Non ho idea del perché, ma una delle cose che non m'è mai capitato e son più che certo non mi capiterà mai d'incontrare, è qualcuno che si renda conto del significato di prendere un impegno, che non consiste affatto nello stipulare un patto da rispettare al di là di ogni esitazione, ma nell'ammettere – dicendo il vero o mentendo, non importa – d'aver intenzione di tenergli fede, spostando così il valore dall'atto stesso verso cui l'impegno viene preso, all'ammissione del proposito, in maniera tale che, se non fosse mantenuto, si passerebbe ben al di là della dedalea valutazione fattiva o morale o simbolica del gesto in sé o fuori da sé o in un contesto più ampio. Si percepisca e si dia peso quindi esclusivamente allo scadere o meno in menzogne delle parole che definivano le intenzioni, piuttosto che sentenziare sui fatti che in ogni caso son destinati ad imputridirsi nel limbo insignificante e sterile delle cose non fatte che non nutrivano comunque nessun ordine di necessità. Ed è questa l'unica responsabilità. Non bisognerebbe neanche guardar molto lontano, a volerlo intuire. Anzi, basterebbe tornare indietro, all'etimologia della parola stessa: l'impegno non fa per nulla riferimento all'oggetto o al gesto per cui ci impegniamo, ma a ciò che, inevitabilmente, lasciamo in pegno, ciò che scommettiamo e manteniamo o irremissibilmente perdiamo. Ovvero, prima di ogni cosa, noi stessi.