione collettiva dei capitalisti, lo Stato. Come spiega l’autore, «si trattava di prendere atto […] che il rapporto lotte/organizzazione andava riconsiderato nel suo complesso, tenendo conto di quanto era emerso con chiarezza dalla vicenda contrattuale, e cioè il passaggio Dalla guerriglia di fabbrica alla lotta per il potere (per usare uno dei titoli più suggestivi del giornale) non si sarebbe verificato facilmente, per il solo diffondersi e massificarsi dello scontro sociale e delle forme di organizzazione materiale delle lotte, ma richiedeva un nuovo “salto di qualità” politico e programmatico del movimento» (pp. 157-158). Come sappiamo, nella materialità delle cose le intenzioni di potere Operaio non si sarebbero viste realizzate.
È su tale punto, sull’«agire da partito» così elaborato, all’interno di una situazione di alta conflittualità scaturita da quello che veniva equiparato a un 1905 operaio in un contesto di capitalismo avanzato, che il gruppo avrebbe misurato la propria capacità di pensare la rivoluzione e la militanza rivoluzionaria in forma inedita rispetto alla scolastica terzinternazionalista o alle suggestioni terzomondiste, e in ultima analisi i propri limiti, le proprie derive e la propria impasse, che già cominciavano a prefigurarsi nel tormentato dibattito – non solo sull’organizzazione, ma anche sulla lotta armata – descritto da Marco Scavino in questa prima parte della sua storia di Potere Operaio, che arriva fino al gennaio 1971, considerato dall’autore come uno spartiacque.
Aspettando con impazienza la seconda parte, che sicuramente sarà all’altezza della prima, concludiamo precisando che il nodo irrisolto dell’organizzazione – attraverso la cui lente è stata scritta questa recensione – è solo una delle questioni centrali attraverso cui la ricostruzione della breve ma intensa parabola di Potere Operaio può aiutare a comprendere, senza strumentali demonizzazioni, la complessità dei movimenti di classe che hanno caratterizzato gli anni Settanta. Una conflittualità diffusa e di massa dalle radici lunghe, non solo operaia, che durante il decennio sarò arricchita dall’emergere di istanze e bisogni di altri soggetti e generazioni che con forza prenderanno parola, decretando l’implosione e il superamento delle ipotesi organizzative nate sull’onda del biennio 1968-’69.
Potere Operaio, qui considerato non come un nucleo di professori e “cattivi maestri” staccati dalla realtà sociale del proprio tempo, ma come l’insieme di tutte e tutti i militanti che, ad ogni livello, ne hanno soggettivamente costruito, partecipato per un pezzo o accompagnato fino in fondo la traiettoria rischiando dall’interno dei processi di lotta di massa dati in un periodo e in un contesto storicamente determinati, rimane attore non secondario e paradigmatico di questa storia, quella degli anni Settanta, ancora oggi irrisolti per le questioni (tutt’ora attuali!) che hanno posto e forse per propria natura irrisolvibili – come tutti quegli squarci d’epoca concretamente di rottura con l’esistente – in una memoria d’ordine pacificata.
Da un punto di vista militante, d’altronde, non è la quiete che si ricerca, ma la tempesta: compito della storia militante, quindi, non sarà quello di rendere asettico e inoffensivo l’oggetto del proprio racconto, ma di comprenderne le ragioni, le pratiche e i limiti espressi nel passato per distillare metodo, strumenti e prospettive efficaci per l’agire nel presente, consapevole, in questo modo, di riannodare i fili ancora vivi di una memoria – e di una storia – di parte.
“ L'operaio Arturo Massolari faceva il turno della notte, quello che finisce alle sei. Per rincasare aveva un lungo tragitto, che compiva in bicicletta nella bella stagione, in tram nei mesi piovosi e invernali. Arrivava a casa tra le sei e tre quarti e le sette, cioè alle volte un po' prima alle volte un po' dopo che suonasse la sveglia della moglie, Elide. Spesso i due rumori: il suono della sveglia e il passo di lui che entrava si sovrapponevano nella mente di Elide, raggiungendola in fondo al sonno, il sonno compatto della mattina presto che lei cercava di spremere ancora per qualche secondo col viso affondato nel guanciale. Poi si tirava su dal letto di strappo e già infilava le braccia alla cieca nella vestaglia, coi capelli sugli occhi. Gli appariva così, in cucina, dove Arturo stava tirando fuori i recipienti vuoti dalla borsa che si portava con sé sul lavoro: il portavivande, il termos, e li posava sull'acquaio. Aveva già acceso il fornello e aveva messo su il caffè. Appena lui la guardava, a Elide veniva da passarsi una mano sui capelli, da spalancare a forza gli occhi, come se ogni volta si vergognasse un po' di questa prima immagine che il marito aveva di lei entrando in casa, sempre così in disordine, con la faccia mezz'addormentata. Quando due hanno dormito insieme è un'altra cosa, ci si ritrova al mattino a riaffiorare entrambi dallo stesso sonno, si è pari. Alle volte invece era lui che entrava in camera a destarla, con la tazzina del caffè, un minuto prima che la sveglia suonasse; allora tutto era più naturale, la smorfia per uscire dal sonno prendeva una specie di dolcezza pigra, le braccia che s'alzavano per stirarsi, nude, finivano per cingere il collo di lui. S'abbracciavano. Arturo aveva indosso il giaccone impermeabile; a sentirselo vicino lei capiva il tempo che faceva: se pioveva o faceva nebbia o c'era neve, a secondo di com'era umido e freddo. Ma gli diceva lo stesso: - Che tempo fa? - e lui attaccava il suo solito brontolamento mezzo ironico, passando in rassegna gli inconvenienti che gli erano occorsi, cominciando dalla fine: il percorso in bici, il tempo trovato uscendo di fabbrica, diverso da quello di quando c'era entrato la sera prima, e le grane sul lavoro, le voci che correvano nel reparto, e così via. A quell'ora, la casa era sempre poco scaldata, ma Elide s'era tutta spogliata, un po' rabbrividendo, e si lavava, nello stanzino da bagno. Dietro veniva lui, più con calma, si spogliava e si lavava anche lui, lentamente, si toglieva di dosso la polvere e l'unto dell'officina. Così stando tutti e due intorno allo stesso lavabo, mezzo nudi, un po' intirizziti, ogni tanto dandosi delle spinte, togliendosi di mano il sapone, il dentifricio, e continuando a dire le cose che avevano da dirsi, veniva il momento della confidenza, e alle volte, magari aiutandosi a vicenda a strofinarsi la schiena, s'insinuava una carezza, e si trovavano abbracciati. Ma tutt'a un tratto Elide: - Dio! Che ora è già! - e correva ad infilarsi il reggicalze, la gonna, tutto in fretta, in piedi, e con la spazzola già andava su e giù per i capelli, e sporgeva il viso allo specchio del comò, con le mollette strette tra le labbra. Arturo le veniva dietro, aveva acceso una sigaretta, e la guardava stando in piedi, fumando, e ogni volta pareva un po' impacciato, di dover stare lì senza poter fare nulla. Elide era pronta, infilava il cappotto nel corridoio, si davano un bacio, apriva la porta e già la si sentiva correre giù per le scale. Arturo restava solo. Seguiva il rumore dei tacchi di Elide giù per i gradini, e quando non la sentiva più continuava a seguirla col pensiero, quel trotterellare veloce per il cortile, il portone, il marciapiede, fino alla fermata del tram. Il tram lo sentiva bene, invece: stridere, fermarsi, e lo sbattere della pedana ad ogni persona che saliva. «Ecco, l'ha preso», pensava, e vedeva sua moglie aggrappata in mezzo alla folla d'operai e operaie sull' "undici", che la portava in fabbrica come tutti i giorni. Spegneva la cicca, chiudeva gli sportelli alla finestra, faceva buio, entrava in letto. Il letto era come l'aveva lasciato Elide alzandosi, ma dalla parte sua, di Arturo, era quasi intatto, come fosse stato rifatto allora. Lui si coricava dalla propria parte, per bene, ma dopo allungava una gamba in là, dov'era rimasto il calore di sua moglie, poi ci allungava anche l'altra gamba, e così a poco a poco si spostava tutto dalla parte di Elide, in quella nicchia di tepore che conservava ancora la forma del corpo di lei, e affondava il viso nel suo guanciale, nel suo profumo, e s'addormentava. “
----------
Tratto dal racconto L'avventura di due sposi (1958), raccolto in:
Italo Calvino, I Racconti; prima edizione: Einaudi, novembre 1958.
Oggi si è avvicinato il capo alla macchina. Mi ha indicato lo stipetto e ha detto cosa vuol dire quella scritta? Io, facendo finta di non sapere niente, quale scritta? Questa qua mi dice prendendomi per la giacca della tuta. Sullo stipetto c'è scritto «W la rivoluzione, dobbiamo cambiare la società cacciare i mostri cacciare i ladri.» Subito incomincia la ramanzina: Di Ciaula, qui è roba tua, tu devi finirla con queste scritte, sennò qualche giorno mi costringi ad andare al capo del personale, devi finirla una volta per tutte, non fare finta di niente perché so che sei stato tu, tu solo fai queste cose e qui abbiamo oltrepassato i limiti, hai capito, i limitiiiiiii, hai capitooooo i limiti. Subito gli dico: uei, calmati ho ucciso per caso qualcuno, ho picchiato qualcuno, ho spaccato qualcosa? È inutile che fai finta di incazzarti, non devi fare la voce grossa con me, quando lasciamo sudore e sangue, sangue vero, sangue rosso sulle macchine per terra, sugli stipetti, tutto va bene, tutto è normale, quando invece tracciamo con una innocente penna i nostri pensieri subito vi torcete, per favore vattene, nessuno ti obbliga a leggere quella scritta, per me quella scritta è molto, mi fa compagnia, mi tiene su, mi dà una ragione di vita, fa parte di tutto me stesso, voi ci vorreste tutti idioti robot vicino alle macchine, ma noi abbiamo una testa, a me questa scritta mi dimostra che sono ancora un essere pensante, uno che ha idee sue e non rumina idee degli altri, per favore vattene, vai a cacare il cazzo da un'altra parte.
Tommaso Di Ciaula, Tuta Blu - Ire, ricordi e sogni di un operaio del Sud, Feltrinelli, 1978; p. 15.
Stasera a distanza di quasi dieci anni mi trovo in questo salone di biliardi. Niente è cambiato. Uguale l'atmosfera. Se è cambiato qualcosa è soltanto qualche piccolo particolare, i calcio balilla non ci sono piú e ci sono i flipper. Nemmeno me ne accorgo e mi trovo con la stecca in mano. Dài, Tommaso, gioca, dài, facciamo una partita. Dico no, ho da fare, poi sono almeno dieci anni che non gioco, farei fare una pessima figura al compagno accoppiato... Una parola tira l'altra e ormai giochiamo. Naturalmente perdo, il mio compagno gioca meglio di me, ma perde naturalmente anche lui, trascinato dai miei grossi errori. Andiamo a pagare. Quanto dobbiamo? Poco, appena centocinquanta lire ci risponde il padrone dei biliardi. Estraggo svogliatamente due miniassegni da cento lire l'uno. Che cosa sono oggigiorno centocinquanta lire? Se le avessi perse dieci anni fa sarebbe stato molto diverso. Ricordo che allora perdere una partita era perdere la reputazione, il compagno che vinceva si dava le arie. E perdere le cinquanta le cento lire allora erano soldi. Ricordo che giocavo con la paura di perdere. Che stronzata, si giocava e si aveva l'angoscia perché cento lire erano soldi. Giocavi per svagarti e per divertirti e invece si stava lí con l'acqua alla gola. Che vita miserabile. Che vita pezzente. Per le misere cento duecento lire ti rovinavi la serata. Ma non era tirchieria, era soltanto povertà. Miseria.
Tommaso Di Ciaula, Tuta Blu - Ire, ricordi e sogni di un operaio del Sud, Feltrinelli, 1978; pp. 109-10.
Oggi pomeriggio un passero è entrato nel capannone svolazzando disperatamente. Di colpo tutti noi con il naso all'aria a guardare. Volava ora ad altezza d'uomo, ora in alto, sembrava impazzito nel cercare una via d'uscita. Qualche operaio più pietoso spalancava il portone ma il passero non sembrava accorgersene, percorreva veloce il capannone ora in tutta la sua lunghezza ora in alto, terrorizzato dai rumori assordanti, dal vociare degli operai. Qua dentro è facile entrare ma è difficile uscire, ed è facile per noi perdere corpo e memoria in questo labirinto d'acciaio, tra pulsanti e manometri.
Tommaso Di Ciaula, Tuta Blu - Ire, ricordi e sogni di un operaio del Sud, Feltrinelli, 1978; p. 131