Il concetto di VUOTO nello yoga!
Ultimamente con i miei allievi stiamo sperimentando attraverso la pratica fisica delle ( o per i più ortodossi “degli”) asana il concetto concreto di spazio. Molto semplicemente cerchiamo di soffermarci sulle “aperture” che si creano all’interno o sulla superficie del nostro corpo quando entriamo in una specifica posizione. Cerchiamo di percepire e portare tutta la nostra attenzione sulla pelle che “tira”, un muscolo che si allunga o allo spazio intervetebrale che cede magari anche in un semplice piegamento in avanti (come ad esempio quello in Uttanasana).
Ma lo spazio che in questo modo la pratica ci rivela a livello fisico, e che in sanscrito si definisce come SUKHA (da “SU” buono e “KHA” spazio), avvicina sempre di più la nostra essenza a sperimentare qualcosa che non sempre é pronta ad accettare, che spaventa e tormenta, più che confortare e consolare. In un’unica parola: il vuoto.
Ed è per questo che non mi stancherò mai di dire che lo yoga non è a priori un calderone di gioia, amore, unione e “vogliamoci bene” poiché prima di raggiungere queste così tanto decantate terre di pace ed amore, il cammino è tutt’altro che semplice e allegro. Questa richiesta o meglio evidenza di spazio e vuoto a cui lo yoga ci pone palesemente di fronte sin dalle prime posizioni, obbliga a fare i conti ognuno di noi con concetti di solitudine, indifferenza a se stessi, nullità con cui è difficile confrontarsi. Perdere per un attimo tutti i propri parametri di rapporto sociale e fisico e capire che si é già pur essendo spazio, vuoto, nulla ed evitare di identificarsi di continuo in quel nome, quella professione, quello stato sociale o quel determinato corpo che ci è stato dato è senza dubbio un salto destabilizzante.
Ma è proprio in questa instabilità, perdita di senso se vogliamo, che riemerge in tutta la sua forza il concetto di “SHUNYA SVARUPA”, descritto nel III capitolo degli Yoga Sutra di Patañjali, e inteso come la consapevolezza della natura vuota all’oggetto. Quando la coscienza è libera infatti, purificata dai meccanismi del mentale, della parola, della forma, dei significati, l’oggetto, cioè la percezione riposa nella sua vera natura vuota, non esiste di per sé, non si percepisce separazione dalla totalità. Non esiste oggetto separato, esiste l’interdipendenza e totale INTEGRAZIONE (”SAMADHI”).
Questo in parole ciò che si può arrivare a sperimentare attraverso la pratica yoga. Concretamente e come insegnante di yoga mi sento di dire che in pochi possono, vogliono, desiderano e arrivano realmente fino a questo punto. Si tratta di attraversare un deserto infinito all’interno della propria essenza, perdendo ogni parametro o punto di riferimento, trovandosi nudi, pazzi, vuoti, soli, impauriti di fronte ad un qualcosa che non si riesce neanche più definire come “sè”. I “nostri” filosofi dell’occidente da Aristotele, a Platone, a Kant hanno provato a parlarcene, lo yoga ci offre una via pratica di azione. Ad ognuno la propria scelta, me per favore non manchiamone di rispetto e pratichiamo almeno con la consapevolezza di quanto profondamente lontano potrebbe realmente portarci una corretta pratica yoga.
Namasté!











