Heidelberg UB, Cod. Amico. germe. 85. Antonius von Pforr, Libro del Beispiele. Schwaben, ca. 1480/1490
Via Mario E.R. Bianco
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Heidelberg UB, Cod. Amico. germe. 85. Antonius von Pforr, Libro del Beispiele. Schwaben, ca. 1480/1490
Via Mario E.R. Bianco
“ Quando Maometto II s'impadronì di Costantinopoli, la città non era più da diversi decenni la grande metropoli del passato; già prima del 1453 numerosi abitanti l'avevano abbandonata, e ancorché non si possa stabilire esattamente l'ammontare della popolazione nel momento della conquista, essa era molto probabilmente inferiore ai 100.000 abitanti. Questi, beninteso, erano greci nella quasi totalità, anche se esisteva già un piccolo nucleo di musulmani, la cui presenza risaliva almeno alla seconda metà del XIV secolo. Subito dopo aver conquistato la città, Maometto II deportò la maggior parte della restante popolazione greca, e per sostituirla fece venire dei turchi dall'Asia minore, ma anche dei non musulmani già sottomessi all'autorità ottomana, che risiedevano in Anatolia nelle province balcaniche. Questo primo popolamento effettuato dai turchi ha lasciato tracce nella capitale, in quanto i nuovi arrivati si sono raggruppati secondo il luogo d'origine e hanno spesso dato questo nome ai quartieri che occupavano, come per esempio i quartieri di Aksaray, di Balat, di Karaman, di Çarşamba, popolati da genti provenienti dalle città omonime. Tra le minoranze che furono installate a Istanbul negli anni che seguirono la conquista, citiamo i greci delle isole e del Peloponneso, gli armeni d'Asia minore, gli ebrei di Salonicco. Praticamente questi trasferimenti di popolazione sono attuati in modo autoritario e si potrebbe quasi parlare di deportazione. In ogni caso i nuovi arrivati si videro attribuire le case abbandonate dai greci e alcune facilitazioni per esercitare nella capitale la loro attività artigianale o commerciale: Maometto II voleva restituire a Costantinopoli vita e animazione e fare della città il primo centro del mondo musulmano, soppiantando il Cairo, ancora nelle mani dei mamelucchi. Egli proseguì nel suo intento e le conquiste che fece nei Balcani facilitarono l'impresa. Non è tuttavia certo che la popolazione di Istanbul, alla fine del XV secolo, superasse le 200.000-250.000 unità. “
Robert Mantran, La vita quotidiana a Costantinopoli ai tempi di Solimano iI Magnifico e dei suoi successori (XVI-XVII secolo), traduzione di Maria Luisa Mazzini, BUR (Biblioteca Universale Rizzoli), Milano, 1985¹; pp. 75-76.
[Edizione originale: La Vie quotidienne à Constantinople au temps de Soliman le Magnifique et de ses successeurs (XV ͤ et XVII ͤ siècles), Paris, Hachette, coll. « La vie quotidienne », 1965 ]
“ Le campane di Otranto suonavano a piena festa, mentre da ogni quartiere della città uomini e donne, vestiti di mille colori, con andatura disinvolta, gioiosa e spedita, che dava a tutti un piglio di giovinezza, avanzavano verso la piazza della cattedrale, raccontandosela e ridendo, sotto i raggi del sole ottobrino rimbalzanti con tanta leggiadria dalla terra al mare che il mondo sembrava improvvisamente piombato in una eccezionale pausa di felicità. Spiccavano tra gli uomini di guerra dame di fattura delicata, di carne fresca, in sopravveste di broccatello, belle più che mai e fiere come se fossero state la gloria stessa dei soldati vincitori fattasi persona. Qua e là invece qualche vecchio nobile salentino camminava da filosofo de contemnenda gloria, sguardando la folla festosa, in mezzo a cui ufficiali napoletani caracollavano su bestie snelle e capricciose, ornate di frange d’oro, eccitate dalla novità. Erano i primi di ottobre dell’ anno 1481 e a Otranto si festeggiava solennemente con un Te Deum nella cattedrale la liberazione della città, avvenuta il 13 settembre dello stesso anno ad opera delle milizie di don Alfonso d’Aragona. Dai tempi della giovinezza io non vedevo Otranto in un giorno di festa, gli stendardi sulla torre gialla, il dragone, il crocefisso con la scritta d’oro "Recordatus sum virtutis eius" e le sbarre rosse di casa d’Aragona, da quando la mia famiglia s’era trasferita a Napoli e io avevo vent’anni. Era dunque passata una decina d’anni, durante i quali la distanza dalla città nativa, la vita della capitale e della corte avevano trasformato Otranto in una di quelle realtà interiori che assomigliano più a un fatto dell’immaginazione che a una somma di cose vere: le piccole case bianche dei pescatori nei paraggi del porto, complici dei miei avvenimenti infantili e delle fantasie d’allora, vivevano entro la mia anima di una vita specialissima, intermittente, legata alle occasioni della solitudine e del profondo raccoglimento. Quando il duca Alfonso radunò le truppe per liberare la città dall’occupazione turchesca, mi trovai di mezzo fra gli agi pacifici della vita napoletana e il richiamo sottile della mia giovinezza; optai per il secondo e presi parte alla spedizione. “
Maria Corti, L'ora di tutti, con un saggio di Oreste Macrì, Bompiani (collana Tascabili n° 164), 2008¹⁷; pp. 312-313.
[1ª Edizione originale: 1962]
“ A volte al vespro don Felice ed io passeggiavamo in direzione della Rocamatura, fra ameni aranceti, il cui verde contrastava con la terra rossa; dalla Punta il panorama era di una vaghezza quasi pungente; Otranto appariva un grande castello, cinto di solidi bastioni, poggiato sul mare. «Chissà,» io dissi una sera, «se qualche sventura sovrasta questa terra.» «Sventura?» domandò don Felice, che era intento a guardare due giovani popolane, le quali attingevano acqua a un pozzo per innaffiare la cicoria degli orti. «I turchi non si fermeranno a La Valona,» dissi, «in qualche posto d’Italia cercheranno di sbarcare. In quale? Questo è il fatto.» «Mah!» disse appena don Felice, che non riusciva a togliere gli occhi dalle mosse lente, composte ed eleganti di una delle due ragazze che, postasi la quartara dell’acqua sulla spalla destra e, reggendola con il braccio sinistro incurvato ad arco sopra il capo, avanzava silenziosa a piedi nudi per la campagna. Don Felice soggiunse: «Speriamo che tutto si svolga per il meglio.» «Otranto?» io insistetti. «Brindisi? Taranto?» «Perché Otranto? Così piccola,» disse don Felice. «Ma sul canale,» io risposi. Dopo aver fatto per un po’ di tempo ipotesi e controipotesi ci trovammo al di là della Punta, in vista dei boschi dell’Alìmini. Don Felice si sedette su uno scoglio, respirò col fiato grosso per lo sforzo di aver portato in giro il suo corpo pesante, disse: «Voi mi state contagiando, amico, con le vostre angustie, con le vostre previsioni. Se i turchi verranno o non verranno io non lo so; quello che so è che intorno a noi in questo momento ci sono colori, profumi, donne, e voi non siete riuscito ad accorgervene un istante perché i turchi hanno invaso la vostra testa. Cacciateli stasera, vi prego, cacciateli.» Tacque, si asciugò il sudore sul collo, sulla fronte; disse: «Amico, occupiamoci delle cose che contano a distanza; guardate, per esempio, la bellezza sparsa qui attorno in questo tramonto.» Le sue pupille giravano nell’orbita, piene di una sottile felicità. “
Maria Corti, L'ora di tutti, con un saggio di Oreste Macrì, Bompiani (collana Tascabili n° 164), 2008¹⁷; pp. 135-137. [1ª Edizione originale: 1962]
Ciotola Ming
Una piccola ciotola acquistata per soli 35 dollari in un mercatino del Connecticut si è rivelata essere un raro manufatto cinese della dinastia Ming risalente al XV secolo. Lo riporta il Washington Post. La ciotola in porcellana bianca con decorazioni floreali blu cobalto era stata notata l’anno scorso vicino New Haven da un appassionato di antiquariato , che l’ha comprata e poi l’ha fatta…
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Alessandria 850: Oggi Piazzetta Monserrato, nel XV secolo platea ad Marchellum
Alessandria 850: Oggi Piazzetta Monserrato, nel XV secolo platea ad Marchellum
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#alessandriadascoprire: Un nome che nei secoli è rimasto piuttosto invariato è Piazzetta Monserrato.
Chiamata platea ad Marchellum nel XV secolo dall’antico casato dei Marchelli, proprietario tra l’altro, delle principali strutture molitorie cittadine della fine del Medioevo. Un mulino Marchelli si trovava lungo…
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Vi ho vista assisa con amore,
come il sole nelle sue aurore
e tutto il giardino che porto dentro,
rosa e giglio, fiorisce in splendore.
Avete occhi che sono mari
e sopracciglia come nubi oscure,
mento che filtra luce, labbra perfette,
denti che sono fili di perle.
Se il monaco dovesse vedervi,
scorderebbe studio e scritture,
tutto il suo essere ne tremerebbe,
l'estate in inverno si muterebbe.
Yovhannēs di T'ulkuran