Da adolescente non avevo i soldi per comprarmi i cd (e tanto altro, a dire il vero). Sarà per questo che quando mi capita, preferisco comprare la versione fisica di un media. Ha senso parlare di questo nell’era di Spotify?
Beh, però dicono che ancora adesso, noi cerchiamo il rapporto emotivo con l’oggetto. E questo magari spiega il ritorno in auge del vinile. Non voglio fare come i giornalisti di mezz’età che scrivono i loro pezzi moralizzanti e dicono cose tipo “i dati sono così freddi”. Anche se i supporti fisici possono essere danneggiati ed alla fine si rovinano in modo irreparabile (come la nostra memoria, del resto, come se non potessimo davvero conservare niente per sempre), c’è una finitudine, una compiutezza in essi che non può essere cancellata con un clic.
(sarà che sono paranoico, non so)
Al che mi potreste dire “Ma il cloud? Lo streaming?” Lì i dati sono al sicuro, non li puoi perdere!” Vero. E falso. Come diceva quell’adesivo: “Non esiste nessun cloud. È solo il computer (o il server) di un altro”. Tecnicamente quella roba non è tua. Tu paghi un servizio e devi sottostare alle regole di chi te lo fornisce, quel servizio.
Lasciamo perdere poi il discorso di come abbiano fatto cambiare la nostra percezione di noi da “gente che compra una cosa quando gli va” a “consumatori” a “abbonati”. Dico spesso che la paura e la comodità sono le due cose che usano per controllarci, al giorno d’oggi. Le ideologie non sono più necessarie con le app e tutti i tuoi media a portata di mano. Ringraziate Steve Jobs, che il diavolo lo abbia in gloria.
Penso anche a tutte le esperienze legate alla musica che mi sono perso e che non potrò più fare. Ma diciamoci la verità, nessuno vuole ascoltare questi discorsi. Perciò mi fermo qui.