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Il cammino della Fenice
Il suono del castigo
Il suono del castigo
Io sono il migliore. Non c’è nessuno che possa eguagliarmi. Almeno per quanto riguarda la scrittura. Toglimi dall’ambiente intellettuale - universitario, dammi un qualunque lavoro, o un qualunque sport e morirai dalle risate per la mia inettitudine; perché questo è l’unico lavoro che possa mai fare. Io sono uno scrittore.
Tuttavia questo manoscritto è la testimonianza dell’unico agone letterario che ho perso. L’ unica invisibile macchia nella mia brillante carriera. Perché questa storia mai pubblicata è la testimonianza di come sapei un’incredibile verità ammantata dalla leggenda. La leggenda della Fenice. Il motivo per cui ho finalmente deciso di scriverlo è stato un sogno ad occhi aperti.
Pochi giorni fa ho sognato di trovarmi in uno studio a me famigliare col pavimento invaso da centinaia di scartoffie e la scrivania disordinatissima. Un uomo sotto la finestra sta leggendo un libro con aria annoiata quando ha sentito la porta aprirsi e una persona entrare. L’uomo smette di leggere e balza subito in piedi e domanda a gran voce al nuovo arrivato chi sia e come ha fatto ad entrare. Solo che la persona appena entrata sono io. Prima che l’uomo faccia qualche mossa avventata, dico: “La prego, si calmi, non sono qui per farle del male”.
“E allora che cosa vuole?” Domanda l’uomo controluce e io mi rilasso e gli dico: “La prego di aiutarmi”.
“Lo studio è chiuso, se voleva una seduta l’avviso che ci vuole un appuntamento”.
“Lo so, ma non è per questo che sono qui”.
“E allora per cosa?”
“Per questo.” Detto ciò gli porgo un libricino dalla copertina rossa che estraggo da una tasca della mia giacca e il sogno finisce.
Però prima è meglio che vi racconti qualcosa di me.
Sono nato nel 2182 e in gioventù, all’incirca verso i ventitré anni, frequentavo un circolo letterario della Pisa bene. All’epoca non eri nessuno se non passavi o ti eri già fatto notare per quei circoli. E io ero uno dei più famosi. Mi aveva sempre affascinato il mondo letterario, così, una volta a Pisa, pensai di approfittarne. Questa moda tornò in auge pressappoco nel 2203. E fino al 2217 vivemmo una specie di seconda Belle Epoque. Il mondo non era cambiato granché dal XXI secolo ma prima di quell’avventura non mi interrogai mai sul perché. Mi limitavo ad adeguarmi alla versione della Crisi dei cervelli, termine coniato dai giornalisti per dire che gli scienziati, inventori erano a corto di idee. Per non parlare dei fondi e del denaro sporco e dei vari scandali di questi affaristi corrotti. Era come se il tempo si fosse fermato, ma nessuno di noi si interrogava sul vero motivo. A dir la verità, probabilmente non ce ne accorgemmo nemmeno e lo classificavamo come una cosa normale. Solo ora che le cose si sono rimesse in moto e siamo finalmente progrediti verso l’energia pulita, sul rispetto sembra che il tempo sia ripartito.
Non mi ricordo più chi li fece tornare di moda, ma mi ricordo che questo evento richiamò moltissimi curiosi al punto che fu necessario dedicargli un articolo di giornale. Pare che l’idea fosse venuta a un gruppo di Analogici - allora li chiamavamo così quelli che rifiutavano i mass media - che ebbero l’idea di aprire un posto dove le persone potessero incontrarsi e comunicare senza social di alcun tipo. Pensate, un posto senza wifi e televisore, solo il vecchio impianto stereo. Sembrava un progetto destinato a fallire sul nascere, però al pubblico l’idea piacque e il progetto decollò.
Io ne frequentavo almeno tre. Ma il mio preferito, che poi elessi ad unico, era in via Alessandro Ceccani, poco dopo corso Italia, vicino al Polo Piagge. Nel 2155 il vecchio Bistrot era stato chiuso in favore di un caffè libreria dove aspiranti scrittori, editori a caccia di nuovi talenti e amanti della letteratura, si riunivano ogni sera. Poi qualcuno ebbe la bella idea di chiamarlo circolo e fu così che nacque il Circolo di via Ceccani.
All’inizio ci andavo almeno una volta a settimana, ma poi me ne innamorai e divenni un habitué.
Era un posto molto accogliente ed elegante, come i palazzi stile art nouveau e lo dico io che allora non ero un amante degli edifici del passato. In effetti rimandava a certi caffè parigini che si potevano ammirare in certi film vecchio stile o in antichi documentari. E non ero l’unico a pensarla così.
Molte nostre opere nacquero proprio durante quei mercoledì in cui ci riunivamo, escluso epidemie, per leggere o modificare i nostri lavori. Talvolta, lo ammetto, scopiazzandoci a vicenda.
Fu proprio laggiù che conobbi quelli che sarebbero diventati alcuni dei miei più cari amici.
La serata iniziava più o meno verso le 20.30 e terminava all’una o le due del mattino.
Il primo ad arrivare ero sempre io perché ero il più vicino in linea d’aria. Poi arrivavano Luca Angiolieri e Alberto Girotti. Luca era l’incarnazione della fretta. Ogni volta che si sedeva si guardava attorno come un cane braccato e il suo ginocchio destro cominciava a ballare su e giù. Invece Alberto era un tipo tranquillo e quasi anonimo. Adesso che ci penso non ricordo neanche più che faccia avesse.
Consumavamo il nostro apericena accompagnandolo con qualche bicchiere di vino.
Ci conoscemmo nel novembre del 2201, durante il mio primo anno di università. Prima di allora non sapevo dell’esistenza di queste librerie, dato che a La Spezia non esistevano. Mi ero trasferito da poco a Pisa e avevo appena cominciato ad esplorarla. Quella notte mi ero stufato di fare zapping e così, gettai il telecomando sul divano, presi la mia giacca e uscii. Come uno spettro annoiato costeggiai il Lung’Arno e approdai in corso Italia quando vidi il caffè e decisi di bere qualcosa. Dalla vetrina non si sarebbe mai detto che era un caffè libreria.
Rimasi completamente sconcertato quando entrai e scoprii tutta quella vita sotto le lampade basse che conferivano un’atmosfera d’intimità al posto che mi catturò subito. Superato il primo istante di smarrimento, mi feci dolcemente strada verso il bancone, dove ordinai un rum liscio e restai ad osservare inebriato il posto, alternando piccoli sorsi a occhiate furtive gettate qui e là.
Il barista, un uomo che non poteva avere più di ventisette o ventotto anni, parve accorgersi del mio disagio e domandò: “Prima volta?” Al quale risposi battendo le palpebre. Mi occorse qualche secondo per recepire appieno la domanda e rispondere di conseguenza. Quella sera mi aiutò lui. Non gli chiesi mai il suo nome, e lui ricambiò la mia indifferenza con molta discrezione. Per tutti gli anni che ci vedemmo, non seppi mai niente di più del suo lavoro e della gente che ci veniva. Se non fosse stato per lui, probabilmente non avrei neanche incontrato Luca e Alberto. Fu lui che, verso metà novembre di quell’anno, mi indicò il tavolo di quei due, dei quali non avrei più smesso di essere amico fino alla magistrale.
Non ricordo più quando cominciai a scrivere. Sono quasi certo di aver avuto dodici o tredici anni e che era un bel giorno di primavera. Stavo osservando il modo in cui la luce illuminava un albero di pitosforo in fiore. Istintivamente buttai fuori quello che poi sarebbe diventata una strofa di una delle mie prime poesie.
I miei primi tentativi erano un po’ rozzi e sgraziati, ma col tempo e l’aiuto di una professoressa, che vide in me una sorta di nuovo Leopardi, migliorai.
La cosa buffa era che prima di cominciare preferivo Biologia. Volevo diventare uno scienziato. E questo sogno mi rimase per moltissimo tempo. Ma quando si è così giovani i sogni sono stabili quanto le increspature dell’acqua. Però da quando quella professoressa mi aiutò e mi appassionai alla letteratura divenni avido di storie. Bramavo leggere con tutto me stesso. E così mi divorai quanti più libri possibili su fantasy, fantascienza, gialli, horror, storici. E le varie vicende cui prendevo parte mi formarono il carattere e mi aprirono la mente. Alle volte mi consolarono persino. Alle volte erano il bacio della buonanotte che non avevo mai conosciuto da mio padre. La carezza della ragazza che mi piaceva alla quale non mi sarei mai dichiarato. O l’incoraggiamento che mi serviva per affrontare di petto la vita e le difficoltà che mi riservava.
La letteratura mi formò al punto che posso dire che qualsiasi cosa io faccia, la mia casa sarà sempre quella. La mia gratitudine era così tanta che quando pubblicai il mio primo libro, lo dedicai alla donna che me l’aveva fatta conoscere.
“Alla mia prof, che mi ha insegnato ad amare la bellezza delle storie”.
E’grazie a lei che sono diventato quello che sono. Naturalmente la professoressa capì e, anche se in pensione da tempo, mi rispose, quando le spedii la sua copia. Ma questo successe parecchio tempo dopo.
Nel 2205 sentivo che la poesia non mi bastava più da tempo, che mi dovevo avventurare verso nuovi orizzonti dello scritto. Ero deciso ad affrontare tutti i generi letterari finché non avessi trovato quello che mi stava chiamando con quella vocina ricordante il sussurro del moribondo. Lo stesso che sapevo aver chiamato molti, moltissimi altri prima di me. Ma se mi confidavo con qualcuno a proposito di ciò, mi sentivo dire che non sentivano niente, e che questo eco doveva essere frutto dello stress ante esami. Qualche tempo dopo l’incontro coi miei amici scoprii il romanzo. Mi sorpresi quando appurai che il poetare mi aveva dotato di un vocabolario più ampio che potevo ricombinare in frasi, metafore e descrizioni quasi perfette. Cosa che invece i miei amici non riuscivano. Ciò però mi portò a combattere una sorta di battaglia interiore: da un lato c’era il poeta e dall’altra il romanziere nascente. In quel momento non avevo ancora capito che sarei potuto essere entrambi. Sapete qual è la differenza tra un film degli Anni ’50 del XX secolo e quelli di adesso? Che quelli di adesso sono molto più intensi. Tutto in questi film risaltano come pugni negli occhi. Come se le persone avessero tutte un cuore di pietra. Ed io sentivo l’insensibilità dei follower e la consapevolezza che mi servivano molte più pagine fittamente scritte per riuscire a trarre un’emozione. Che fosse una lacrima, un sorriso, una risata, o un fremito di rabbia. Lo so che sembra stupido ma era ciò che da quel momento in poi avrei cercato di fare. Perché i like, le emoticon e i commenti non mi bastavano più.
Mi vergogno a confessarvi questo segreto perché in realtà non sono il moralista che avete conosciuto. Non sono affatto un moralista, ma solo una persona che dice le cose come stanno. E, coerentemente con me stesso, devo confessarvi che sono partito come scrittore di intrattenimento. Ancora una volta mi scuso con voi per questa brusca interruzione, ma permettetemi di spiegarvi la differenza. Uno scrittore di intrattenimento scrive libri di immediato successo, che fanno emozionare, ma che non lasciano niente di più, non ti cambiano la vita, ma ti confermano quello che già sapevi, i vari status quo e altre stupidaggini del genere. Mi risparmio il commento del mio ex collega in proposito. Uno scrittore di romanzi, invece, scrive opere che lasciano l’amaro in bocca, che rovinano la giornata con la fidanzata, ma che fanno riflettere. E questo libro sta tra i secondi. In un certo senso è più facile scrivere il primo tipo di romanzo. E qui magari gli intellettuali che conoscono la differenza mi fulmineranno perché “Grazie al cazzo, noi lo sappiamo già”, il problema è che agli altri questo sfugge. Quindi diciamo che questa lunga sequela altro non è che la mia dedica per tutti coloro che lo leggeranno, con l’augurio che vi lasci qualcosa di più di un’emozione.
Una delle mie ultime poesie del 2205, Il suono del castigo, nacque durante una di quelle sere.
In seguito ho ripensato molto spesso a cosa possa averla fatta scattare. Arrivai persino a consultare le mappe astronomiche e le varie coincidenze fisico astrologiche per capire che cosa mi avesse spinto a recitarla. Non so, forse era colpa della mezzaluna calante di quella notte? Del fatto che quella mattina una bambina era caduta sui sampietrini e si era sbucciata un ginocchio? A Roma c’era stato un incidente automobilistico che aveva coinvolto qualcuno d’importante? Forse l’Afghanistan aveva appena stipulato un trattato di pace con la Cina in espansione?
Forse la molla che aveva fatto scattare tutto era molto più banale. Avevo appena bevuto il secondo bicchiere di Chianti e stavamo ridendo per una battuta, quando mi sentii scaldare e le mie labbra si aprirono da sole per dire:
“Per me la vita è come un sogno
Incoerente e strano
Dove alba e tramonto si confondono
e scompaiono.
Fiume rosso del sangue di scelte commesse.
Soffocanti come rose sull’animo infangato.
È così che muore una stella
…È così che muoio io.
Luce di palcoscenico,
fa brillare quest’essere
immondo e mutilato.
Mi sento come se di me la parte migliore
avessero strappato.
E il grido muto
di questo cadavere svuotato
risuona dovunque inascoltato”.
Non so nemmeno io da dove mi uscì o perché o per chi l’avessi detta, dato che non avevo una ragazza e non ero neanche innamorato. La recitai così su due piedi di fronte ai miei amici e loro mi guardarono strabiliati prima di chiedermi spiegazioni - sembravo un mago. Giuro! Le parole mi erano uscite già formate. Le strofe già perfette. Era come se qualcuno me le avesse dettate, ma io non avevo spiegazioni da dare. Col tempo, quasi subito in realtà, la cosa fu archiviata e nessuno ci pensò più. Fino a che non cominciarono a stufarsi della mia bravura.
Tra i nostri ranghi eravamo riusciti a reclutare un editore e quindi cercavamo di impressionarlo sempre di più. Arrivando a creare racconti sempre più assurdi e spettacolari e, manco a dirlo, i miei erano superlativi. Ciò era causa di molti dissapori tra noi. La nostra amicizia rischiò di troncarsi di netto per violente litigate che nascevano alla fine degli agoni. E persino la clientela si lamentò di noi al punto che il gestore del locale ci avvisò di restare calmi se non volevamo essere cacciati. “Perché devi vincere sempre tu? Non è giusto!”
“Già, ha ragione. Non è giusto!”
“Non è colpa mia se son più bravo di voi.” Replicavo tranquillamente e con un sorrisetto di trionfo che mi faceva più idiota di quel che ero.
“Oh, ma sentilo. Al liceo avevi 5.” Sparava Luca incazzato, alzandosi dal tavolo, vibrante di rabbia. Alberto lo afferrava per il polso per fermarlo, altrimenti mi avrebbe spaccato la faccia a suon di cazzotti. Nonostante il fisico esile era molto forte. Tutte queste scene si ripetevano ogni mercoledì sera. E tutte le volte il nostro bersaglio osservava con vago interesse e le labbra piegate in un sorrisetto. Le sopracciglia inarcate in una perenne espressione di sorpresa. Non intervenne mai, tranne una volta. Quella in cui ci redarguì dicendo: “Ragazzi, ragazzi, tutte queste attenzioni da parte vostra mi fanno vergognare. Oserei quasi dire che sono stato ammesso per secondi fini…Però, visto che mi siete simpatici facciamo così, io pubblicherò il migliore se”, e ci guardò negli occhi uno per uno prima di soffermarsi su di me e completare, “se tratterete di un argomento a mia scelta. La Fenice”.
Ci stemmo senza pensarci due volte. Dopotutto era un argomento che non avevamo mai trattato ed era un’idea che soddisfaceva tutti e io non avevo motivi per oppormi; che qualunque argomento avessimo scelto avrei cavato una storia capace di battere le loro. Per non parlare dell’allettante posta in palio. Guardai i miei due sfidanti e loro ricambiarono la mia occhiata con dei sorrisi di sfida della serie “prova a scrivere qualcosa di creativo se ci riesci”. Gli occhi lampeggianti di scaltrezza. Io sorrisi. Non sarebbe stato così difficile: creatività era il mio secondo nome. Poi Massimo Cavaceci, era così che si chiamava il nostro uomo, formalizzò la sfida e ci versò altro vino. Io, Luca e Alberto facemmo tintinnare i bicchieri al coro di “Alla nostra e che vinca il migliore” e bevemmo sotto lo sguardo compiaciuto e calcolatore di Massimo.
Quando tornai a casa ricevetti un messaggio sui social da Luca: Ho recitato bene?
Davvero credevate che io e il mio amico ci saremmo azzuffati? E per una scusa così banale, oltretutto? Davvero pensavate che l’affetto che ci legava fosse così superficiale? Era tutto un piano che avevamo architettato io e Luca all’insaputa di Massimo e Alberto, per costringere Massimo a capitolare. Massimo ci stava tenendo sulle spine da tre anni e noi non ne potevamo più. Sorrisi e risposi di sì e aggiunsi che era stato davvero bravo. Lui mi mandò la faccina di un diavoletto sorridente e mi augurò la buonanotte. Ricambiai con uno stuolo di emoticons e un ‘notte scritto alla bell’e meglio. Poi sbuffai e mi avviai in camera mia mentre il mio coinquilino se la spassava nella sua stanza con la sua ragazza. Grande, era tornato da un giorno appena e aveva già ripreso a scassarmi le palle. Non mi ricordo più per quali assurde vie io e Davide Belaqua ci incontrammo so solo che diventammo amici e che di punto in bianco ci ritrovammo a convivere. Davide era uno scassapalle. Era alto e magro come me, ma aveva il naso adunco e gli occhi piccoli. Era di tre anni più grande ed era ancora uno studente di fisioterapia. Il suo più grande difetto era scopare mentre io studiavo nella stanza accanto. Quelle volte che succedeva era di una sincronia così spaventosa che penso lo facesse apposta. Però era sufficiente indossare gli auricolari e alzare il volume al massimo per dimenticarlo completamente. Aprii il cassetto del comodino dal quale estrassi i tappi per le orecchie e mi coricai.
Se credevamo che quella recita fosse bastata per far capitolare Massimo, ci eravamo sbagliati.
Il tema che ci aveva dato era facile a dirsi, non altrettanto a farsi, e ce ne accorgemmo quando ci mettemmo al lavoro. Innanzitutto perché la Fenice ci costrinse ad avventurarci in un genere a noi completamente estraneo: i breviari, e poi le varie leggende di tutto il mondo su di lei. Che erano, ahinoi, piuttosto ripetitive. Alberto ricalcò un cartone animato e Luca lo copiò finché Alberto non se n’accorse e non scoppiò un litigio - vero - che per poco non coinvolse anche Massimo e me.
Però io, a differenza dei miei compari, decisi di intraprendere una strada diversa dopo aver riguardato per puro caso X-men conflitto finale in versione restaurata dove era - appunto - menzionata la Fenice. Così chiamai un mio cugino. Attesi pochi secondi prima che rispondesse: “Pronto?” Sorrisi nel sentirlo di nuovo e dissi, entusiasta: “Giancarlo, quanto tempo”.
“Innocenzo, ciao, come stai?” Rispose, contento di sentirmi. Erano passati cinque mesi dal nostro ultimo incontro. “Tutto bene, te?” “Non c’è male, l’università?” “Tutto a posto. Senti, avresti voglia di farmi un favore?”
Mio cugino Giancarlo Strozzi faceva lo psicoanalista. Fu ben felice di mostrarmi i suoi scritti sul paranormale. Giancarlo aveva vent’anni più di me, gli occhi verdi chiari e i capelli sale e pepe da dieci. Mi voleva bene come un fratello maggiore, e molto spesso si era occupato di me per ovviare a certe preoccupazioni psicologiche. Era lui la mia figura paterna di riferimento. Eravamo molto legati perché s’era occupato di me assieme a mia madre, che al momento della mia nascita aveva solo sedici anni. Mia madre e Giancarlo erano cresciuti insieme ed erano legati da un affetto così profondo da diventare migliori amici, oltre che compagni di giochi. Molte volte avevo pensato che era lui il mio papà, anche perché ci somigliavamo tantissimo. Dai tre agli undici anni infatti lo chiamai proprio così. E a lui piaceva nonostante il disagio e i sospetti dei nonni. In realtà la nostra era solo una semplice somiglianza di famiglia, ed io ero solo un bambino bisognoso d’affetto. Si sposò quando avevo diciassette anni, e per la sensazione di tradimento mi allontanai da lui. Soltanto l’anno dopo capii che il mio comportamento era stupido, e trovai il coraggio di riavvicinarmi e perdonarlo. Questo non lo capii da solo; fui aiutato da Davide.
Giancarlo accettò di aiutarmi e, la domenica seguente, m’invitò nel suo studio pregandomi di non fare caso al disordine: “E’che sto lavorando con dei pazienti piuttosto turbolenti.” Rispose a una domanda di perplessità - ancora inespressa - quando aprì il suo ufficio. Fu una visione illuminante: se non mi avesse avvisato avrei pensato a una rapina.
“L’altra volta mi hanno sottoposto un caso di possessione demoniaca scambiandolo per schizofrenia.” M’informò scherzoso mentre apriva le imposte e lasciava entrare un po’ d’aria.
Una volta mi raccontò che gli schizofrenici non erano sempre buoni e docili, ma potevano
diventare pericolosi e violenti. Allora potevano nascere colluttazioni anche piuttosto feroci che potevano durare dai cinque minuti alla mezz’ora. Per la prima volta in vita mia compresi perché mio cugino andasse in palestra tre volte a settimana. Ma niente di quello che disse mi preparò alla visione dei suoi muri. La carta da parati era tappezzata di squarci che sembravano prodotti da unghiate di chissà quale belva rabbiosa.
Lo guardai con tanto d’occhi: stava scherzando, vero? Per tutta risposta, lui mi sorrise ed io appresi più verità di ogni parola. Si avvicinò alle pareti e vi posò una mano sopra, mormorò qualcosa a proposito del conto del tappezziere, di corde, acqua santa, riti di purificazione e benedizioni del parroco esorcista cittadino. Ebbi la tentazione di cercare con gli occhi il kit da bravo esorcista dilettante. E mi venne pure la tentazione di sollevare il tappeto, per accertarmi che non nascondesse uno di quegli strani disegni rituali sotto. Decisi di restarne fuori.
Scossi la testa e mi gettai a capofitto nelle pulizie. Sarò anche stato abituato a vedere horror sul tema ma un conto era la finzione, un conto era la realtà, e questa mi terrorizzava.
Lavorammo quasi ininterrottamente per quattro ore e facemmo una pausa caffè al bar di fronte.
Una volta tornati nello studio mi indicò le lettere dei suoi numerosi “fans” accatastate sulla scrivania. Capii che le lettere dovevano essere da parte di Analogici, solo loro usavano ancora la posta per questo. Mio cugino era anche uno scrittore di libri scientifici e, qualche anno fa s’imbatté in una nuova teoria - non mi ricordo di che genere - e ne rimase talmente affascinato da diventare un parapsicologo. Da quel momento aveva cominciato a leggere i tarocchi ai suoi pazienti e si divertiva a fare esorcismi nel suo studio. Ma se per l’esorcismo non avevo problemi a crederci, non avevo mai creduto a nessuna di quelle teorie propugnate da quel branco di venditori di fumo. Nemmeno alla reincarnazione. Eppure fu proprio su questo che decisi di lavorare. Per sorprendere i miei amici, soprattutto Massimo, dovevo ricorrere a misure drastiche e territori inesplorati, e cosa c’era di meglio di questo? Mi accomodai sulla sedia e cominciai a sfogliare le varie lettere dei suoi pazienti.
“Appena hai fatto ti faccio vedere anche le e-mail.” Mi disse.
“Ok.” Risposi senza alzare gli occhi dalla lettura. Alcune sembravano dei romanzi veri e propri, altre erano palesemente inventate. Lui mi propose anche di assistere a uno dei suoi ultimi casi, se avessi voluto, che si stava rivelando piuttosto interessante. Io risposi: “Magari più tardi. Adesso ho da fare”.
“Ok, hai visto il mio taccuino?”
“No. Che ci fai?” Gli chiesi invece. Fino a quel momento pensavo che lavorasse col registratore.
“Prendo appunti per le mie sedute”.
“Si usa ancora?”
“Sì”.
“Ma dove l’avrò messo?” Borbottò mentre lo cercava nella libreria.
Mi lasciò riordinare la scrivania per fare spazio al quaderno e cominciai a lavorare. Avevo appena scritto Fenice in mezzo al foglio per un brain storming quando mi accorsi del dislivello della scrivania. Così alzai il quaderno e trovai un bloc notes. Mi accigliai perché credevo di aver spostato tutto. Lo sfogliai e lo trovai riempito con la fitta grafia di mio cugino. Dovevano essere gli appunti delle sue sedute. Incuriosito lo sfogliai e lessi gli appunti dell’ultima pagina:
“Che cosa ci fa con questo?”
“L’ho trovato in libreria, l’ho letto e ho pensato che lei potesse aiutarmi”.
“Perché ha chiesto aiuto proprio a me?”
“Perché ci sono dei ricordi che devono essere riportati alla luce e solo lei può aiutarmi, la prego, lei è il solo che possa farlo, ne va…”
Aggrottai le sopracciglia mentre la curiosità si accresceva dentro di me. Quella roba era dieci volte più interessante di ogni cosa avessi mai letto! Sai quante idee avrei potuto tirare giù da quelle pagine?
Solo adesso ho capito cosa fosse quel dialogo. Era la trascrizione della parte mancante del mio sogno. Se avessi fatto quel sogno allora, avrei cominciato a elucubrare. La mia domanda è, come diavolo ha fatto Giancarlo a trascriverlo sessantanove anni prima che lo facessi? Ma non glielo chiesi perché lui non mi permise di finirlo che lo chiuse e me lo tolse di mano, facendomi sobbalzare. E con quel gesto polverizzò tutte le idee che stavano fiorendo nella mia mente. “Ecco dov’era!” Esclamò e lo spostò altrove, fuori della mia portata. Gli chiesi cosa fosse. “Te l’ho detto, è il taccuino delle mie sedute”.
“Oh. Posso leggerlo?” Domandai speranzoso e lui mi disse di no, che non potevo leggere i segreti dei suoi pazienti. Quindi mi arresi e tornai a quella benedetta bozza. Dovevo mettercela tutta, n’andava del mio orgoglio di scrittore, ma mentre lo pensavo il consueto dolore dietro gli occhi tornò a farmi visita.
Soffrivo di continue emicranie e prendevo delle medicine. Di solito un banale antidolorifico mi faceva andare avanti una giornata, ma da quando il Phacelclimax era stato immesso sul mercato, una sola pillola bastava per tre giorni. Ed era ancora il secondo giorno, per questo mi sorpresi quando sentii il dolore. Stavo per chiedere a Giancarlo di darmi qualcosa ma poi mi ricordai che non era un farmacista. E poi lui stesso era talmente assorto nelle pulizie da non essersi accorto di niente. Così cercai di ignorare il dolore e buttai giù tutto quello che mi veniva in mente. E ad ogni parola scritta scoprii di avere tante possibili trame quante parole buttavo sulla carta. E mentre lavoravo, la mia emicrania si attenuò fino a scomparire. Guardai l’orologio. Tra una cosa e l’altra avevo passato tutto il pomeriggio a scartabellare e cercare scrivere. Il mestiere dello scrittore non è così facile come può sembrare. Molto spesso faccio una fatica immensa. Una volta Luca venne a trovarmi e mi trovò in cucina che prendevo un’aspirina. Mi domandò che avevo e risposi: “Ho mal di testa”. “Perché?”
“Ho scritto solo quattro parole”.
“E allora? Per te non dovrebbe essere un problema.” Aveva ribattuto senza capire.
“Sì”, convenni prima di sganciare la bomba, “il problema è che non so nemmeno che diavolo ho scritto”, che lo fece sganasciare dalle risate. Poi cominciarono i nostri mercoledì letterari e presto anche le sue risate terminarono. Qualche tempo dopo andai a trovarlo e lo trovai nella stessa situazione. Solo che lui mi disse: “Adesso capisco che cosa intendevi.” Scossi il capo, sorridendo al ricordo.
Giancarlo aveva finito di pulire da un pezzo, si era seduto sul divano e stava leggendo un libro. Cominciai a raccogliere le mie cose e lui alzò gli occhi: “Vai già via?” Mi domandò, le sopracciglia inarcate. “Sì, è tardi, e stasera cucino io.” Risposi sbuffando, non mi piaceva molto cucinare, e Davide non si sarebbe mai sognato di farlo al posto mio.
“D’accordo, alla prossima”.
“Alla prossima.” E uscii prendendo una bella boccata di smog; l’aria era così marcia che a volte mi veniva da chiedermi come fosse stata un tempo. E come facessero le nuove generazioni a non nascere con un cancro ai polmoni congenito. Mi recai alla fermata dell’autobus e tornai a casa.
Una volta a casa salutai Davide che ricambiò con un miagolio svogliato a malapena più forte della TV. Mentre mi toglievo le scarpe per mettere le ciabatte, m’informò di essere andato a fare la spesa e mi ricordò che avrei dovuto cucinare io. Stando agli accordi dell’ultima infestazione di formiche, i giorni dispari mi occupavo io della casa, i pari lui. Da allora non dovemmo più chiamare la disinfestazione.
Improvvisamente, così, dal niente, la mia emicrania peggiorò e il dolore dietro gli occhi si spostò negli occhi. Mi fecero male i bulbi oculari, sembrava che dovessero scoppiarmi. Sibilai di dolore, sigillandoli forte anche con le mani ma non successe niente. E il dolore scomparve di nuovo. Sospirai di sollievo. Decisi di dimenticare l’episodio e tornai ai miei appunti. Quando ebbi una vaga idea di come strutturare una bozza accesi il pc ultimo modello e vi scaricai la roba che avevo preso da Giancarlo. Mi fermai soltanto per cucinare, mangiare un toast e due mele essiccate accompagnati da un bicchiere d’aranciata, e pulire la cucina. Davide mi schernì bonario: “Non stare troppo appiccicato a quel computer, o un giorno lo accenderò e ti ci troverò dentro a mo’ di file da scaricare.” Ma in realtà sapeva quanto desiderassi che il mio hobby diventasse il mio lavoro.
Risi sarcastico e mi chiusi in camera mentre lui si spaparanzava sul divano.
La mia stanza non era molto grande, non aveva nemmeno le mensole. Però aveva una finestra che dava sull’Arno che ad ogni tramonto si tingeva dei suoi magnifici colori. Nei mesi caldi si potevano vedere i canoisti che vogavano, mentre in qualunque stagione vedevo i gabbiani e i cormorani nuotare o sorvolare le sue acque. A volte i miei amici del liceo mi chiedevano per quanto tempo avrei scritto, se mai sarei diventato uno scrittore. Allora non sapevo che rispondere, adesso lo so: scriverò finché voleranno i gabbiani. In questo senso l’Arno era la mia musa ispiratrice.
Invece se alzavo gli occhi incontravo ciò che restava del passato attraverso i palazzi del centro storico.
Ma quella sera era già tardi e non si vedeva più niente oltre i lampioni così mi staccai dalla finestra e ripresi a scrivere. Alla trecentesima lettera, dopo l’ennesima astrusa lettura di pessima qualità su ufo, possessioni, schizofrenia e compagnia bella, mi dissi ok, adesso lasciamo fare al caso. Chiusi gli occhi stanchi e affaticati e, dopo aver mulinato la mano a caso, la posai sul primo scritto che mi capitò e l’aprii. In seguito feci una copia digitale delle lettere e dei documenti e li caricai sul computer per sfogliarli in seguito. Negli istanti dopo aver preso questa decisione, ebbi un altro attacco d’emicrania e un’immagine mi esplose negli occhi: un paio di seducenti e luminosi occhi femminili contornati da lunghe ciglia ammiccò nel buio e la scena di fronte a me cambiò di colpo.
Mi trovavo in una discoteca. La folla somigliava ad un mare burrascoso e le cubiste sembravano delle naufraghe danzanti. Il Laser e luci varie illuminavano le onde oscillanti che lambivano le isole più o meno immobili dei divanetti.
Mi allontanai dal bancone dello tsunami umano con i cocktail per i miei amici. Il primo dei quali a vedermi fu Dom. Mi fece cenno di sbrigarmi e quando li raggiunsi mi strappò di mano quello centrale rischiando di far cadere gli altri due, già in precario equilibrio: “Ehi, fa attenzione!” Lo rimproverai divertito in contemporanea del suo: “Grazie, amico!”
E mi resi conto di avere una voce dai toni tenorili.
Eddy mi sfilò di mano anche il proprio, ridendo di gusto. Lo guardai ma non mi meravigliai del suo grasso che amava nascondere in tute da rappettaro. Credevano tutti che nascondesse una pistola, e anche noi lo pensammo, ma l’unica arma che avrebbe potuto estrarre da quei tasconi, erano le barrette energetiche. La cosa ancora più buffa era che portava i capelli nella stessa allegra pettinatura in voga tra i nazisti del ‘45. Ma lui non lo sapeva e noi non avemmo mai il coraggio di dirglielo. Bevvi il mio cocktail e lasciai che Eddy andasse a prendere il secondo giro.
La musica faceva talmente schifo che mi venne da vomitare. Già quella di adesso era tremenda ma quella di allora era pure peggio. Tuttavia decisi di non guastargli la serata e mi costrinsi a ondeggiare la testa a tempo e annegare le mie lamentele nei successivi cocktail alla frutta.
La visione evaporò e prima che me ne rendessi conto stavo già guardandone un’altra.
Ero uscito sulla terrazza per fumare e rinfrescarmi un po’ quando la vidi: Abigail. Era la ragazza più bella del college e tutti le sbavavamo dietro. In biblioteca e a lezione mi mettevo sempre vicino a lei. Eppure non avrei saputo dire quale fosse l’esatta natura dei miei sentimenti per lei.
Rimasi paralizzato sull’uscio con l’accendino acceso, la sigaretta pendente tra le labbra e la gente che mi passava accanto da ambo i lati come fossi l’isola spartitraffico, spintonandomi lievemente.
E lei era a pochi metri da me, infilata in un bell’abito nero che evidenziava le sue forme e il suo corpo atletico. Mi vide, mi sorrise e mi venne incontro: “Heath!”
“Ciao, Abigail.” La salutai impacciato, rianimandomi e accorgendomi dell’accendino spento. Lo riaccesi e riuscii finalmente a fumare.
Lei si chinò dai suoi tacchi e mi baciò sulle guance, lasciando che inalassi il suo profumo e dessi una sbirciata al suo generoso decollette. Poi si raddrizzò e mi sorrise, ignara dell’effetto che mi aveva fatto.
“Non ti facevo un festaiolo!” Esclamò tutta contenta.
Buttai fuori il primo tiro: “Ogni tanto piace uscire anche a me.” Sorrisi poi ne inspirai un altro che per sbaglio le espirai in faccia. Lei socchiuse gli occhi e fece un piccolo scatto indietro con la testa. Tossicchiò e si sventolò la mano di fronte al naso. Avvampai completamente e, in preda alla vergogna, borbottai qualche scusa. Ma lei non fece in tempo a rispondermi che un’amica ci raggiunse, la prese per un braccio, disse qualcosa che non capii e la trascinò via.
Abigail si girò un’ultima volta a salutarmi. “Alla prossima.” Le dissi di rimando ma lei era già stata inglobata nella folla. Volevo sprofondare.
Era sempre stato così con lei. Fin dalla prima volta che la vidi quando andammo a visitare i college. Era salita sul mio stesso pullman. E, sollevati gli occhi dal mio arcaico videogame, la vidi e rimasi incantato. Improvvisamente non mi fregava più nulla del videogame. Poi la rividi il mio primo giorno di college.
All’improvviso mi sentii cingere il collo con una presa di judo e un paio di nocche frizionarmi i capelli. Due voci mi risero nelle orecchie e riconobbi Dom ed Eddy. Mi liberai ancora spaventato e con la cute dolente: “Ehi, bello, che fai qui impalato?”
“E’ mezz’ora che sei qui fuori.” Aggiunse Eddy.
Strascicavano un poco le parole, ma erano ancora ben lontani dall’essere brilli.
“Davvero è passato così tanto tempo?” Domandai con ostentata nonchalance. E loro capirono subito: “Ah…Hai visto Abigail, non è così?”
E Dom rise: “Ecco perché sei rimasto qui tutto il tempo!” Ed Eddy mi si parò davanti, oscurandomi la faccia di Dom col suo faccione flaccido pieno di eccitazione: “Com’era vestita? E’ la strafiga delle foto che ci hai fatto vedere?” E cominciarono a cantare una filastrocca in voga tra i ragazzini delle medie di trent’anni fa. Sorprendentemente non me la presi, anzi mi unii allo sgraziato coro, poi, prendendoci vicendevolmente sottobraccio rientrammo nel forno. Il flash scomparve e mi ritrovai immerso nella penombra rischiarata dalla luce bianca tendente al giallo di una stella. Mi rialzai un po’ dolorante e mi guardai intorno mentre riprendevo confidenza con la realtà. Come diavolo ero finito sul pavimento? Poi notai la sedia ribaltata e capii. Mi massaggiai la testa e il lato sinistro del corpo sul quale ero atterrato. Mi ci volle un momento per riconoscere la mia stanza; ma che cosa mi era successo?
“Innocenzo? Stai bene?” Domandò Davide dall’altra parte della porta. Mi rialzai, indolenzito e mi sedetti sul letto. Sibilai tra i denti mentre il dolore cominciava a scemare via. “Innocenzo?” Lo sentii chiamare stavolta più preoccupato.
“Sto bene, non è niente.” Bofonchiai abbastanza forte perché mi udisse. Per quanto tempo ero rimasto svenuto? Mi spolverai i pantaloni e decisi che avevo lavorato troppo e che avevo bisogno di una pausa. Così uscii dalla stanza e mi diressi in cucina a bere un bicchier d’acqua e rassicurare Davide, il quale si fece da parte e mi seguì domandandomi: “Che è successo? Stavo per accendere la TV quando ho sentito il colpo e poi tu non rispondevi”.
Gli gettai un’occhiata e capii che doveva essere passato molto tempo, così mi scusai dicendo che mi ero appisolato ed ero caduto dalla sedia. Questo parve tranquillizzarlo, così mi lanciò un accidente e tornò in salotto, dal quale continuò a maledirmi per avergli fatto perdere l’inizio del programma.
Ridacchiai e bevvi un po’ d’acqua prima di tornare in camera. Però sembrava che l’incidente mi avesse tolto la voglia di rimettermi al lavoro, che temevo sarebbe potuto accadere di nuovo. Schioccai la lingua contro il palato mentre scuotevo il capo. Poi sbuffai, salvai la bozza, spensi il computer e raddrizzai la sedia. Mi cambiai e, una volta disteso sul letto, mi resi conto che gli occhi non mi facevano più male. Cosa cavolo mi era successo? Chi erano quelle persone? Erano un sogno? Non mi era mai successo di sognare ad occhi aperti, prima di quel giorno.
Ripensai ai nomi e ai visi semi sconosciuti. Dominic? Eddy? Abigail? Erano questi i nomi? Non ero sicuro al cento per cento ma chiunque fossero dovevano essere stati importanti per me. Ammesso e non concesso che fosse stato un sogno.
Il dolore se ne andò piano piano nelle ore seguenti e quella notte feci un altro strano sogno.
Stavo rincasando ad un’ora imprecisata della notte, con le guance e gli addominali doloranti come se avessi riso tutto il tempo e mi buttai sul letto ancora vestito. Ma la casa era totalmente diversa dalla mia. Poi la luna piena risplendette alta nel cielo buio.
“Ciao.” Mi salutò un ragazzo mentre scendevo dall’albero dove mi ero appollaiato.
“Ciao.” Risposi allegro, e scoprii, sconcertato, di essere una donna. Il mio sconcerto non finì certo lì: ero contenta di rivederlo, mi sembrava di conoscerlo da sempre. Mi sentivo piena d’attese.
Ma lui non sembrava dello stesso avviso. Sembrava piuttosto che volesse farmi del male.
E la paura s’impossessò di me. Arretrai e cercai di scappare via, ma lui m’immobilizzò e mi tappò una bocca con una mano per impedirmi di urlare. Allora cercai di divincolarmi ma senza successo, poi mi premette l’altra sul costato, esattamente in mezzo ai seni, e recitò quella che sembrò una formula magica. Gridai di dolore mentre le energie mi abbandonavano completamente e mi accasciavo al suolo, svuotata.
Quando mi svegliai il mattino seguente, mi tastai e sospirai di sollievo nel sentire il mio corpo da uomo sotto le mani. Poi mi alzai, guardai l’ora sulla sveglia con un occhio, mentre sbadigliavo. Andai a farmi una doccia ritrovando con immenso piacere la mia casa.
Davide si era alzato da qualche tempo: le sue lezioni cominciavano presto, le mie verso le dieci, quindi toccava a me pulire. Uscii dalla doccia e ripulii un tondo di vetro appannato con la mano, di modo che vedessi il mio viso. Non ero mai stato un tipo vanesio, ma non ero neanche così inguardabile. I miei capelli gocciolanti sembravano neri e i miei occhi verdi come quelli di Giancarlo mi fissavano sopra due borse scure. Ripulii completamente il vetro col phon e mi asciugai. Poi lavorai un po’ al manoscritto. Sulle prime temetti di essere colto da un altro attacco, ma non successe niente. Lavorai fino alle nove e mezzo, poi mi vestii, presi la borsa dei libri e andai a lezione. Poiché era ancora settembre erano pochi i corsi ricominciati e avevamo ancora buona parte della settimana libera.
La prima lezione si teneva in palazzo Boileau in via Santa Maria. Il centro storico di Pisa era rimasto pressoché uguale nel corso del tempo. I palazzi qui non erano demoliti, soltanto ristrutturati.
Pisa campava di turismo dal XX secolo, quindi era importante dare l’impressione che il tempo era fermo. Persino le guide erano abbigliate con costumi quattrocenteschi e parlavano in antico dialetto fiorentino, che poi traducevano per i loro ospiti stranieri. Solo noi studenti, turisti, e negozietti eravamo infiltrazioni di presente nelle crepe del passato.
Ascoltai la lezione con malavoglia, senza neanche prendere uno straccio d’appunto, poi andai in biblioteca a studiare qualcosa. Mi scapicollai sui libri fino all’una prima di recarmi a mensa e alla prossima lezione, dimenticandomi del seminario di simbologia.
A volte mi chiedo che cosa sarebbe successo se me ne fossi andato. Se sarebbe stato diverso, o se sarei comunque riuscito a diventare uno scrittore o meno. Questo non posso saperlo, ma posso sapere con assoluta certezza che se non avessi partecipato, sarei una persona completamente diversa. E poi non avevo niente di meglio da fare. Così mi sorbii il prof Reticetti parlarci dei simboli nel mondo e le funzioni che avevano ricoperto nel corso della Storia. Mentre ero prossimo all’assopirmi, udii una voce femminile famigliare sussurrarmi all’orecchio destro: “Il simbolo è niente, la realtà è tutto”.
Scossi il capo e mi guardai attorno ma nessuno aveva parlato. Allora mi convinsi di essermelo immaginato. In ogni caso ero riuscito a scrollarmi di dosso il torpore. Giusto in tempo per l’intervento dell’ospite del seminario. Un certo americano di qualche college famoso, di nome Boyd. Il prof Boyd era un signore di mezz’età dalla pelle scura quanto la scrivania di Reticetti, dal sorriso smagliante vestito di camicia chiara e pantaloni beige. Però aveva un bel modo di esporre i fatti e catturò subito la mia attenzione. Mentre parlava e coinvolgeva la classe, menzionò gli studi di un professore del secolo scorso, Heathcliff Kaine. Il nome non mi era nuovo: l’avevo già incontrato sui libri di storia dell’arte antica e di storia del liceo. Però era la prima volta che acquisivo qualche nozione in più su di lui. Era stato grazie a lui che molti simboli antichi avevano acquisito un senso: era sua la traduzione della lineare “greca A” e del fenicio, e malgrado tutto, mi sembrò piuttosto interessante. Verso le cinque il seminario finì e ne uscii piuttosto incuriosito. Stavo ancora pensando al seminario quando rincasai, accesi la radio e lasciai che il pezzo del momento inondasse la mia abitazione. Non avevo di che preoccuparmi del volume visto che quella sera Davide era a dormire da amici.
Mangiai qualcosa e mi rimisi a lavorare al mio romanzo. Dopo un po’, annoiato e a corto d’ispirazione, spensi la radio e mi misi a guardare la TV. Stavo guardando un film quando mi assopii e, nel dormiveglia, gli occhi ripresero a farmi male.
Parcheggiai un fossile di Trans Am di fronte la casa dei miei nonni. Spensi il motore, presi la torta che avevo comprato poco prima alla pasticceria e scesi. Una volta sulla porta suonai il campanello. Dopo mezzo secondo Pillola, il volpino dei nonni, cominciò ad abbaiare e la voce di mia nonna si erse con la potenza di uno squillo di tromba sopra il frastuono del cagnetto. Aprì la porta e il minuscolo Pillola schizzò fuori per farmi le feste. La nonna buttò il naso ricurvo fuori casa e mi vide grattare il cagnetto dietro le orecchie. La nonna era una sessantenne minuta come un uccellino. I morbidi capelli a caschetto freschi di permanente, indossava un golfino verde scuro sopra un vestito a fiori dal colore imprecisato dopo l’ultimo incasinato bucato di papà. “Oh, Heath! Vieni qua, fatti abbracciare”.
Mi raddrizzai e mi chinai di nuovo per lasciarmi stringere. Non mi aspettavo una stretta così potente. Poi prese la torta e mi domandò come stavo e tutte le domande di routine alle quali risposi con un sorriso. Pillola ci saltellò attorno e poi entrò abbaiando.
Dal bagno spuntò mio padre: “Oh, ciao Heath.” Mi sorrise e andai a salutarlo. Notai subito che lui, a differenza della nonna, era vestito estivo. E, prima che fiatassi, mi annusò ben bene: purtroppo avevo fumato altre cinque cicche prima di raggiungerli. Scosse il capo con aria deplorevole e poi andò in salotto. Rimasto solo con la nonna le chiesi il perché di quella strana mise: “Ho freddo, piccolino”. “Ma se sono quasi trentanove gradi all’ombra là fuori!” Obiettai con un sorriso ironico.
“E’ solo una sensazione. E’ come se qualcosa si fosse ghiacciato”.
Le domandai se stava bene. “Sì, solo che c’è qualcosa che non va. Me lo sento nelle ossa”.
“Ah. Non muori di caldo con quel maglione?”
“No.” Mi guardò da dietro le lenti degli occhiali da vista: “Tu non hai sentito niente di strano stanotte?” Scossi il capo, poi andai a salutare il nonno. Lo trovai in camera, paralizzato e attaccato ad un sondino e ad un catetere. Sostai per un po’ al fianco del letto e gli presi la mano nella mia, stringendola lievemente. Poi me ne tornai di sotto prima di scoppiare a piangere. Scesi le scale e trovai papà accomodato al tavolo della cucina, già pronto per mangiare. Intanto che la CNN snocciolava le notizie del giorno. La nonna mise la pasta in tavola e papà, smettendo per un attimo di guardare la TV mi guardò: “Come va?” Domandò di nuovo. Mi limitai a rispondere: “Tutto ok”.
“Il college?”
“Bene”.
“Bene”, ripeté e, dopo un po’, “hai salutato il nonno?” “Sì”. “Bene”.
Alla fine della giornata la nonna mi abbracciò forte e si raccomandò: “Stai attento, stanotte la luna è rossa”.
Improvvisamente il telefono squillò e aprii gli occhi con un sussulto. Ero davanti la finestra aperta e sentivo di avere la gola piena di fumo. Il suo saporaccio mi fece tossire. Solo dopo mi accorsi di avere tra le dita una sigaretta mezzo consumata. Cosa diavolo ci facevo con le sigarette di Davide? La gettai via e seguii con gli occhi il tizzone ancora ardente rimbalzare due volte in strada. Poi andai a sciacquarmi la bocca, ma per quanto sciacquassi, il sapore persisteva. Dovetti consumare un tubetto di dentifricio per togliere il saporaccio. I residui scomparvero da soli.
Sapevo che alcune medicine avevano degli effetti collaterali, per questo aprii l’armadietto del bagno e lessi il foglietto illustrativo delle pillole di Phacelclimax. E la cosa mi lasciò alquanto perplesso visto che tra i suoi effetti collaterali non c’erano né il tabagismo né il sonnambulismo né quegli strani sogni ad occhi aperti.
Mi passai una mano sugli occhi, sempre più confuso, e li sentii bagni, come se avessi pianto. Mi asciugai le lacrime rimaste impigliate nelle ciglia. “Ho pianto?” Dissi, incredulo. E la domanda che rimbalzò sullo specchio lo fece sembrare ancora più reale. “Perché ho pianto?” Domandai alla mia immagine riflessa, ma né io né lei conoscevamo la risposta, e se anche l’avesse conosciuta, non avrebbe potuto dirmela. Riordinai tutto, comprese le sigarette, e poi presi una chewing-gum alla menta dal pacchetto che avevo comprato quel pomeriggio.
Mi sedetti di nuovo sul divano, proprio mentre cominciavano i titoli di coda e guardai il cellulare: era una chiamata persa d’Erys. Scossi il capo e sbuffai infastidito. Misi da parte il telefono dicendomi che non aveva senso richiamarla, che tanto l’avrei vista l’indomani. Quindi lo spensi e mi ridistesi sul divano, stavolta a guardare dei video musicali.
Non dimenticai così facilmente l’episodio della sera prima. Che la mattina dopo che mi destai l’avevo ancora bene impresso nella mente. Così chiamai il dottore che mi aveva prescritto quelle pillole. Volevo prendere appuntamento per informarlo che non bastavano più. Soltanto per scoprire che era in vacanza alle Maldive con la moglie. Accidenti, che sfortuna.
Guardai quell’odioso flaconcino cui reputavo la colpa di quella roba, e presi una pillola con un bicchiere d’acqua. Infine mi misi al computer. Quella mattina scrissi esattamente cinque parole in ordine sparso e senza senso logico. Alla fine mi arresi e andai a lezione a palazzo Carità. Tanto per fare qualcosa indossai gli auricolari dell’mp3 alla ricerca di una canzone. Misi lo shuffle e suonò Battito vitale di una cantante del secolo scorso. Non so perché ma alle medie mi appassionai fino a collezionare tutta la sua musica. Però non lo dissi a nessuno, finsi di adeguarmi ai gusti del momento fino all’università, quando nessuno si preoccupò più di queste stronzate. Ero arrivato in piazza Dante e passai davanti a uno dei bar che si contendevano la numerosa clientela da generazioni. Lì vidi una ragazza seduta ad un tavolo esterno, apparecchiato con una tovaglia rossa. Stava per bere il suo cappuccino quando mi vide. Aveva i capelli lunghi fin sotto il seno, lisci dello stesso colore dell’ebano. Una ciocca davanti l’orecchio destro era intrecciata con una piuma e delle perline colorate, e gli orecchini a cerchio facevano capolino dalle ciocche. Al collo portava un foulard di tutti i colori del viola che faceva risaltare i suoi occhi violetti, rischiarati dalla mia vista. La pelle dorata risaltata dalla canottiera azzurro cielo. Erys. Pensai senza sorridere. Alzò una mano per salutarmi con un sorriso timido, ma io le feci capire a gesti che non mi sarei fermato. Mi lanciò uno sguardo deluso ma annuì e non mi trattenne. Non avevo voglia di fermarmi a parlare con lei: era un tipo strano che se ne stava sempre da sola. Correvano strane voci sul suo conto ed ero più che certo che mi avesse preso di mira. C’eravamo conosciuti l’anno scorso nella fila a mensa però non le parlavo molto, non mi piaceva mescolarmi con le stramboidi.
Andai a lezione e poi in biblioteca. Ero curioso riguardo a questo professor Kaine, perciò mi appropriai di un computer e cercai informazioni su di lui. Appena cliccai Cerca uscirono decine e decine di pagine su di lui. La cosa mi stupì alquanto: non pensavo che fosse così famoso. Ma alla fine optai per la classica biografia su Wikipedia:
Heathcliff Kaine
Heathcliff Jerome Cornelius Kaine nacque il 12/06/1993 a Washington DC da genitori adolescenti, Alexander Wilson Kaine (1977-2056) e Nia Olsen (1979- 2002).
In seguito alla nascita del primo e unico figlio, la coppia si sposò nel 1994 e rimasero insieme cinque anni. I tre andarono a vivere insieme a Springfield l’anno seguente.
Due anni dopo la nascita del piccolo Heathcliff, Nia divenne una fotomodella di successo e suo padre lasciò la scuola per cominciare a lavorare a un benzinaio. Il matrimonio tra i Kaine durò poco: Alexander collezionava decine d’amanti e quando Nia lo scoprì, chiese il divorzio e di lì cominciò un’aspra battaglia legale per la custodia del loro unico figlio. Battaglia che si concluse quattro anni dopo con la decisione della custodia congiunta del giudice.
Fu proprio il piccolo Heathcliff a trovare il cadavere della madre, in camera, che si era tolta la vita con delle pastiglie la mattina del 9 settembre 2002, poco prima di andare a scuola.
Da allora visse col padre e i nonni fino al 2011 quando si trasferì in un appartamento a Woodhouse. Cominciò a fumare a 14 anni e da allora non smise più.
Studente nella media, al liceo non frequentò nessun circolo, meno l’ultimo anno che si iscrisse al corso di scacchi e si diplomò nel 2014.
Frequentò il college di Harvard nel 2015. In quel periodo morì anche suo nonno paterno: Jeremy Kaine, professore di matematica del liceo, in seguito ad un ictus che lo paralizzò nel letto per tre anni.
Tra le amicizie del giovane Kaine sono da ricordare il famoso dj Eddy Ward e dei pericolosi teppisti di strada come Dominic Mendes e Austin Stonewall, morti in sparatorie nello stesso anno.
Dominic ed Eddy. Somigliavano moltissimo ai due nomi che avevo detto nella prima visione. Che fossero proprio loro? Cliccai sui due nomi e comparve una fotografia di Eddy e la sua biografia ma per quanto riguardava Dom non trovai niente. Ma ciò non mi scoraggiò: ero sicuro che fossero loro.
Tornai indietro e ripresi a leggere.
Nel 2016 imparò l’italiano e si trasferì in Italia a seguito della borsa di studio che l’università di Pisa gli aveva conferito. Al ritorno in America avvenuto nel 2023, divenne professore di Simbologia nella stessa università che aveva frequentato.
Nel 2024 scoprì il sistema per tradurre la lineare A.
Nel 2033 decifrò l’alfabeto fenicio. Sotto di lui si formarono i migliori simbolisti che adesso portano avanti la sua scuola di pensiero.
Non si sposò mai e non ebbe figli da relazioni extraconiugali, benché abbia avuto numerose amanti. Riguardo al matrimonio era solito dire: <<Mi piacerebbe sposarmi, ma non riesco ad innamorarmi di nessuna. Mi sembra che ci sia qualcosa che non vada; è come se mancasse una persona, ma non riesco a capire chi sia>> oppure <<Piuttosto che vivere la vita, preferisco scomparire in essa>>.
Durante gli ultimi anni della sua vita si avvicinò alle filosofie orientali ma non si convertì mai a nessun credo religioso.
Il suo primo lavoro letterario fu la raccolta poetica: Seppellendo l’ascia di guerra del 2020,
seguita dal volumetto “Tra le rovine” del 2025, e dal“Trattato sull’Immortalità” del 2030 e al
“Trattato sulle Anime” del 2039.
In più è rimasto famoso per alcune teorie sulla magia, l’esoterismo e la mitologia, che però non lo gratificarono dal punto di vista accademico.
Nel 2037 gli fu diagnosticato il cancro ai polmoni. Si spense nel maggio di due anni dopo nella sua casa di campagna.
Il padre non si risposò e non ebbe altri figli, ma pianse sempre la perdita del suo unico, geniale figlio.
Trovai su youtube il video originale dell’intervista dopo la pubblicazione del Trattato sull’Immortalità. Indossai le cuffie antidiluviane che usavamo quando volevamo ascoltare l’audio in biblioteca. Non dimenticherò mai quel video. Kaine era un uomo alto e magro, con una criniera leonina ad incorniciargli il volto, striata qui e là di frezze argentee. Il suo viso non era stato quasi toccato dai segni del tempo. E le sue labbra erano una linea dritta che sicuramente erano state attraversate da molte lacrime. Non so perché lo pensai, sapevo solo che mi dava l’idea di essere quel tipo d’uomo che si rintana in un angolo buio a piangere. Era seduto sulla poltrona di pelle purpurea e di tutta l’intervista mi rimase impressa una frase in particolare, la risposta alla domanda: “Professor Kaine, perché ha voluto scrivere un trattato sull’immortalità?”
“Perché penso che la gente debba sapere che è vera, che non è una leggenda.” Rispose tranquillo con voce roca e frusciante come foglie secche, regalo d’anni e anni passati a fumare. Battei le palpebre, perplesso: non mi aspettavo un timbro vocale così. E anche lo sguardo stanco e saggio, la postura rilassata e il modo in cui teneva quella gamba accavallata e di come, a volte, giocherellava con l’orlo della sua camicia. E di riflesso mi accorsi che anch’io stavo facendo la stessa cosa con il colletto della mia maglia. Quando me ne accorsi smisi e abbassai lo sguardo, imbarazzato e infastidito.
Purtroppo il video non era ben definito. Doveva essere stato danneggiato da un virus o qualcosa del genere. Lo chiusi e cercai qualche immagine del professore su Internet. E ne trovai parecchie, in mezzo a sconcezze, manga e altra roba che non avevano niente a che vedere con lui.
Tra tutte le foto che sfogliai, soltanto una mi saltò agli occhi, quella scattata al momento della festa di laurea. Si capiva che gli era stata scattata a tradimento. Era appoggiato allo stipite della porta ed era vestito con un completo grigio molto simile a quello del video. Era girato come se qualcuno lo avesse chiamato e guardava il fotografo con occhi talmente malinconici che rimasi scosso. Come se stesse pensando a qualcosa di orribile. Eppure non risultava niente di tutto ciò dalla sua biografia.
Non era normale che un ragazzo così giovane emanasse tutta quella tristezza che offuscava il suo sorriso. Era come se avesse conosciuto i dispiaceri della vita troppo presto e se ne fosse già stancato, nonostante la sua giovane età - i capelli e la postura inconfondibili - somigliava ad un naufrago da poco uscito da una tempesta. Inoltre aveva qualcosa di famigliare ma non capii cosa.
La stesura della bozza procedeva a gonfie vele. Quel pomeriggio stavo scrivendo all’ombra di un cedro di Piazza Dante quando improvvisamente gli occhi cominciarono a farmi male.
“Oh, no!” Feci per prendere il flaconcino di pasticche dalla borsa ma prima che ci riuscissi la scena cambiò di colpo.
Il tramonto dai vari colori caldi, quasi come una fiamma psichedelica, mi ricordò che quel giorno era il compleanno di Dom e che non avevo ancora comprato un regalo. Mi detti una manata sulla fronte: “Che razza d’amico sono?” L’avevo completamente rimosso.
Stavo per cominciare ad imprecare quando mi scoprii ad osservare con interesse la fermata. La cosa che mi fece strano era che la stavo guardando come se mi aspettassi di vederci qualcuno. E quel qualcuno lo incontrai ma ad un’altra fermata, speculare a questa. Quella di Woodhouse. Appena sceso scoprii che qualcuno stava inerpicandosi da lì da un fosso, sibilando di dolore. Non so come feci a sentire il sibilo, o forse vidi solo il viso addolorato che emergeva dai lunghi riccioli rossi. Mi avvicinai a lei e saltando nel fosso vuoto, atterrando sui frammenti di tutto e altra roba, e l’aiutai a mettersi seduta sulla sponda.
“Tutto bene?” Le domandai mentre si massaggiava le parti doloranti. Poi mi accorsi di dove mi trovassi e saltai sulla banchina a mia volta. Lei sollevò il viso e incrociò per un attimo il mio sguardo e poi sbottò: “No! Non è successo niente!”
“Stai bene? Hai battuto la testa?” Le domandai e lei mi guardò male con un bagliore di feroci occhi nocciola. Si alzò in piedi, e il labbro le tremò nel tentativo di trattenere quello che sembrava un grido di dolore e poi, senza darmi una risposta se andò zoppicando un poco; cosa stava facendo?
Il mio sguardo fece la spola tra lei che ormai stava già allontanandosi e il fosso. Io la conoscevo, io la conoscevo ma non riuscivo a rammentarmi il suo nome. Ero stupefatto, il cuore gonfio di gioia e pulsante come non era da molto tempo. Adesso so chi è. Adesso mi ricordo di lei, pensai gioioso. Era come se un velo di nebbia si fosse improvvisamente diradato, o come se fossi riuscito a ricordare un sogno. E poi mi sovvenne un pensiero. Chi? Mi ricordo di chi? Ma prima che potessi ricordare altro qualcosa di freddo mi fu schiaffato in fronte e ritornai alla realtà, dove fui accolto da una macchia nera, dorata e violetta che mi chiamava con voce famigliare. Misi a fuoco Erys. “Innocenzo.” Mi chiamò sollevata quando i miei occhi incontrarono i suoi. Mi rialzò e mi abbracciò stretto e io non ci capii un’acca mentre continuava a ripetere una litania contenente le parole: “Grazie al Cielo. Grazie al Cielo stai bene. Grazie al Cielo…” Non ricambiai l’abbraccio e scorsi sull’erba una bottiglietta d’acqua che andava svuotandosi nell’aiuola. Ero ancora seduto e sentivo la fronte e i capelli bagnati, ma non capivo se mi aveva pianto addosso o se era sudore mio. Solo dopo ricollegai la bottiglietta alla sensazione di bagnato.
Le misi le mani sulle spalle e la scostai per chiederle che cosa era successo. Lei mi guardò e rispose, preoccupata: “Ero seduta sulla panchina quando ti ho visto accasciarti sull’erba. Mi sono avvicinata e ho cercato di svegliarti.” La guardai con tanto d’occhi. Cercai di capire se mentiva, ma era sincera. Davvero mi era successo questo? Com’era possibile? Non avevo vissuto i sintomi dello svenimento. Poi fu lei a chiedermi “Che cosa è successo?” passandomi un fazzoletto di carta col quale mi asciugai la faccia e il collo. “Niente.” Mentii e la scostai accartocciando il fazzoletto che cacciai in tasca. Raccolsi le mie cose e mi alzai. Lei m’imitò: “Non è vero che non ti è successo niente.” Ribatté, poi mi supplicò “Per una volta dimmi la verità, Innocenzo.” Non l’avevo mai sentita supplicare prima e la cosa non mi fece piacere. Non le dissi niente, mi limitai a scoccarle un’occhiataccia e me n’andai senza nemmeno salutare. Avevo appena svoltato l’angolo quando fui fermato da uno di quei predicatori evangelisti che diffondevano la parola del Signore. “Salve, fratello.” Mi disse, “Vuoi sapere la buona novella?” Perché? In questi secoli la Bibbia era stata aggiornata, per caso? Roteai gli occhi ed emisi un verso di frustrazione, ci mancava solo lui. “No, grazie.” E feci per andarmene ma lui mi seguì dicendo: “Come, fratello, non vuoi essere salvato?”
“Neanche se finissi sotto un tir.” Ribattei con lo stesso tono aspro che tiravo fuori coi vu cumprà. Poi gli augurai buona giornata e andai a casa.
Non tutte le visioni erano coinvolgenti come quelle della ragazza dai capelli rossi. Ce ne erano alcune un po’ più strampalate per i miei gusti. Come quella che ebbi la sera seguente a questo avvenimento. Stavo leggendo un giallo che mi aveva regalato Alberto per il mio compleanno quando il dolore mi colse di sorpresa nel momento clou dell’interrogatorio del sospettato principale.
Raggiunsi Dom e il resto del gruppo al ristorante con le luci al neon che lampeggiavano alte sull’insegna. Salutai le nostre amiche e riabbracciai un vecchio amico che non vedevo da qualche tempo.
Durante i festeggiamenti raccontai a Dom il motivo del mio ritardo ma non ero sicuro che mi stesse ascoltando, e non solo perché si stava già scolando la prima birra della serata.
Comunque il nostro tavolo fece così tanto casino che quello che gli dissi rimase tra me e lui. E scoppiò a ridere con quella sua risata animalesca: “Oh, Heath, ma le trovi tutte te le svitate?”
Mio malgrado risi anch’io. Aveva ragione, era una storia talmente assurda che sarei potuto essermela inventata. Io stesso stentavo a credere alle mie orecchie: “Devo avere la calamita”.
Così scacciai definitivamente la rossa dalla mia testa e mi divertii. Mi stavo divertendo così tanto che credo di aver ecceduto un po’ con l’alcol. Perché presi la nuca del mio migliore amico e avvicinai la sua faccia alla mia per baciarlo. E lui si lasciò baciare. Poi la scena si congelò e divenne in bianco e in nero per disgregarsi e ricompattarsi in milioni di milioni di parole nere sulle pagine bianche del libro.
Ritornai in me battendo le palpebre. La bocca corrucciata, la sensazione di barba appena accennata poco sopra la bocca, un lieve sentore dell’erba che si era fumato e della birra che si era scolato, sulla punta della lingua. Mossi le labbra da una parte e dall’altra e il sapore scomparve dopo un po’. Poi alzai le sopracciglia ed emisi un respiro profondo: “Però…Che variegato campionario di fantasie mi scatenano queste pillole. Farebbero la felicità di un drogato.” Aggiunsi voltando pagina tra me e me e mi domandai tra quanto sarebbe tornato il dottore. Davide mi udì dalla cucina mentre lavava i piatti a ritmo di Everytime dei The Kolors e domandò, come se si sentisse chiamato in causa: “Hai detto qualcosa?”
“No.” Risposi annoiato e la cosa finì lì.
Il giorno dopo non rividi Erys anche se l’avevo sognata la sera prima. Meglio così, non mi andava di vederla anche dal vivo.
Andai a lezione di latino ma non fu poi così interessante. Mi alzai verso le 9.30, lasciando il registratore acceso per andare in bagno e, una volta uscito, mi lavai le mani. Ma proprio quando pensavo che quella giornata sarebbe trascorsa piatta come le altre, alzai gli occhi sullo specchio e vidi la mia immagine evaporare per lasciare il posto ad un’altra visione. Improvvisamente fui assalito dal dolore agli occhi. Solo che stavolta non svenni.
Ero appena uscito dalla biblioteca del college. Oh, se ci vedevo male. Mi succedeva ogni volta che leggevo o scrivevo troppo, che dopo vedevo il mondo fatto di parole. Mi succedeva più o meno dal terzo anno del liceo. Ma ormai sapevo come comportarmi, così chiusi gli occhi e li mossi da una parte all’altra per qualche secondo. Quando li riaprii la vista si era ristabilita completamente e ripresi a camminare. Poi la rividi alla fermata dell’autobus, in piedi accanto al palo con gli orari e che fissava l’asfalto con interesse. “Guarda che se stai cercando di ucciderti, gettarsi non basta, devi aspettare una macchina, come minimo.” Le dissi vergognandomi solo dopo della mia stronzaggine. Lei mi fulminò con gli occhi: “Grazie del consiglio.” Ribatté aspra, “Lo terrò a mente per la prossima volta”.
“Prego.” Feci per sedermi quando la sua voce mi richiamò: “Certo che hai una gran considerazione della vita umana”.
Mi girai e la scoprii girata di tre quarti verso di me. Le braccia conserte.
“Non sono affari miei. Faccio la mia vita e del resto non m’importa un cazzo”.
Finse di rabbrividire e si sfregò le braccia con un sarcastico “Wow che cinismo” che presi per un complimento al quale risposi: “Lusingato”.
Si allontanò.
Così sparì la visione. Mi ritrovai a fissare lo specchio con gli occhi secchi e una strana sensazione di dolore e vergogna. Battei le palpebre e mi sciacquai gli occhi finché non li sentii normali.
Rientrai in aula con la faccia ancora bagnata e mi sedetti al mio posto, tornando ad ascoltare la lezione. Dopo mezz’ora mi accorsi di un paio d’occhi bruciarmi la schiena. Mi girai nella direzione dalla quale proveniva quello sguardo ma non vidi nessuno.
Capitolo 7 (Water Stars)
La maledizione del lago di Toblino
Col tempo ebbe anche modo di conoscere il resto della servitù e della sua famiglia. Come promesso dalla zia, i cinque cuginetti che un giorno incontrò in cucina a pranzo, lo tartassarono. Ricordava che stava mangiando il proprio panunto con provatura fresca quando si ritrovò circondato. Il panunto si otteneva facendo rosolare nel burro già caldo le fette di pane, precedentemente arrostito. Poi messo su ognuna una fetta di mozzarella e grigliate. Quando il formaggio era fuso e dorato, veniva spolverato sui crostini con una miscela di zucchero e cannella tritata, spruzzati di acqua di rose e serviti ben caldi. Non che amasse particolarmente quel cibo. Però ritrovarsi quei cinque bambini allegri che a tratti somigliavano alla zia e altri lo zio, lo sconcertò. Anche perché gli erano arrivati alle spalle senza che se ne fosse minimamente accorto.
Se si accorse di loro fu solo perché li sentì ridacchiare. Perciò, quando si volse e li vide, sobbalzò scatenando le loro aperte risa. I bambini in questione non erano più grandi di lui. Il maggiore avrà avuto al massimo dieci anni, mentre il più piccolo sei. Erano tutti maschi. Ma portavano la chioma lunga ed erano vestiti tutti allo stesso modo. E alcuni di loro avevano la boccuccia sdentata tipica dei bambini di quell’età. Poi il più grande prese l’iniziativa e disse, con la sua vocetta stridula: «Tu sei il cugino Agostino!» E subito gli balzò in grembo per abbracciarlo, seguito dagli altri fratellini, che fecero quasi a gara per accaparrarsi una parte del ragazzo, neanche fosse stato una fetta di pane col formaggio. Suo malgrado il ragazzo non si mosse nel timore di far loro del male. I bambini cominciarono a stropicciarlo tutto. Agostino sentì delle manine pizzicare e giocare con le sue guance, altre che gli tirarono le orecchie. Gli facevano domande cui al momento non era importante rispondere. Perché poi uno di loro cominciò a dire: «Giochi con noi?» E tutti gli altri fecero subito eco. Il poveraccio fu costretto a dire di sì.
Il resto della servitù guardava quella scena divertita.
Quelle piccole pesti avevano trovato un nuovo giocattolo da vessare.
Addirittura, il più audace della nidiata si era arrampicato sullo schienale e adesso aveva sottratto il cappello al cugino, scoprendo la sua chiazza bianca. Suscitando stupore e meraviglia nei bambini. I quali presero a tempestarlo di domande fino a rintronarlo. Finché poi il capobanda non si era separato dal gruppo con un balzo, si era girato verso di loro e aveva urlato: «Nascondino!» I piccoli avevano urlato il loro assenso e avevano coinvolto anche il cugino. Fecero contare proprio lui. Non gli dettero nemmeno il tempo di finire la colazione che lo trascinarono subito nel gioco. Il poveretto provò a cercare di svincolarsi ma non ce la fece proprio. Quelle piccole pesti l’avevano messo con le spalle al muro. «Ma non so neanche come vi chiamate! Come faccio a riconoscervi?» Doveva ammettere che, nonostante le differenti età ed altezze, tra quei cinque non c’erano moltissime differenze. Il secondogenito li presentò tutti: «Io sono Basilio, questo è Antonino, questo è Gregorio, questo è Gervasio e lui è Alcibiade. Ora ci riconosci. Giochiamo!» Dichiarò a gran voce con lo stesso tono che se avesse detto: «Facciamo festa!»
Due pesti si misero a saltellare mentre Agostino roteava gli occhi e si volgeva verso il muro e cominciava a contare. «Fino a quanto?» Domandò, interrompendo il conto.
«Trenta!» Sentì esclamare in risposta.
Roteò gli occhi, scosse il capo e tornò a contare. Il problema era che sapeva contare a malapena fino a venti. Perciò, una volta che ci arrivò riprese il conto e finì per contare fino a quaranta.
Proprio in quel momento arrivò in cucina lo zio con in mano il libricino di tutti i suoi conti. Al suo fianco stava il fido Armando. Stavano discutendo degli affari di palazzo quando videro quella scena: il povero Agostino costretto dai cinque a giocare a nascondino. Uno si nascose sotto al tavolo. Uno sgattaiolò dietro Armando e gli fece cenno di stare zitto. Un altro ancora uscì dalla cucina e si nascose di fianco alla porta. Uno si nascose dietro la catasta di legno e il più piccolo di loro sotto le sottane dell’anziana Tea, che ridacchiò sotto ai baffi, indecisa se essere divertita o imbarazzata, ma stette al gioco.
Lo zio restò di stucco quando sentì il nipote contare due volte venti invece che fermarsi a trenta.
Ma si sedette al tavolo e uno dei figli approfittò della situazione per nascondersi tra le gambe del padre, infilate sotto al massiccio tavolo. Armando si accomodò davanti a lui e osservò a sua volta il nipote del maggiordomo senza dire niente, mentre i cuochi e qualche domestico servivano loro la colazione.
Agostino finì di contare e poi, quando si volse, trovò la cucina come prima che arrivassero i masnadieri. La differenza erano le occhiatine e i sorrisetti divertiti dei cuochi e dei servitori. Il giovane li cercò vagamente con gli occhi, nel vago tentativo di individuarli. Ma non ci riuscì. Perciò si arrese e cominciò a cercarli. In realtà non aveva molta voglia di giocare. Doveva ambientarsi ed era sicuro di aver appena dimostrato alla servitù la sua scarsissima cultura scolastica. Non sapeva neanche scrivere il proprio nome. Il massimo che poteva fare era tracciare una X su un foglio. E anche lui lo sapeva. E, a causa di questo pensiero, non si accorse che le pesti gli sgattaiolavano alle spalle e gli facevano degli scherzi. Uno, addirittura, osò nascondersi sotto le sottane di una delle anziane cuoche. Ma si vedeva benissimo che era lì, nonostante le precauzioni. E la signora guardava il poveraccio come se lo sfidasse a sollevarle l’abito per verificare l’esattezza della sua teoria. Agostino non provò mai un imbarazzo più grande di quello che provò in quel momento. Molte cose da piccolo avrebbe potuto fare un’anziana, tirarle i capelli o scioglierle il grembiule di nascosto per il semplice gusto di farglielo cadere. Ma arrivare a sollevarle la gonna così, mai.
A salvarlo fu proprio lo zio. «Quando hai finito di importunare la povera Tea, vieni qui, per favore».
Il ragazzo sussultò. E lo zio quando era entrato? «Da quanto siete lì?» Domandò, colto alla sprovvista. «Abbastanza per vedere quello che combini».
«Non è colpa mia, i miei cugini mi hanno chiesto di giocare a nascondino.» Disgraziatamente si era già dimenticato come si chiamavano. Altrimenti li avrebbe nominati.
«Bè, allora finisci in cinque secondi di cercare e poi vieni qui».
«In cinque secondi? Ma è impossibile».
«Davvero? Basilio e Antonino, tornate qui, Gervasio, esci da sotto al tavolo,» ciò detto mollò un calcetto al figlioletto che era proprio sui suoi piedi. Il poveretto batté la testa contro il tavolo e lanciò un versetto di dolore. «Gregorio, per amor del cielo, dimmi che non ti sei nascosto dietro la catasta di legno e Alcibiade, per favore, non mettere in imbarazzo tuo cugino. Esci fuori dalle sottane di Tea!» E un coro di cinque bambini al quale era appena stato rovinato il gioco si fece sentire mentre la masnada si radunava protestando scontenta contro il genitore. Il piccolo che aveva battuto la testa uscì da sotto al tavolo massaggiandosela. Gli occhi lucidi di lacrime trattenute. Il genitore lo prese in braccio e il bambino si ritrovò a guardare male il genitore. Ma non disse niente.
«Ci hai rovinato il gioco.» Fece Antonino incrociando le braccia con una smorfia infantile buffissima. «Perché, padre?» Fece un altro dei cuginetti. Alcibiade si ficcò il pollice in bocca. E a seguito di un piccolo gesto del maggiore, tutti e cinque si accanirono contro il genitore. Il quale però non si lasciò intimidire e li rimise in riga alzando di un’ottava la voce.
Agostino osservò sbigottito i ragazzini tacere immediatamente. Improvvisamente attenti. «State tranquilli. Per oggi devo parlare con lui e basta, solo cinque minuti. Poi ve lo restituisco.» Ciò detto si rivolse al nipote: «Perché hai contato due volte fino a venti?» Il ragazzo non capì bene la domanda. «Come, scusate?» Fece battendo le palpebre.
«Non è una domanda così difficile, ti ho chiesto perché non hai contato fino a venti. Che c’è?»
Agostino si aggrappò al legno e abbassò lo sguardo, arrossendo. E ora come glielo diceva? «Avanti, rispondi.» Lo incoraggiò lo zio, guardandolo incuriosito.
«E’ che, che io…Ehm…» L’uomo lo guardò aggiustando meglio la presa sul bambino che teneva sulle ginocchia. Il quale si volse a guardare prima il cugino e poi il genitore. Incuriosito. I fratellini sembravano non nutrire molto interesse per lui. «Io…Io non so scrivere».
«Però sai contare».
«Solo fino a venti.» Ammise con un certo sforzo. Il viso in fiamme. Temeva che qualcuno scoppiasse a ridere. Ma soltanto i cinque sogghignarono sotto ai baffi. Era umiliante essere superato così persino da dei ragazzini. Anche se quei ragazzini erano i suoi cuginetti.
«Ma con il tuo conto ho visto che sei riuscito ad arrivare fino a quaranta».
«Un mio vecchio amico mi insegnò questo trucco, quando avevo sei anni. Suo padre spostava i sacchi di grano che coltivavamo e aveva incaricato lui, che frequentava la scuola dei frati, di tenere il conto.» Raccontò.
Ciò detto il silenzio cadde su di loro come una cappa. Silenzio rotto soltanto dal lavoro nella cucina.
«Sai leggere, almeno?» Domandò a un certo punto Etienne, che con l’altra mano non aveva fatto altro che carezzarsi il mento col pizzetto tutto il tempo. Si vedeva che stava riflettendo.
«No, signore».
«Però hai buona memoria. Per esserti ricordato una cosa del genere dalla tenera età di sei anni».
«Sì, credo, suppongo di sì. Se lo dite voi».
«Padre.» Intervenne a quel punto il bambino seduto sulle sue ginocchia. Il genitore, il cugino, i fratelli e il cocchiere lo guardarono. Il piccolo disse, con una vocina supplicante: «Adesso possiamo tornare a giocare?»
«Certo. Andate pure.» E ciò detto fece scendere il bambino dalle sue ginocchia mentre gli altri quattro cominciavano ad esultare. E due di loro si tuffarono sotto al tavolo per sbucare dall’altra parte, dove era accomodato Agostino. E cominciarono a tirarlo per le maniche della camicia, incitandolo ad alzarsi. Il quale guardò spaesato i cuginetti e cercò con gli occhi l’approvazione dello zio, che alla fine gliela concesse: «Vai anche tu, Agostino. Per oggi non ti darò niente da fare. Pensa a divertirti ed esplorare il castello. E non vi preoccupate, avete il mio permesso per farlo.» I bambini esultarono. Il ragazzo ringraziò, incredulo. Non ricordava più quando era stata l’ultima volta che aveva avuto una giornata libera. «Io… Grazie.» Riuscì a sorridere alzandosi. I cuginetti con l’argento vivo addosso, lo trascinarono via immediatamente, reclamando subito la sua attenzione.
«E vedete di non rompermelo troppo. Quando si sarà ambientato un po’ lo metterò subito al lavoro.» Si raccomandò lo zio prima che la masnada uscisse dalle cucine.
Agostino non ebbe neanche il tempo di domandare cosa intendesse che si ritrovò a far da balia a quei piccoli scalmanati.
Cambiavano gioco ogni cinque minuti e lo costrinsero a giochi che non aveva mai visto. Completamente inventati di sana pianta. Non gli davano il tempo di abituarsi alle regole che eccoli cambiare di nuovo. Non capiva neanche più a che stessero giocando. Il peggio arrivò quando giocarono a palle di neve tra i frutteti. Ed erano sleali, e molto. Più di una volta riuscirono a farlo inciampare, non gli dissero dove erano le buche, non lo aiutarono quando scivolò, e non gli dettero neanche il tempo di aggiustarsi i vestiti pesanti addosso. Che aveva indossato alla bell’e meglio uscendo, sotto quelli di foggia elegante che la zia gli aveva fatto trovare quella mattina appena alzato. Ormai irrimediabilmente fradici di neve. Persino sulla schiena, visto che gli infilarono una palla di neve nel colletto a sua insaputa, facendolo saltellare per il freddo come un pesce fuor d’acqua. Boccheggiava persino come un pesce fuor d’acqua. Poi i piccoli gli si gettarono addosso e lo seppellirono sotto al peso dei loro corpi, facendolo affondare ancor più nella neve.
Ma proprio allora gli tornò in mente un gioco simile che aveva fatto anche lui, molto tempo prima. Per un attimo fu come se il tempo si fosse riavvolto su se stesso. E si ritrovò per le colline della sua infanzia coi suoi amici, in inverno, che giocavano con le prime nevicate della stagione. Così secche e farinose da somigliare più a brina che a neve vera e propria. E poi sentì le voci dei suoi genitori chiamarlo. Il ragazzo si rizzò a sedere di scatto facendo cadere i cuginetti che lo guardarono spaesati. Il cuore che gli batteva forte in petto. Si guardò attorno cercandoli con gli occhi. Ma il paesaggio era diverso e quella non era casa sua.
E il rimpianto e il dolore si fecero sentire più che mai proprio allora.
Agostino però restò chiuso nel suo mutismo. I cuginetti non capivano che cosa avesse e cercavano di parlargli e di coinvolgerlo ancora nei loro giochi. Il piccolo Alcibiade era quello che esternava la sua preoccupazione più degli altri: infatti piangeva a dirotto e domandava: «Che cosa abbiamo fatto? Perché Agottino» non riusciva ancora a dire bene alcune parole «non gioca più con noi?»
E la madre non sapeva che cosa rispondergli. Si limitava a guardare il marito in una muta supplica ma neanche lui sapeva che cosa fare. Per questo di solito rispondeva: «Abbiate pazienza, vedrete che è solo un brutto periodo. Si riprenderà».
«Ma quanto dura un periodo?» Chiese Antonino.
Maria Patrizia prese in braccio il più piccolo della nidiata. Il quale la guardò succhiandosi il pollice. E la madre gli dette uno schiaffetto. Intimandogli di smetterla a mezza voce. Il piccolo obbedì.
«Non lo so; dipende da persona a persona.» Rispose il genitore intingendo il pane nel vino.
«E il suo?»
«Non lo so.» Ripeté laconico il genitore. Poi non aggiunse più nulla e si concentrò sulla masticazione. E il piccolo domandò alla cuoca se per caso fosse rimasto un po’di panettone. Visto che lei ne preparava sempre uno in più.
Il panettone, per chi non lo sapesse, affondava le sue radici nel 1200 - 1300 circa. Non era così raro che qualcuno ne conoscesse la ricetta anche allora. E Tea era la migliore cuoca della regione. «Non a pranzo, Alcibiade!» Esclamò la madre.
Il bambino emise un piccolo lamento.
Etienne inghiottì, cercando di estraniarsi dalla vita famigliare. Di solito gli riusciva abbastanza bene. Ma non quel giorno. Non sapeva da dove venisse quel dolore che avvolgeva il nipote come la nuvola di fumo il suo vulcano. Poteva solo immaginarlo, anche se non poteva averne la certezza. Non era mai stato molto affettuoso. Da che ricordava non lo era stato più di tanto neanche con suo fratello. Era sempre stato un tipo più pragmatico che sentimentale. Ci aveva messo tantissimo per affezionarsi ai propri figli, ma solo perché i primi mesi e i primi anni di vita erano molto incerti per dei bambini. Adesso si pentiva di non essersi concesso prima il lusso di amarli fin da subito. Ma persino lui arrivava a capire che se l’avesse lasciato sprofondare ancor più di così avrebbe dovuto presagire il peggio. E sinceramente non desiderava la morte di un altro membro della sua famiglia. E doveva salvarlo. Capiva che farlo partecipare alla vita famigliare non sarebbe bastato. Anche metterlo al lavoro nel castello non sarebbe bastato. Doveva approfittare di quei momenti per dargli un’istruzione. Il confronto con un’altra persona poteva essergli utile. D’altronde anche lui era stato molto affezionato al suo vecchio maestro.
Bevve un sorso di vino dal suo calice, si alzò, baciò la moglie e i figli e andò al lavoro.
Fortunatamente che aveva già mandato un messaggio a un suo vecchio amico che viveva a Bologna.
Era un professore universitario e gli aveva chiesto di venire.
Si sistemò alla scrivania e cominciò a sfogliare le varie scartoffie che ingombravano la sua scrivania. Il fido Armando sempre accanto a lui. Era il suo migliore amico e l’unica persona di cui davvero si fidasse. E poi, mentre lavoravano, un servo bussò alla porta. I due uomini dissero «Avanti» all’unisono e si guardarono divertiti, mentre il giovane entrava. Si chiamava Uberto ed era stato assunto da poco come sguattero. «E’giunto questo messaggio per voi, mio signore.» Annunciò.
L’uomo seduto alla scrivania si alzò, fece il giro del tavolo e si appoggiò di fronte al medesimo, incrociando le braccia e le caviglie. Era una posa che aveva appreso tempo prima dal suo vecchio maestro. Funzionava sempre per intimidire i giovanotti di primo pelo. E lui amava scherzare a quel modo. Il giovane, non sapendolo, sussultò e lo guardò incerto, torcendosi la berretta direttamente sulla chioma riccia.
Lo fissò a lungo e poi disse: «Grazie, Uberto, e, per favore, non chiamarmi mai più mio signore. Non son degno di lucidare gli stivali alla famiglia Da Campo neanche se mi mettessi in ginocchio e baciassi la terra dove camminano».
Il giovane si tolse la berretta e cominciò a stropicciarsela tra le mani: «Sì, signore, cioè, scusatemi, Mastro Etienne».
«Così va meglio. Puoi andare».
Il giovane, incerto, fece un piccolo cenno col capo che doveva essere un inchino, e se ne andò.
«Ci provi proprio gusto a terrorizzarli così.» Commentò l’amico quando la porta fu chiusa.
L’altro curvò le labbra in un sorriso beffardo.
Etienne aprì il messaggio e lo lesse: era la risposta che attendeva dal suo amico professore. Con suo sommo dispiacere non sarebbe potuto recarsi da lui. Non era più uno studentello come tutti gli altri. Adesso era un docente e non poteva insegnare a qualcuno fuori dell’università. Però, aggiungeva anche, che gli avrebbe mandato il suo assistente: Lucenzio Fosari. E che quest’ultimo era già in viaggio e sarebbe giunto a castel Toblino in poco tempo.
Etienne alzò le spalle.
«Qualcosa non va, Etienne?» Chiese Armando avvicinandosi, che non si era perso nessuna espressione dell’amico. Era raro, infatti, che lo zio di Agostino leggesse a voce alta i messaggi che riceveva e che si consultasse con lui. E di solito accadeva solo per i fatti più gravi. Ma evidentemente quello non doveva essere uno di questi.
«Niente, soltanto una fastidiosa bega con un mio vecchio amico. L’avevo invitato a insegnare ad Agostino ma dice che non può venire. Invece sua ci manda il suo assistente, Lucenzio Fosari.»
«Mai sentito».
«Ad ogni modo sta arrivando. Penso che sia il caso di preparare un’altra stanza anche per lui. Non credi?» E lo guardò con una lunga occhiata obliqua. La voce carica di sottintesi che l’altro non afferrò: «Certo.» Poi, accorgendosi del modo in cui lo guardava fece: «Oh, intendevi dire che me ne devo occupare io?»
«Ne sarei lieto, sì. E anche mio nipote».
L’amico lo guardò stupefatto: «Ma, scusami, che importanza ha occuparsi della stanza di un maestro che oltretutto non verrà mai a sapere chi l’ha sistemata?»
«Nessuna, per te. Ma penso che sia un buon modo per cominciare a far fare qualcosa in concreto ad Agostino».
«E lo stai mettendo sotto le mie direttive?»
«Precisamente».
«Ho capito.» Sospirò l’altro, infastidito. Ma dallo sguardo che gli rifilava si capiva che era offeso e che non avrebbe chiesto niente di meglio che sferrargli un pugno sul naso. Tanto gliel’aveva già rotto una volta. Parecchi anni prima ed Etienne aveva dovuto farselo raddrizzare. Che differenza avrebbe fatto se glielo rompeva un’altra volta? Ed Etienne, che non aveva smesso di guardarlo, lo sapeva, ma non ne tremava.
«Vuoi che gli faccia fare anche qualcos’altro, dopo che avrà sistemato?» Domandò.
«Vedi te se ti sembra necessario».
«D’accordo, allora vado.» Disse lasciando il suo fianco.
«Buon lavoro».
L’altro uscì dalla stanza salutandolo sarcastico e il maggiordomo rispose alzando il dito medio, poi tornò a occuparsi delle proprie faccende. Appuntandosi come promemoria di scrivere una lettera di ringraziamento all’amico, quando avrebbe finito.
Il giovane stava pranzando quel giorno, quando a un certo punto Armando venne da lui e gli disse che quel giorno lo avrebbe aiutato nei lavori domestici. Il giovane lo aveva guardato perplesso ma, alle parole: «Ordini di tuo zio» non aveva fiatato. Aveva smesso di mangiare, si era pulito le mani alla casacca e aveva domandato, quasi sospirando: «Ditemi cosa devo fare».
«Ora finisci di mangiare, e quando hai finito raggiungimi nel mastio. Lì ti spiegherò tutto».
Quando finì lo raggiunse e rimase stupito di sapere cosa avrebbe dovuto fare. «Ma io non so come si tiene una casa!» Protestò quasi indignato. Soprattutto quando gli venne ficcato in mano un secchio pieno d’acqua con uno straccio per pulire e una scopa. A malapena era riuscito a tenere la sua prima che intervenisse lo zio e lo portasse via da lì.
Armando alzò le spalle e gli disse: «Imparerai. Qui c’è tanta gente disposta a insegnarti».
Gli spiegò brevemente quello che avrebbe dovuto fare e poi lo lasciò lavorare. I servi attorno a lui che lavoravano alacremente per arredare la nuova stanza. «Ma chi deve alloggiarci, qui?» Domandò il ragazzo. Ma nessuno gli rispose e quei pochi che si volsero a guardarlo alzarono le spalle: «Non lo sappiamo. Ci hanno solo detto di pulire quest’ala».
Il giovane lavorò di buona lena. Alla fine della giornata aveva le mani arrossate. Fortuna che era abituato al lavoro. Anche se a un lavoro di tutt’altro genere. E si compiacque nel vedere gli altri servitori stupirsi della sua mancanza di fatica a quelle nuove faccende. Sapeva anche lui delle malelingue che avevano cominciato a girare nel castello da quando era arrivato. «Il nipote del maggiordomo», «chissà quali privilegi.» Dicevano. Per quel che gli riguardava non ne aveva visto neanche mezzo. A volte rimpiangeva la sua vita come floricoltore e giardiniere. A volte gli capitava di sognare di occuparsi di nuovo dei suoi amati giardini.
Una volta finito svuotò il secchio dalla finestra, rischiando di bagnare le guardie, le quali, per lo spavento, si girarono e gliene urlarono di tutti i colori. «Ma che diavolo!», «E sta un po’più attento!», «Razza di idiota!», «Guarda quello che fai!», «Che schifo!»
Ma anche; «Ma guarda qui, non bastavano l’umidità e la neve, adesso ci mancava anche il freddo». Il ragazzo urlò, di rimando, imbarazzato: «Scusatemi!» E si affrettò a richiudere la finestra e con essa gli strepiti delle guardie centrate in pieno: «Belle scuse!», «Ma guarda qui…»
Sperò che poi le suddette non cercassero vendetta. Sospirò.
«Ehi, ragazzo!» Si sentì chiamare e sobbalzò. Era Armando: «Quando hai finito vieni qui che abbiamo ancora molto da fare».
Lo fece sgobbare tutto il giorno. A fine giornata il ragazzo aveva la schiena e le mani a pezzi. E la lingua piena di bestemmie che indirizzava tutte contro l’amico dello zio. Il quale, dal canto suo, ignaro, l’aveva incoraggiato a pregare per allietare le proprie fatiche. «Proprio come i monaci.» Aveva scherzato. Forse scherzava a questo modo con le fantesche. Ma lui non era né una fantesca né una donna. A dir la verità non era neanche un fedele eccellente. Gli mancava proprio il dono della fede così come la maggior parte delle persone intendeva.
Peccato solo che ad Agostino venissero più facilmente in mente tutti i coloriti improperi appresi durante quel suo breve arco di vita che le preghiere. Si domandò persino se suo zio sapesse della vena tirannica del suo amico - e forse braccio destro.
A fine giornata, mentre accendevano le candele, il suddetto ispezionò il suo lavoro e gli sorrise compiaciuto: «Dovremmo farti pulire più spesso: non ho mai visto questa zona risplendere così tanto».
Il ragazzo si morse la lingua per evitare di rispondere. Ma lo fissò malissimo. Poi Armando scoppiò a ridere, scosse il capo e se ne andò, scendendo le scale. Dritto verso le cucine.
Un giorno, per la precisione una domenica sul finire di febbraio giunse al castello il precettore. Il suo arrivo gettò il castello nella curiosità. Quella mattina Agostino si era appena svegliato. Era stato trasferito dalla stanza che l’aveva ospitato la prima notte a un’altra, che divideva con altri servitori.
Molti di quegli uomini erano giovani, ma più grandi. E a volte capitava che qualcuno proprio non venisse a dormire. Se non dopo parecchie ore.
Agostino se ne chiese spesso il motivo. Finché quella mattina, prima dell’arrivo del maestro di scuola, non ne parlò con Santiago, lo spagnolo vicino di letto. Era un ragazzo di diciotto anni coi capelli neri, ricci che gli coprivano le orecchie, il naso adunco e gli occhi color ambra sulla pelle brunita dal sole. L’uomo rise: «Si è fatto una bella scopata.» Il ragazzo arrossì confuso. Ma la sua espressione spaesata non sfuggì al ragazzo che cominciò a sbeffeggiarlo: «Come, non hai mai fatto una scopata?»
«No».
«Ma ti sei masturbato qualche volta?» Il ragazzino arrossì di brutto. Ma che glielo andava a dire fare? Sembrava che quegli occhi della stessa luce del caminetto gli stessero leggendo dentro. Oh, come si stava pentendo di aver posto quelle domande. Il suo interlocutore, sembrava deciso a carpirgli ancora più segreti per farsi beffe di lui alle sue spalle. Perfetto. Così in breve tempo tutta la Valle dei Laghi avrebbe scoperto che era ancora vergine e, soprattutto, inesperto.
E sicuramente sarebbe riuscito a fare di meglio di così, se poi non fosse arrivato il trambusto. I due ragazzi si voltarono cercando di capirci qualcosa. «Che sta succedendo?» Chiese Santiago. Una serva gli rispose: «E’ arrivato il precettore.» Rispose la donna e poi andò verso l’uscio. I due ragazzi invece andarono alla finestra e da lì lo videro entrare.
«Il precettore?» Chiese Santiago mentre Agostino, mezzo arrampicato sulla sua spalla, cercava di intravedere l’uomo che stava scendendo da cavallo, avvolto nel mantello pesante da viaggio e lo zio che gli andava incontro e che cominciava a confabulare con lui.
«Sarà sicuramente per uno dei suoi figli.» Sputò Santiago dopo aver buttato lì una mezza imprecazione nella sua lingua natia. «Sei spagnolo?» Domandò il giovane per cambiare discorso, guardandolo. Ne aveva incontrati quattro o cinque nella sua vita, fino ad ora. L’altro sporse indietro il collo e, senza staccare gli occhi dalla sua postazione annuì: «Di Santiago de Compostela. Guardalo là, il maggiordomo» sputò con livore la parola «Come parla con il maestro. L’avrà chiamato sicuramente per uno dei suoi figli, ah, come se sperasse che uno di loro possa prendere il suo posto».
«Che hai contro i suoi figli?» Chiese tra l’incuriosito e l’arrabbiato. Non gli piaceva sentir parlare male della sua famiglia.
«Niente. E’solo che quell’uomo non ha una sola goccia di sangue nobile nelle vene e si atteggia a nobile quale non è. Posso sopportare di servire e lavorare alle dipendenze di una famiglia nobile. Ma lui ha i pasti migliori e sta in cima alla catena alimentare. Non sopporto che usi il denaro per arricchirsi così».
Agostino si arrabbiò con quel ragazzo. E lo fulminò con gli occhi, stringendo le dita sulla spalla di lui. Ma il giovane non se ne accorse. «Dimmelo se cadi, non appigliarti alla mia camicia, me la strappi.» Disse invece. In effetti lo spagnolo era molto più alto di lui. «Che ti prende? Sembra quasi che ti abbia offeso.» Aggiunse quando lo guardò. Agostino continuò a fissarlo, irato. L’altro gli domandò: «Che ti prende? Il gatto ti ha mangiato la lingua?» Domandò, perplesso. Il ragazzino si staccò da lui.
«Stai zitto e non ti azzardare mai più a parlare della mia famiglia a quel modo».
Lo spagnolo sgranò gli occhi: «La tua famiglia? Aspetta…Ma tu…»
«Io sono nipote di Etienne da Monselice. Mi chiamo Agostino da Monselice!» Urlò e molte persone si volsero verso di lui. Molte con sguardo smarrito e altre che cominciarono a ridacchiare per quella scena. Doveva sembrare assolutamente ridicolo. Ma in quel momento non gli importò. Santiago aveva la faccia di chi cade tra le nubi. Però era completamente pallido, slavato come un cencio.
Il ragazzino non trovò altro da dire e gli volse le spalle, andandosene.
Poteva soprassiedere su un mucchio di cose. Per esempio sul suo soggiorno lì. Poteva anche capire che lo zio avrebbe favorito i figlioletti invece sua. Ma sentire un perfetto idiota offendere la sua famiglia no, questo no. Ma non era solo questo. Avrebbe voluto, per un attimo, che quel maestro fosse per lui. Che fosse lui a imparare a leggere e scrivere. E di questo, almeno di questo, era geloso.
Proprio in quel momento passò di lì lo zio con il precettore al seguito: «Oh, Agostino. Giusto te cercavo.» Il ragazzo si fermò sulle scale e al cenno d’invito e le parole dello zio: «Vieni, vieni qui»; si avvicinò. Il precettore aveva i capelli biondi e gli occhi verdi. Era poco più alto dello zio, aveva all’incirca una trentina d’anni e un bel sorriso sulle labbra. «E’questo il ragazzo?» Chiese con cortesia e curiosità.
«Sì.» Confermò lo zio. Il tredicenne dal canto suo si limitò a guardare prima l’uno e poi l’altro battendo le palpebre, perplesso. Il giovane maestro gli strinse la mano mentre lo zio continuava. «Agostino, questo è il tuo nuovo precettore, Lucenzio Fosari. Lucenzio, questo è mio nipote Agostino da Monselice. Agostino, Lucenzio è venuto qui da Bologna per insegnarti le arti del quadrivio e le nuove correnti umanistiche e filosofiche. E’ quadrivio, giusto?» Chiese poi all’uomo che confermò, divertito.
Il ragazzino fissava lo zio sgranando gli occhi. «Non guardarmi così o gli occhi ti schizzeranno fuori delle orbite. Comincerete tra tre giorni, il tempo che ci vuole affinché il nostro ospite riposi. Ora saluta e va da Armando, ti affiderà le commissioni per oggi».
Il nipote parve riscuotersi, salutò il suo maestro e lo zio e poi andò a cercare Armando mentre la sorpresa si agitava ancora in lui come le fiamme di un caminetto.
Lucenzio fu una gradita sorpresa per il giovane. Almeno finché non cominciò la prima lezione. Agostino non era mai stato a scuola prima di allora e non sapeva come comportarsi. Anzi, addirittura, quando si presentò senza pergamene o penne e calamaio, il maestro lo guardò stupefatto e mancò poco che lo schernisse per la sua stupidità. Perciò lo spedì a cercare qualcosa con cui scrivere. Il ragazzo tornò due ore dopo e, quando si sedette, e il maestro gli domandò di vedere i palmi, si beccò una canna sulle mani: «Ahio! E questo per cos’era?»
«Per ricordarvi di essere puntuale».
Poi gliene mollò un altro: «E ora che ho fatto?»
«Per ricordarvi di portare tutti gli strumenti.» Poi si pose seduto sulla sedia posta accanto alla sua e cominciarono la lezione. Purtroppo però si accorse un po’in ritardo che il ragazzo non aveva la più pallida idea di quello che stava dicendo: era, infatti, partito dalla filosofia, volendo essere ancora più precisi dall’humanitas. Solo allora l’aveva guardato in faccia e si era accorto di quella smorfia di stupore e confusione che aveva dipinta in viso.
«Aspetta, ma voi sapete leggere?» Agostino scosse il capo quasi meccanicamente e le vertebre gli scricchiolarono.
«Sapete almeno scrivere?»
Ancora una volta il ragazzino scosse il capo, mortificato.
Lucenzio si alzò in piedi: «Con permesso. Torno subito.» Ciò detto uscì dalla porta. Non tornò esattamente subito. Ci mise un’ora. E quando tornò aveva un’espressione infastidita dipinta in volto.
Evidentemente nessuno gli aveva mai detto che sarebbe dovuto partire dalle basi. «Va bene, facciamo finta che questo tempo non ci sia mai stato, anche se mi sembra uno spreco. E partiamo dall ABC».
Ciò detto cominciò a insegnargli tutto a partire dalle basi.
In un certo senso Agostino trovava quasi rilassanti quelle lezioni, nonostante la severità del maestro. Il quale, dal canto suo, non si sentiva pagato abbastanza, a giudicare dal fastidio che tutto ciò gli provocava. Ma il tredicenne non se ne curava. Ormai si era abituato a piacere a poche persone.
Solo molto tempo dopo, ad aprile inoltrato, decise di uscire dalla sua tristezza. Pensò fosse il caso di provare a fare qualcosa di diverso e, per un po’aiutò questo zio, ancora per molti versi sconosciuto, nella gestione del castello. Dopotutto ormai aveva capito come si scriveva e riusciva a compitare le parole. Anche se ogni giorno si allenava a leggere per un’ora con una foga che spaventava chiunque. Fortunatamente esisteva la biblioteca dentro al castello. Non era una delle più grandi, e neanche una delle più fornite. Ma grazie a quella biblioteca poté fare pratica di scrittura e lettura. I suoi romanzi preferiti erano quelli medievali. Come La leggenda di Tristano e Isotta, il Ciclo Bretone. Un po’meno quello Carolingio e le Chanson de geste. Ma l’opera che proprio in quel momento stava leggendo, era quella del Tristano e Isotta.
Aveva cominciato a leggerla con Lucenzio. Dopo l’ennesimo, infruttuoso tentativo di fargli leggere l’Africa di Francesco Petrarca e la Vita Nova di Dante Alighieri. «E’incredibile, non capisce un accidente dello Stil novo e pretende di imparare a leggere sulla traduzione di una leggenda medievale.» Borbottava l’uomo, sconfitto.
Lo zio, invece, trovò molto bello che il nipote volesse aiutarlo. Ma alla prima difficoltà lo rispedì immediatamente a studiare. Non era ancora pronto per aiutarlo. Non prima però di avergli chiesto di contare fino a trenta prima, e quarantacinque poi. Il ragazzo, un po’imbarazzato eseguì senza errori e lo zio lo congedò.
Armando commentò: «E’migliorato molto dall’inizio, però, non ti sembra?»
«Sì. Ho idea che se va avanti di questo passo diventerà un perfetto scolaro in poco tempo».
«Credi che un giorno ti sostituirà come maggiordomo?» Chiese Armando succhiandosi il dito. Quel giorno si era tagliato con un coltello e non la smetteva di sanguinare.
«No. Non credo. Vai a medicarti, Armando, non vorrei che tu mi sporchi di sangue i documenti.» Disse poi, scherzoso.
«Come no, tanto a te non da fastidio, no?»
Agostino covò ancora per un po’il sogno di aiutarlo e mostrargli i suoi progressi. E poi smise. A dir la verità smise abbastanza presto, quando giunse la bella stagione. E, come una rondine che fa ritorno al proprio nido in primavera, anche lui fece ritorno alla sua vera, antica vocazione: venne attratto dal giardino.
Il giorno che lo scoprì si era perso dopo aver bevuto un po’troppo vino e aveva sbagliato strada. Invece che dei soliti corridoi aveva imboccato uno diverso e si era ritrovato in quella selva.
Era quasi in rovina, tant’è che credette di sognare di essere dentro una foresta.
«Ma dove…» Si chiese guardandosi intorno. Girò lentamente su se stesso, come a controllare che la porta fosse ancora lì.
Un giorno, mentre rassettavano una delle stanze reali lo scorse di nuovo. Allora non se lo era immaginato. Ma faceva uno strano effetto osservarlo da una prospettiva completamente diversa. Allora era quello che vedevano gli uccelli, dall’alto dei loro voli. Si disse e, incuriosito, aprì la finestra. Il giardino era quasi una giungla. E forse solo un miracolo avrebbe potuto rimetterlo in sesto.
«Cos’è quell’appezzamento di terra incolta?» Chiese incuriosito alla serva che stava lavorando con lui.
«Oh, quello?» Chiese l’anziana donna ripiegando una coperta. «Una volta era il giardino principale. Ci venivano date molte feste, poi lentamente è stato abbandonato a se stesso».
«Perché?» Domandò il giovane voltandosi verso la donna che ora stava lisciando le lenzuola e le coperte e spolverando le tende del baldacchino. Lei rispose senza guardarlo: «Una principessa ci annegò».
Il giovane intuì che non gli stava dicendo tutto. E che dalla gravità del tono con cui proferì quelle parole capì che si stava avventurando in un territorio pericoloso. Il territorio dei tabù. Ma non riuscì comunque a trattenersi. «Perché annegò?»
«Chiudi le finestre. È circolata anche troppa aria».
«Voglio sapere perché.» Ripeté.
«Chiudi le finestre. Fa freddo, ci farai ammalare tutti.» Rifece invece la vecchia.
«Io chiudo le finestre se tu mi dirai che cosa è successo a quel giardino.» Negoziò il giovane. La donna sospirò e poggiò le mani sulle coperte di velluto rosso. Capì che la donna non poteva rischiare: le finestre erano di vetro e il vetro era molto costoso e raro. Ed era stato fatto istallare solo trent’anni prima, quando era una giovinetta. Perciò si piegò alla sua volontà: «Accadde nel giugno di trentaquattro anni orsono. Lo ricordo come se fosse ieri. Il castello allora apparteneva a un visconte e non ai Da Campi come ora. Il giovane rampollo del visconte venne a passare l’estate qui, per via della sua salute cagionevole. Qui indisse feste ove invitò la nobiltà locale. E tra le gentildame che si presentarono rispose anche una castellana. Fui io a occuparmi di lei. Era giovane, con le chiome bionde come il sole quando tramonta e gli occhi azzurri. Era molto graziosa e pareva come immaginavo essere le principesse delle favole, per questo per me lei sarà sempre una principessa. In breve tempo lei e il padrone divennero amanti.» La sua voce si spezzò e i suoi occhi si riempirono di lacrime. Agostino si pentì istantaneamente di averle ordinato di raccontarglielo. «Poi che successe?» Mormorò, cingendosi il busto con le braccia.
«Lei restò incinta. Ma il padrone non volle prendersi la responsabilità della madre e della creatura. Ben altro matrimonio aveva in mente, ed era già stato concordato dalla nascita con una famiglia di baroni. Lei si suicidò per la disperazione e il disonore proprio l’ultima notte d’estate. Durante l’ultima festa che il padrone indisse, prima di tornarsene a casa propria. Lei fece in modo che tutti la vedessero e si gettò nelle profonde e fredde acque del lago. Non prima di aver maledetto il giovane e il giardino che li aveva fatti incontrare. Il cadavere non fu mai ritrovato».
Agostino era sbiancato. Ma la vecchia continuò ancora, implacabile: «Da allora nessuno rimise mai più piede in quel giardino. E’rimasto tutto come allora, anche se le torce sono spente, il cibo è scomparso, divorato dagli animali o saccheggiato dai servi e le tovaglie muffite. Adesso chiudi le finestre.» Fece con occhi lampeggianti di odio e tristezza.
Agostino obbedì celermente.
Mai come allora aveva sentito aleggiare attorno a sé la presenza della morte.
Lanciò un’occhiata alla finestra alle sue spalle. Ora che si era spostato non poteva vedere ciò che c’era oltre, però era un peccato. Un parco così grande, un giardino incolto che un tempo doveva essere stato bellissimo…
«Che hai, Agostino?» Domandò uno dei suoi colleghi di lavoro quella sera a cena.
Il ragazzo si riscosse dai suoi pensieri. Non aveva fatto altro che masticare un pezzo di pane tutto il tempo, e, a lungo andare, era divenuto una poltiglia nella sua bocca. La inghiottì e si scusò con l’uomo: «Scusa, Donato, è che sono soprappensiero.» L’uomo annuì, rassicurato. Quel servo in particolare aveva una paura terribile delle malattie. Al punto che non riusciva a restare nella stessa stanza di una persona malata neanche se fosse stato malato lui stesso. La cosa strana era che se era lui il malato, allora non aveva paura della sua condizione. Dieci a uno che aveva creduto di averne fiutata una proprio in lui in quel momento, prima di rivolgergli la parola. Il tredicenne roteò gli occhi. Proprio allora si accorse dello sguardo che gli stava rifilando Santiago, quasi dall’altro capo della tavola. Il ragazzo si accigliò, ricambiandolo e il diciottenne distolse il proprio, tuffandosi nel suo pasticcio di pollo e frattaglie. Anche l’altro volse la sua attenzione altrove. Infatti, Donato lo stava ancora fissando: «Non preoccuparti, Donato, sono sano come un pesce. È che stavo pensando».
«A cosa, di grazia?» Fece interessato l’uomo, inclinando la testa di lato.
«Al giardino».
«Quale?»
«Quello principale».
«Il giardino maledetto?» Fece l’altro sgranando gli occhi. Poi si sporse verso di lui e gli domandò, con aria confidenziale: «Ma non le hai sentite le storie?» In realtà Agostino stava guardando i lacci della camicia dell’uomo che strusciavano sul cibo posto in mezzo a loro. E alla zaffata di birra che gli arrivò. «Certo. Però…»
«Però?»
«Però io sono un giardiniere.» Concluse, come se con quella frase avesse potuto spiegare tutto di sé e della sua natura.
«Un giardiniere? Sul serio?» Fece quello sgranando nuovamente gli occhi per lo stupore. Poi si profuse in una risata che fece voltare verso di loro i vicini. Agostino non si unì a lui. «Un giardiniere, sul serio? L’augusto nipote di Etienne da Monselice, un umile giardiniere? Non stai scherzando, spero».
«Da tutta una vita.» Ribatté l’altro con serietà.
Il sorriso dell’altro si affievolì per essere sostituito da una smorfia di stupore. Poi tornò serio e bevve un sorso della propria birra: «Uao.» Fece quando rimise giù il boccale: «Non ti facevo un giardiniere. Non ne avevi la faccia».
«Neanche io ammetterei mai che tu sei il terzo in ordine d’importanza qui dentro. Ma non te lo vengo certo a dire.» Ammise il ragazzo ad alta voce con nonchalance. Il suo interlocutore parve trovare la sua frecciata molto spiritosa perché disse: «Un giardiniere. Ma dai, sei sicuro?»
«Sì, mio padre e mia madre mi hanno insegnato tutto quello che so e ho lavorato presso…»
«No, io intendevo, vuoi sul serio occuparti di quel giardino?»
«Sì».
«Bè, allora perché lo stai dicendo a me? Non dovresti andarlo a chiedere a tuo zio?»
«Lo farò. E’ solo che…» Il ragazzo roteò il bicchiere.
«Che?»
«Non ho…Cioè, non so come dirglielo».
«Bè, trovale in fretta, ragazzo. Non sarò certo io a farlo per te».
Il giovane annuì. Ma non era facile. Suo zio gli aveva concesso molte cose da quando era giunto lì. Dubitava fortemente che gli avrebbe concesso anche questo. Però era anche vero che amava prendersi cura dei giardini. E che in quel momento udiva la voce del giardino chiamarlo. E non sapeva per quanto ancora avrebbe potuto resistere. O meglio, avrebbe voluto resistere. Sapeva che per lo zio era importante la sua educazione, ma era anche vero che lui aveva delle passioni. E non vedeva l’ora di fare qualcosa di davvero utile e dilettevole al tempo stesso.
«Vorresti occuparti del giardino?» Domandò lo zio guardandolo stupito. Era seduto alla scrivania e si lambiccava sui conti e le spese del castello, quando lo aveva raggiunto e gli aveva esposto il suo desiderio. Agostino sapeva che i signori del castello stavano attraversando un momento di crisi. Momento che li aveva già costretti a vendere alcune proprietà. E temevano che la prossima sarebbe stata quella.
«Non abbiamo denaro per pagare un giardiniere…» Cominciò ma il nipote lo interruppe:
«Ma non dovrete ingaggiare un giardiniere, posso pensarci io».
«Tu?»
«Io. Mamma e papà - che Dio li abbia in gloria - mi hanno insegnato tutto quello che so sulle piante e sulla cura dei giardini. Prima che arrivassi a casa mia, lavoravo come floricoltore per Montino da Tripoli.» Ce la fece un po’di più di prima a non sputare quel nome. Il tradimento dell’amico di famiglia gli sarebbe bruciato ancora per molto.
«Ma è un pezzo di terra molto grande e d’estate pullula di zanzare, ci sono le nutrie, i topi e altre bestie come vipere e bisce d’acqua tra quelle piante ed erbacce incolte.» Il giovane si spostò di fronte alla scrivania. Lo zio lo seguì con gli occhi.
«Non mi spaventano due animaletti.» Dichiarò il ragazzo.
«Ma non abbiamo gli attrezzi e i servi non sanno niente di giardinaggio.» Gli fece notare l’uomo con l’occhio cieco.
«E i frutteti e i giardini circostanti la tenuta?»
«Sono i contadini che se ne occupano. Noi ci limitiamo ad amministrare loro».
«Perfetto. Chiamate loro, metteteli sotto al mio comando e riporterò il giardino alla sua gloria passata, se non di più».
«Ma le piante sono lì da anni. Non puoi sradicarle e portarle via per piantarne altre. La stagione della semina è già passata da un pezzo».
«Coltivare i campi e aver cura di un giardino sono due cose completamente diverse, zio. Fidatevi di me, vedrete che ci riuscirò».
L’uomo si sporse verso di lui, sulla scrivania. Lo guardò a lungo negli occhi verdi scuri, prima di dire: «Ne sei certo?»
«Sì».
«E come pensi di giostrarteli, sentiamo.» Fece mettendosi di nuovo a sedere. Le mani intrecciate sotto al mento.
«Giostrarmeli?» Domandò il nipote accigliandosi. Non aveva mai sentito quella parola prima di allora. E le uniche giostre che gli venivano in mente erano quelle di alcuni tornei che si tenevano ancora ogni tanto a Trento durante le occasioni di festa.
«Sì, gestirteli. Vorranno essere pagati per i loro servigi, non credi?» Il ragazzo restò senza parole e senza idee. In effetti quello era un problema che non aveva considerato. Non aveva affatto pensato che i contadini avrebbero lavorato per denaro invece che per amore delle piante. Come non avrebbe neanche saputo come pagarli. Era un bel problema. Incrociò le braccia e cominciò a riflettere, distogliendo lo sguardo dal parente. Il quale, dal canto suo lo fissò a lungo prima di venire in suo soccorso: «Non riesci a pensare a niente se non a quel giardino, vero? Oh, e io che speravo di affidare a te la gestione di questa magione. Che sciocco illuso che sono. Tale e quale a tuo padre. Va bene. Manderò una lettera al marchese dove gli esporrò la tua richiesta.» Ciò detto aprì un cassetto dal quale estrasse un foglio di pergamena e intinse la penna nella boccetta d’inchiostro.
«Marchese?» Ripeté Agostino, aggrottando nuovamente la fronte.
«Sì.» Fece lo zio, guardandolo come a dire: non dirmi che non lo sapevi, «Questo castello è stato acquistato da un ricco marchese veneziano dieci anni fa. Io lo servo da quindici. Non rifiuterà la tua richiesta se formulata in modo diverso».
La stretta delle braccia di lui si sciolse e l’espressione sul suo viso divenne di puro stupore.
«Grazie, zio!» Esclamò il giovane, sorridendo.
«Aspetta a dirlo. Non ho ancora scritto niente.» Lo redarguì bonario lo zio prima di cominciare a cercare una pergamena pulita in mezzo al mucchio di fogli che ingombravano la sua scrivania.
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Capitolo 6 (Water Stars): Castel Toblino
Suo zio.
Agostino lo fissò scioccato. L’uomo dall’occhio cieco ricambiò la sua occhiata. Il ragazzino si sentì in imbarazzo per il trattamento che fino a quel momento gli aveva riservato. «Mi dispiace. Vi prego di scusarmi per il mio comportamento. Sono desolato».
«Lo capisco.» Disse, ma le sue parole contrastavano con l’occhiata severa che gli lanciava. «Sei sconvolto.» Aggiunse, cercando di dire qualcos’altro. Ma per quanto si sforzasse non riusciva a trovare le parole adatte per offrirgli una consolazione più adeguata.
«Vi fermerete da qualche parte per la notte, zio?» Domandò il ragazzo. Proprio non riusciva a non dargli del tu. Né l’altro disse niente per correggerlo. Agostino si ritrovò a pensare che fosse meglio così. «Certo. Ho fatto un lungo viaggio per giungere fino a qui e sono molto stanco. Non preoccuparti per la mia sistemazione, ho affittato una stanza alla locanda».
Il tredicenne annuì e tacque.
In quel momento le campane suonarono il vespro. «S’è fatto tardi.» Disse Montino e i due Monselice lo guardarono. «Devo recarmi a messa.» Spiegò poi guardò Agostino come a dire: vuoi accompagnarmi? Ma il ragazzino non colse l’invito. Anche Etienne si scusò con il padroncino di casa. «Devo andare. Domani dobbiamo partire, perciò stanotte raccogli le tue cose e aspettami. Verrò a prenderti verso le sette. Ci aspetta un viaggio abbastanza lungo.» Lo avvisò in tono autorevole.
Agostino s’accorse di aver distorto il viso in una smorfia di rabbia ma serrò la bocca. Urlò mentalmente tutti i suoi dinieghi e i motivi per cui sarebbe rimasto. Questa è casa mia, ho degli amici, un lavoro, c’è Montino che può aiutarmi. Ma questo pensiero non lo esternò mai. Né con le parole, e tanto meno con la forza che avrebbe voluto. Allora non si usava che un ragazzino si opponesse a questo modo a un parente. E un parente era pur sempre un parente, gli doveva il rispetto che gli si confaceva. Inoltre a quei tempi certe mancanze di rispetto venivano punite con punizioni corporali. Aveva sentito spesso gli amici lamentarsi delle botte che i genitori gli rifilavano. E lui ne era sempre stato abbastanza intimorito da non osare né disobbedire né sfidarli in tutta la sua vita.
Fece per ribattere «Ma io non ti...» quando intercettò lo sguardo di Montino.
L’unico motivo per cui si limitò ad annuire fu lui. Non voleva fare una scenata di fronte a lui.
Lasciò che i due uomini si rivestissero e li accompagnò alla porta.
Etienne disse ai due che alloggiava alla locanda. Poi salutò l’amico del fratello un’altra volta dopo aver gettato una lunga occhiata al nipote. Infine si decise ad annuire, impacciato, al ragazzino, voltargli le spalle e andarsene.
Sembrava che conoscesse quella città come le sue tasche.
«Io non voglio andarmene.» Fece Agostino in tono disperato, quando lo zio scomparve tra le vie della città. «Non voglio andare con lui, non so neanche chi è. Non so dove vuole portarmi. Non l’ho mai visto. Per favore, zio Montino, aiutami.» Non l’aveva mai chiamato così prima d’ora e il vecchio amico di famiglia sussultò. Poi lo guardò. Gli prese il viso tra le mani e disse: «Guardami.» Il ragazzino sfilò il viso. Non amava più da un pezzo questi contatti fisici, lo facevano sentire un bambino. Ma lo guardò: «Perché non posso restare con te?» Gli chiese.
«Perché non mi resta molto da vivere. Io sono vecchio, tu sei giovane, devi farti la tua vita. Tuo padre lo sapeva e, prima di morire, ha cercato di darti una sistemazione migliore.» Spiegò l’uomo.
«Ma ho fatto qualcosa di sbagliato? Ho curato male le piante?»
L’amico di famiglia scosse il capo: «No, mio caro, no.» Mormorò con voce dolce per rasserenarlo. In fondo era ancora un bambino sperduto in questo grande mondo, in cerca di rassicurazioni.
«Allora perché non posso restare con te?»
«Perché io non sono tuo parente».
«Ma potresti...» Non ebbe il tempo di finire la frase che l’anziano signore lo anticipò: «No. Guido non ha voluto» ma nel suo tono al ragazzino parve di leggere un accenno di bugia «Ha scomodato suo fratello apposta per te. Non puoi mandarlo via così. Sono le ultime volontà di tuo padre. Non pensi che gli causeresti un grande dispiacere se tu rifiutassi di andare con lui? Dammi retta, è meglio così, e poi io non posso mantenerti in eterno. Ultimamente ce la faccio a malapena a mantenere me stesso.» Pose le sue mani coperte dai guanti sulle spalle. Si era sparsa la voce che l’azienda di Montino fosse in crisi, ma, fino a quel momento, Agostino non ci aveva mai voluto credere. Però quando chiese perché non gliel’avesse detto, il suo interlocutore distolse per un attimo lo sguardo. Poi, quando lo guardò di nuovo, disse: «Non è rimasto niente. Nemmeno i bulbi. Sono stato costretto a mandare via molti miei sinceri e affezionati lavoratori. E credimi, vorrei tanto non doverlo fare, ma anche tu devi andare via. Devi cercare fortuna altrove. Qui a Sirmione non c’è niente per te».
Agostino lo osservava coi suoi occhi verdi sgranati: «Non puoi dire sul serio.» Mormorò.
«Credimi, vorrei non dirlo...» Ma s’interruppe guardando quelle iridi verdi scure piene di spavento.
«Quindi domani devo andare via.» Ma lo disse con lo stesso tono di una persona che domanda: quindi mi hai venduto al miglior offerente.
«Sì».
«Perché proprio domani? Perché non può farmi aspettare qualche giorno?»
«Perché è un uomo molto impegnato. Capisce che stai male, lo capisce bene, dopotutto era suo fratello...»
«Non parlare di mio padre a quel modo!» Sbottò Agostino. «Ho capito! Ho capito quello che mi vuoi dire! D’accordo! Sono solo un peso, me ne vado!»
«No, aspetta, Agosti...» Ma non fece in tempo a dire altro che il ragazzino aveva sbattuto la porta. Montino provò a bussare e richiamarlo ma si arrese quasi subito e se ne andò.
Il ragazzino si appoggiò alla porta scaldandosi le mani come meglio poté. In quei pochi minuti passati là fuori non si era neanche accorto della gelida morsa dell’inverno. Ma ora che era di nuovo in casa la sentiva tutta. Doveva riscaldarla di nuovo per l’ultima volta.
Il cuore gli batteva forte in petto per la rabbia, ma per la prima volta gli occhi erano aridi e senza lacrime, nonostante l’intensità delle sue emozioni. La rabbia soprattutto, ma anche la sensazione di tradimento. Questi sentimenti dentro di lui non erano dissimili da un fuoco ardente che avrebbe voluto sprigionare per distruggere il mondo. Ma non poteva, perciò si limitava a logorarsi e imprecare sonoramente contro le ingiustizie che gli erano capitate. Prima la ragazzina-strega che aveva salvato, poi la chiazza bianca sulla sua chioma, il trasferimento, la morte della mamma, quella di suo padre e ora lo sfratto e un altro trasferimento. Avrebbe mai trovato un luogo dove piantare radici ed essere felice una volta per tutte?
Quando ebbe ritrovato un po’di serenità si accostò di nuovo alle fiamme e le ravvivò gettandoci qualche ciocco.
Si cucinò la cena e mangiò da solo dopo aver detto la preghiera di rito. Mentre mangiava e borbottava imprecazioni con se stesso, pensò a cosa avrebbe potuto fare il giorno dopo. Avrebbe anche potuto non aprire la porta, avrebbe potuto scacciarlo. Ma Montino era stato chiaro.
E poi chissà cosa diavolo aveva combinato alle loro spalle tutto quel tempo. Chi poteva sapere che costui non avesse venduto la casa a qualcun altro, nel frattempo? Dopotutto quella casa apparteneva a lui. Il ragazzino e la sua famiglia erano stati dei semplici ospiti. No. Decise. Non mi sposterò. Invece con sua grande sorpresa, una volta finito di mangiare e pulito i piatti e le pentole, si mise a fare i bagagli. Riempì un intero baule, meravigliandosi che la sua vita potesse entrare tutta in un cassone.
Poi, una volta pronto, decise di avventurarsi anche nella stanza che fino a pochi mesi prima era appartenuta a suo padre. Essendo una famiglia con un reddito decente, tecnicamente non avevano più né bisogno di dormire sulla paglia, ma in letti veri e senza per forza doverle condividerla. Era stata una tortura per lui, all’inizio, che era abituato a dormire assieme ai genitori. Ma in quei due anni si era abituato. Ma non era niente in confronto alla paura che provava in quel momento.
Non apriva quella porta da quando era morto. Chissà come si era ridotta quella stanza. Alzò una mano per posarla sulla maniglia ma all’ultimo la ritrasse.
Il coraggio gli era venuto meno. Perciò se ne andò, con la faccia distorta in una smorfia di pianto.
Si preparò per la notte e si coricò facendosi come promemoria di mettere in valigia anche le coperte. Alla fine però non resistette più e scoppiò a piangere.
Quando si svegliò al suono del mattutino, il ragazzo si stropicciò gli occhi come un bambino e si alzò. Poi scese in salotto. Prese la teiera sulla brace ardente che aveva lasciato lì da quando era andato a dormire e la portò di sopra dove si riempì una bacinella e la usò per lavarsi. Poi si vestì, fece colazione e si mise a fare le valige. E poi attese. Etienne gli aveva detto che sarebbe giunto a prenderlo di lì a poco. Ma erano già passate delle ore e il campanile segnava già le nove.
Magari chissà, si era scordato di lui. Montino gli aveva parlato e se ne era andato.
Poi, proprio mentre ci stava sperando con tutto se stesso, ecco arrivare una carrozza. Una di quelle da nobili, cioè chiusa. Non era esattamente un esperto di carrozze, ma quella veronese, ossia una carretta chiusa con un’unica cassa appoggiata sull’asse, recava stendardi nobiliari che non riconobbe. Però, nonostante l’inusuale mezzo di trasporto che si trovò davanti, si accorse che era piuttosto disadorna, rispetto a come le immaginava. Ma sicuramente non poteva essere suo zio, sicuramente era qualcuno che si era perso. Ma restò stupefatto quando quella si fermò davanti a lui. Ancor di più quando il cocchiere fermò il cavallo e si volse verso la carrozza. Ne scese subito lo zio di Agostino. «Spero di non averti fatto aspettare troppo» Si scusò. Poi fece le presentazioni: «Armando, questo è Agostino, Agostino questo è Armando.» L’uomo seduto a cassetta inclinò il capo e salutò il ragazzo con un sorriso. «Verrà a vivere con noi».
Il ragazzino pensò: Forse era questo che intendeva Montino quando mi ha detto che poteva offrirmi un futuro. Già osservava la carrozza stupefatto, non immaginava che lo zio sarebbe arrivato da lui con addirittura una carrozza. «Su, carica le tue cose nella cassa e andiamo.» Ordinò spiccio lo zio.
Il ragazzino eseguì, ma i bagagli più piccoli poté tenerli con sè nella carrozza.
Il viaggio fu diverso rispetto alla volta scorsa. Non strano, non difficoltoso, solo diverso. Per prima cosa si accorse che lo zio non era un tipo loquace. Dalle poche domande che faceva e dalle molte risposte che elargiva a una domanda sola, poteva sembrare il contrario. Ma dopo averti detto tutto, lui era capace di sprofondare in un silenzio di tomba. Il modo migliore per togliersi di torno gli scocciatori - secondo lui - era dirgli tutto quello che volevano sapere e poi lavarsene le mani.
E forse considerava il nipote allo stesso modo. Infatti durante tutto il viaggio non aprì mai bocca. Salvo per rispondere alle poche domande che lui gli fece: «Com’era mio padre da giovane?»
Lo zio lo guardò a lungo con l’unico occhio sano e poi disse: «Ti somigliava molto. Era allegro, dove andava lui tutto s’illuminava. Quando tua nonna venne a mancare e il nonno si risposò, fui io a occuparmi di lui».
«Vuoi dire che ho altri parenti oltre a voi?» «Non saprei, la seconda moglie del nonno non riuscì mai a generare un figlio. E io non so se tuo nonno avesse delle amanti da qualche parte. Dovremmo avere dei cugini in Austria o Prussia, non ricordo bene. Li ho visti solo una volta. Tu dimmi, invece, sei nato con quella chiazza bianca o ti è venuta dopo?» Disse accennando con uno svolazzo della mano alla sua chioma che spuntava da sotto al berretto. Agostino arrossì e distolse lo sguardo, calcandoselo in testa: «Mi è venuta dopo...Un...un brutto spavento».
Lo zio si appoggiò allo sportello con fare annoiato e mormorò: «Capisco.» Ma non disse nient’altro.
Per un considerevole lasso di tempo non si dissero niente. Ognuno perso nei suoi pensieri. Poi Agostino disse: «Voi che lavoro fate?» Proprio non ce la faceva a dargli del tu.
«Io sono maggiordomo di palazzo di una tenuta estiva di un nobile veneziano. Ma forse questo termine è troppo antiquato. Proviamo così: sono il ciambellano di un nobile veneziano.» Rispose lo zio senza guardarlo. Suo padre una volta glielo aveva accennato, quando Agostino, da piccolo, gli aveva posto qualche domanda. Chi veniva investito dell'incarico assumeva un potere pari quasi a quello del proprio signore: ne era il consigliere personale, assisteva alle udienze, ne svolgeva le veci in caso di assenza, di malattia, o di morte - in attesa dell'investitura del successore. Grazie a questa grande libertà di azione, con l'andare del tempo i maggiordomi assunsero un potere via via crescente, sia in ambito politico sia amministrativo, arrivando a occuparsi, in vece del sovrano, di tutte le attività politiche e militari, fino in alcuni casi a sostituire lo stesso Re. O nobile, in questo caso. Al momento i suoi datori di lavoro erano impegnati a Venezia e quindi avevano delegato a lui il compito di occuparsi di tutto. Agostino non immaginava che lo zio ricoprisse una carica tanto elevata e prestigiosa. Non riuscì a togliersi dalla faccia un’espressione ammirata. Normalmente il ragazzino sarebbe stato un tipo curioso, eppure con quel parente da poco conosciuto, non provava quella stessa curiosità che lo portava a fare amicizia. E poi non gli sembrava che fosse granché socievole. Ma forse era solo timidezza. Dopotutto cosa si dice a un parente mai visto e conosciuto?
«E quanto dista da qui a là?»
«Pochi giorni. Montino mi ha detto che hai quattordici anni».
«Li compio quest’estate».
Agostino annuì e poi non si dissero più niente. Si fermarono soltanto la notte in qualche locanda e poi ripartirono. Soltanto una sera la loro quiete fu quasi minacciata, e cioè quella che dovettero sostare a Bologna per ripararsi da un nubifragio. Presero in affitto due stanze in una locanda del loco. In realtà non era strettamente necessario che passassero da quella città, ma era una delle strade più sicure che avessero potuto percorrere. Non che i pericoli non esistessero anche altrove, ma quella era una delle più controllate e sicure. Al momento della separazione, Etienne da Monselice disse ad Agostino che Giacomo, così si chiamava il cocchiere, avrebbe fatto la guardia. L’uomo, infatti, si era appostato su una sedia tra le due porte delle camere e aveva annuito.
Agostino restò tutto il tempo alla finestra della sua stanza. Invece lo zio ne approfittò per schiacciare un pisolino e scendere a bere qualcosa di caldo, una volta sveglio. Quella pioggia era così fitta e violenta, e il clima così freddo, che i due viaggiatori non si recarono nemmeno in chiesa per la messa. Ma al ragazzino non dispiacque più di tanto.
Quando il tempo si fu un poco placato, Etienne bussò alla sua porta. Quando il ragazzino gli aprì, gli annunciò di dover recarsi al mercato per comprare delle merci che servivano al castello. E gli domandò se avesse voluto accompagnarlo. Agostino alzò le spalle e disse: «Non vedo perché no. In fondo non ho mai visto questa città».
E quando un uomo di malaffare cercò di rapinarli, lo zio di Agostino, per tutta risposta, lo minacciò con un piccolo scoppietto, modificato, che trasse da sotto il mantello. Gli scoppietti erano la prima arma da fuoco portatile della storia dell'umanità, creata collocando un piccolo cannone o una piccola bombarda alla sommità di un'astile ligneo che permetteva allo "schioppettiere" il trasporto di questo pezzo d’artiglieria di ridotte dimensioni. E che fino a quel momento lo aveva costretto a una posizione alquanto scomoda quando viaggiavano. «Ripetete. Messere.» Fece con un tono serio e lo sguardo minaccioso: «Non ho sentito bene».
Il malvivente impallidì per la paura: «Mi dispiace di avervi importunati. Devo aver sbagliato persona. Scusate, scusate.» Fece il ladro prostrandosi più volte e arretrare prima di darsi alla fuga. Agostino osservò sbigottito lo zio riporre l’arma e guardarlo con aria soddisfatta: «Me lo regalò un vecchio amico quando eravamo nell’esercito francese, molto tempo prima che diventassi maggiordomo. Direttamente dalla Cina. È da lì che vengono, sai? Me lo sono fatto modificare perché mi sento molto più sicuro quando ce l’ho appresso, in viaggio.» Spiegò con nonchalance, come se stesse parlando di tutto, fuorché di un’arma da fuoco. «Normalmente sarebbero lunghi due metri.» Aggiunse poi, come se non fosse chiaro, ed evidentemente non lo era, dato che il giovane non ne aveva mai visto uno. Agostino comprese, da come guardava la sua arma e che riponeva al sicuro, che lo zio amava le armi da fuoco. «Ora che ci penso, bisognerà comprare qualcosa anche a te. Immagino che tu non sia armato, dico bene? Non pretenderai mica che ti salvi la vita tutte le volte, spero.» Fece in tono piccato. «Non ci sarò sempre io a pararti il culo.» Aggiunse brusco. Eppure al ragazzino parve di scorgere una nota di preoccupazione in quelle parole.
Il ragazzino annuì, arrossendo per la vergogna. «Bene, allora provvederemo anche a questo. Non ti preoccupare. Ma per adesso puoi tranquillamente appoggiarti a me. Avremo tutto il tempo che vogliamo per rimediare a questa tua lacuna».
Si recarono al mercato seguendo le indicazioni che gli vennero fornite da un carrettiere e, dopo aver acquistato la merce che gli serviva, tornarono alla locanda.
La pioggia continuò a imperversare sulle loro teste per tre giorni, rendendo loro impossibile il viaggio e ingrossando i fiumi e altri corsi d’acqua. In compenso Agostino fece uno strano sogno. Sognò di essere sott’acqua, forse stava facendo il bagno dentro a uno di questi fiumi quando a un tratto qualcosa gli nuotò affianco. Ma tutto quello che riuscì a ricordare fu una ragazza che nuotava assieme a lui. Ma di lei riusciva a scorgerne soltanto la schiena nuda. E poi l’enorme luccio che la inghiottì in un sol boccone. L’unica cosa di lei che restò fuori fu una mano candida, che venne portata via dalla corrente, sulla scia delle squame variopinte di nero, marrone, blu, indaco, viola, azzurro, verde scuro e verde germoglio del pesce che sfrecciò immediatamente via. Il ragazzino boccheggiò mentre riprendeva il contatto con la realtà. Si prese il viso tra le mani: «Era solo un sogno, uno stupidissimo sogno» Si ripeté.
Per la prima volta ebbe la sensazione di essere perseguitato. Doveva essere così, perché altrimenti non si spiegava quella sensazione che provava. Non era solo un incubo. Era come se qualcosa gli stesse dicendo che gli aspettavano giorni ancora più duri di quelli passati. Che si sarebbe cacciato nei guai. Ma non era neanche quello. Si sentiva osservato, come se in quella stanza non fosse solo. Come se il mostro del suo sogno fosse vicino e stesse per raggiungerlo. Non era che liberando quella strega si fosse addossato una maledizione? E che quella chiazza bianca nella sua chioma ne fosse la prova? Si sfregò le braccia per scaldarsi e darsi conforto.
Proprio in quel momento lo zio bussò alla porta, facendolo sobbalzare: «Agostino?» Il tredicenne sobbalzò. «Agostino?»
«Sì?»
«Io scendo a fare colazione, poi partiamo. Preparati. Agostino?» Domandò di nuovo, non udendo risposta. «Sì, sì. Sta bene.» Rispose e attese che se ne andasse. Poi guardò fuori della finestra. Non era abituato alle finestre di vetro. Il vetro era simbolo di ricchezza, la sua vecchia casa, al massimo aveva le finestre di pergamena. Ma volgere lo sguardo oltre il vetro, per la prima volta lo trovò quasi rassicurante. Perché così poté vedere il cielo azzurro e le tortore che svolazzavano fuori della medesima. E quella visuale bastò per restituirgli il sorriso.
Poi uscì dal letto.
Tempo pochi giorni erano già giunti alla mèta: il castello di Toblino.
Il castello si trovava nella Valle dei Laghi. Era una bellissima valle del Trentino sud-occidentale. Appartiene al tratto più settentrionale al bacino dell’Adige, dove il tributario principale è il torrente Vela. Mentre in quello centro meridionale al bacino del Po, per tramite di corsi d’acqua secondari che si gettano nel Sarca. Sembra una valle a U asimmetrica, in parte geologicamente impostata su una sinclinale con piano assiale inclinato. Costituisce un antico alveo dell’Adige che, verso la fine del Pliocene e l’inizio del Quaternario, in corrispondenza della soglia di Terlago transitava dall’anticamente sbarrata Valle dell’Adige verso la depressione del Garda. Modificato il corso dell’Adige per cattura fluviale verso l’attuale percorso, essa è rimasta a nord quale valle relitta e sospesa, dove tra la Paganella e il monte Bondone si affaccia su Trento. Viene chiamata così per via dei numerosi laghi che vi sono. In seguito, e per tutto il Quaternario, è stata interessata da un'evoluzione poligenica venendo modellata da almeno quattro cicli di esarazione glaciale e seguente sovralluvionamento legati alle ultime glaciazioni e relativi periodi interglaciali, come testimoniato da un sistema di terrazzi sospesi riconoscibili a diverse quote.
Di particolare interesse sono le Marocche di Dro, un grandioso sistema di antiche frane postglaciali per crollo e scorrimento, l'ultima delle quali di età storica. Le Marocche di Dro costituiscono, per estensione e volume, il più imponente fenomeno di frana per crollo e scorrimento di materiale lapideo a livello europeo. La valle dei Laghi costituisce grande interesse per la varietà delle specie faunistiche e botaniche, queste ultime spazianti dall'orizzonte vegetazionale submediterraneo a quello subalpino. Meritevole di menzione il bosco delle quote più basse e attorniante i laghi principali, dove prospera il leccio, alcuni esemplari dei quali sono i più settentrionali d'Europa.
La valle dei Laghi, della quale importante settore è occupato dalla valle di Cavedine (detta anche val del vent), è caratterizzata dalla regolare presenza di un vento che percorre la valle a partire dal Lago di Garda. Tale brezza, denominata “Orda del Garda”, inizia a spirare nella tarda mattinata fino al pomeriggio inoltrato.
In particolare vengono ricordati il lago di Lamar, il lago Santo, il lago di Terlago, il lago di Santa Massenza, il lago di Lagolo, il lago di Cavedine, e la loro mèta: il lago di Toblino.
Il lago di Toblino - Tobliner See in tedesco - è un piccolo lago alpino di fondovalle circondato da un rigoglioso canneto e da una vegetazione particolarmente interessante. Ma allora la zona attorno al castello, lago compreso, erano di proprietà della tenuta ed era curata con particolare attenzione.
Il lago si trova in una condizione singolare, dal punto di vista climatico: mentre le montagne vicine manifestano le tipiche caratteristiche delle zone alpine, nel fondovalle l'azione del lago e le ultime propaggini del clima mite gardesano consentono lo sviluppo di specie submediterranee o addirittura, in coltivazione, di specie mediterranee. Come poté vedere il ragazzino quando scesero dalla carrozza.
Inoltre vi erano pini, lecci, salici e querce. Nella zona più bassa, gli disse lo zio per evitare che scappasse ad esplorarla, vi erano gli allori e i rosmarini, i limoni e gli olivi, ma anche i canneti, i lamineti e le ninfee. Agostino desiderò fortemente vederle, anche perché non aveva mai visto una ninfea. Invece nel lago si potevano pescare le trote e dar la caccia alle anatre, ai cigni, alle folaghe, ai germani reali. Poi c’erano anche gli usignoli di fiume, gli svassi maggiori e gli aironi cinerini. Oltre alla classica fauna prealpina. Insomma, quel posto scoppiava di vita e di bellezza.
Il castello invece, venne costruito nel XII secolo. Agostino rimase sconvolto: non aveva mai visto prima un castello lacustre. Si era immaginato tante cose, durante il viaggio, ma mai e poi mai si sarebbe immaginato uno scenario più bello. Addirittura il ragazzino volle scendere per ammirarlo. Anche se era inverno, si poteva facilmente immaginare tutta la bellezza che sprigionava nella calda stagione. E fu allora che gli occhi gli si riempirono di lacrime commosse. Se i suoi genitori avessero potuto vedere quel posto, se ne sarebbero innamorati sicuramente. E lo stesso stava succedendo a lui.
Lo zio lo raggiunse proprio in quel momento e cercò di buttare lì qualche parola di conforto. Ma la verità era che non sapeva proprio come rapportarsi a quel ragazzino. Il quale, in quel momento, lo calcolava meno di zero.
Agostino tutto si aspettava fuorché quel castello. Gli alberi spogli tutto attorno suggerivano la loro rigogliosità e non era difficile immaginare le fronde splendere sotto al sole della bella stagione. La bella stagione, il periodo in cui i suoi genitori… Contrasse il viso in una smorfia di pianto ma si trattenne appena. Lo zio cercò di fare qualcosa ma proprio in quel momento passò al trotto vicino a loro un drappello di cavalieri. L’ultimo di loro, un uomo dal viso rubizzo e i capelli e la barba paglierina, tornò indietro e fermò il cavallo accanto a loro: «Tutto bene?» Domandò senza troppi preamboli. Gli occhi scuri assottigliati per il sospetto.
Etienne impallidì spaventato ma rispose: «Sì, mio signore.» E pose le mani sulle spalle del nipote, scrollandolo leggermente. Si rivolse a quest’ultimo e disse: «Agostino, per favore, smetti di piangere, va tutto bene. Non è successo niente. Su, su…»
Ma il giovane non lo ascoltò e non si chetò.
«Perché piange?» Domandò accennando con il mento al giovane. Lo sguardo sempre più sospettoso.
«E’ mio nipote. Ha perso i genitori da poco, e io l’ho preso con me. Stavamo facendo una sosta perché voleva vedere il lago quando è crollato.» Spiegò il maggiordomo, preoccupato. Poi riprese a cercare di rassicurare il nipote.
Il cavaliere sgranò gli occhi. Non si aspettava certo una risposta del genere. «Condoglianze.» Fece.
«Vi ringrazio per la vostra comprensione anche a nome di mio nipote.» Poi continuò a occuparsi del ragazzino, i cui gemiti di dolore andavano piano piano attenuandosi.
Il cavaliere parve arrossire ancor di più, lo salutò con un tono di voce secco e spronò il cavallo, che non era stato tranquillo tutto il tempo, a raggiungere il resto del gruppo. Etienne lo accompagnò con lo sguardo finché gli fu possibile. Poi rimproverò il nipote, ormai stufo: non era un tipo molto paziente. «Agostino! Adesso basta!» Il tredicenne smise di piangere istantaneamente per lo spavento e lo stupore. «Bravo, ora pulisciti la faccia e andiamo. Non farmi fare altre brutte figure.» Disse porgendogli un fazzoletto che tirò fuori dalla propria manica.
Il ragazzino eseguì e lo seguì di nuovo sulla carrozza, accompagnato dallo sguardo del silente Armando.
Poi il viaggio riprese e finalmente giunsero al castello. La struttura è arroccata su una piccola e protetta penisola bagnata dall'omonimo lago. La sua collocazione ha evidenti motivi di strategia difensiva che qui sfrutta sia le condizioni naturali del terreno, La forma quadrangolare del complesso trova uno dei segni di maggior interesse nel grande mastio di forma circolare, certamente la più evidente delle preesistenze medievali. L'ampia cinta che circonda l'intero complesso e il grande parco circostante la residenza aggiungono un ulteriore carattere distintivo.
Fin dal 1100 il castello fu proprietà di vassalli del principe vescovo di Trento. La famiglia dei Da Campo ne entrò in possesso nel XIII secolo. E tutt’ora l’avevano affidata a quel lontano ramo veneziano della famiglia che se ne occupava.
«Bè, Agostino, benvenuto alla tua nuova casa.» Fece lo zio mentre la servitù, che nel frattempo li aveva raggiunti, li aiutava coi bagagli e a riprendersi dal viaggio. I due vennero portati in cucina e Etienne si dimostrò un buon padrone di casa perché cominciò a dispensare gli ordini e fece sì che i servi si occupassero di loro. In tutto quel via vai di persone, il maggiordomo ne approfittò per presentare il nipote al resto dei sottoposti. Ma quasi nessuno prestò subito molta attenzione a lui. Ma pazienza, col tempo si sarebbero conosciuti. Cosa che invece non andò molto giù allo zio, il quale disse, in tono vagamente irato: «Per oggi e domani non farai niente.» Ma si capiva benissimo che la sua ira non era riservata a lui. Continuò: «E’stato un lungo viaggio e sei stanco, in questi giorni ne hai passate di cotte e di crude. Ti presenterò gli altri a tempo debito. I pasti ti verranno serviti nei miei appartamenti e starai lì finché non ti verrà preparata una stanza.» Lo guardò e tacque, rendendosi conto che il nipote non lo ascoltava più. Perso ad osservare il maniero mentre entravano.
I cuochi cominciarono immediatamente a cucinare mentre altri servi andarono a preparare un bel bagno ristoratore per i due.
La giornata nel complesso si svolse come aveva detto. La stanza dello zio era grande e ben arredata.
L’arredamento era molto sobrio. Però avevano un armadio dove sicuramente lo zio ci riponeva le armi e una cassapanca di legno pregiato e finemente lavorato. Era così ben fatta che restò ad ammirarla a lungo come se si fosse trovato dinanzi a un’opera d’arte piuttosto che a una comune cassapanca. Davanti la finestra c’era un tavolo di legno massiccio con una sedia decorata e ornata dove sicuramente lo zio lavorava. Il letto lo colpì perché era matrimoniale ed emanava un odore di pulito. Eppure al castello non aveva veduto la moglie dello zio, ammesso e non concesso che ne avesse una e che avesse anche dei figli.
Invece le pareti della stanza erano adorne di pitture. Non c’era solo un quadro raffigurante la madonna posta a capo del letto. Bensì meravigliosi arazzi in stoffe di Fiandra ritraenti rispettivamente una battuta di caccia e una scena mitologica. Già gli era parsa magnifica la casa di Montino, quando, tre anni prima, si trasferirono a Sirmione, ma quella stanza da sola, la superava di gran lunga. Nella stanza però, si accorse anche della presenza di una grossa tinozza con l’occorrente per lavarsi. Appena gli occhi si posarono su di essa la porta si spalancò ed entrò una donna rubiconda e in carne, dalla faccia allegra e simpatici ricci a cavatappi. Perché la forma dei medesimi somigliavano proprio alla lama di quello strumento. «Santo Cielo.» Esclamò stupefatta appena lo vide.
Il ragazzino trasalì e la guardò incerto e confuso. Si rese conto che la signora, una domestica, recava con sé l’occorrente per il suo bagno e dei teli per asciugarsi. «Mi dispiace, madama…Mio zio ha detto che potevo stare qui, per oggi.» Cercò di giustificarsi lui, arrossendo.
«Certo che puoi restare qui.» Fece quella atteggiando la bocca a una comica o. «Desideravo tanto incontrarti e ora eccoti qui.» Disse lei entrando. Posò la roba sul tavolo e gli si avvicinò. Gli prese il viso tra le mani grassocce e rovinate dal lavoro. Indossava una gamurra e un guarnello dalla linea molto simile alla cotta. I capelli lunghi e arrotolati erano bendati in due torciglioni annodati all’estremità del capo.
«Cielo che gli somigliate. Pari quasi uno dei nostri figli.» Fece la donna con aria materna, continuando a sorridere. Lui la guardava sempre più confuso. «Figli?»
«Oh, che cattivo, mio marito non ti ha parlato di me? Sono Maria Patrizia, la moglie di Etienne da Monselice».
Quindi quella era sua zia? Perché non gliene aveva neanche accennato? «Sei davvero un bel giovanotto, oh, quasi mi pare di vedere il bell’uomo che diventerai. Ma che hai fatto ai capelli? Perché li porti così corti?»
«Ah, eh, non mi stanno bene troppo lunghi.» Inventò, imbarazzato. La signora parve farselo bastare che poi batté le mani e lo sospinse vicino alla tinozza. «Dai, su, su, che devi farti il bagno.» Ciò detto si avvicinò alla tinozza lei stessa e ci immerse un dito dentro. Il nipote di Etienne non si era neanche accorto che la vasca da bagno era piena d’acqua: «Accidenti si è raffreddata. Vado a prendere un po’d’acqua calda in cucina. Tu intanto sistemati pure. Va bene? Torno subito.» Quasi sbatté contro la porta tanto non gli staccava più gli occhi di dosso. In pochi minuti era già tornata e rovesciava un intero secchio d’acqua calda nella tinozza. «Ecco qua. Accomodati pure.» Disse voltandosi verso di lui.
«Vi ringrazio».
«Non darmi del voi, sei in famiglia. Dammi pure del tu.» Fece la signora, allegra. Sembrava sprizzare felicità da tutti i pori.
«Ehm…Io dovrei…»
«Oh, scusami, certo, esco. Gli asciugamani sono sul letto e ti vado subito a procurarti dei vestiti.» Fece lei scattando verso la porta come una specie di marionetta che aveva visto in un teatrino durante una fiera. Rimasto solo il ragazzino si decise a fare il bagno. La zia entrò con dei vestiti della sua taglia mentre lui era ancora nella vasca. Si dimostrò più discreta e meno invadente del previsto. Si limitò a posargli i vestiti sul letto e scoccargli un sorriso. Poi si defilò.
Quando Agostino fu pronto, accese il camino e si asciugò con le sue fiamme. Infine prese gli abiti che la zia gli aveva portato. Non ne aveva mai visti di così sontuosi. Però si rivelarono anche caldi e comodi. Indossò il corto farsetto e le calze solate, che allacciò al primo, poi, sopra di essa le vesti, che era una gonnella realizzata con stoffe pregiate e decorazioni sfarzose. Avrebbe indossato anche la berretta, se avesse portato i capelli un po’più lunghi.
Passò tutto il tempo così, a scaldarsi, rimirare il paesaggio fuori della finestra - almeno quel poco che poteva vedere - e badare al fuoco. Era stato riposante, anche se da un lato si sentì molto solo. Di solito le persone erano curiose, si immaginava che qualcuno sarebbe venuto a salutarlo e fare la sua conoscenza. Ma non venne nessuno. Gli parve strano, ma poi pensò che da quelle parti fosse normale. Ne aveva già avuto un assaggio quattro anni prima.
Ma in questo caso era il nipote del ciambellano. Era impossibile che nessuno venisse a trovarlo.
Per un istante sprofondò nella tristezza più assoluta. E gli tornò in mente il tradimento di Montino, il viaggio, e l’incubo che lo aveva colto a Bologna. Cercò di distrarsi più che poté e provò a frugare dappertutto per trovare un passatempo. Anche un libro sarebbe andato bene, sebbene non sapesse né leggere né scrivere. Cosa avrebbe dato per poter uscire da quella stanza… Poi si accorse della finestra e si affacciò, restando meravigliato: la bellezza del paesaggio parve ripagarlo un po’di questo silenzio angosciante e salvarlo dai suoi tormenti. In fondo - si ritrovò a considerare dopo una lunga riflessione - non era un brutto posto, avrebbe anche potuto abituarsi.
Quando il sole calò e le fiamme dipinsero di arancione la stanza, donandole un calore che il giorno non le dava, Maria Patrizia tornò. Recava con sè un vassoio di cibo come non ne aveva mai visti in tutta la sua vita. Infatti depose sul tavolo un arrosto di maiale condito con spezie e foglie d’alloro su una grossa fetta di pane. Una coppa di vino e due mele. «Mio marito ha detto che avresti mangiato qui, stasera, chissà perché».
«Forse è per via della stanchezza del viaggio.» Disse il ragazzo.
«Vuoi che ti faccia compagnia?» Propose la donna dopo che ebbe sistemato il vassoio sul tavolo. Si pulì le mani al grembiule che indossava. Ma il ragazzo stiracchiò le labbra in un sorriso e scosse il capo. «No, grazie molte, ma non è necessario».
La zia parve restarci male: «Sei sicuro?» E Agostino, paventando già un possibile rimorso nei confronti di quella parente appena conosciuta cambiò idea: «No. Per favore, resta pure, se ti va.» In fondo erano mesi che non cenava con qualcuno.
La donna sorrise e si accomodò sulla sedia accanto cui prese posto il nipote ma non toccò cibo, asserendo che si era riempita a sazietà fino ad ora. Perciò lui ebbe il pasto tutto per sé. Il ragazzo ringraziò segretamente il Cielo di quella fortuna e mangiò il pasticcio di erbe e i cappelletti alla cortigiana con gusto. Quasi che non toccasse cibo da giorni. Non immaginava che la cucina fosse ancora più buona, salendo. Poi bevve il vino nella coppa. In tutto questo trionfo di papille gustative, non si accorse neanche che la zia lo fissava estasiata, quasi si beasse di lui. «Come vorrei che i tuoi cugini potessero conoscerti.» Disse a un tratto.
Il ragazzo mandò giù il vino e la guardò: «Perché non sono venuti?»
«Oh, sono rimasti giù in cucina con il resto della servitù. Pensa che Etienne ha fatto una fatica del diavolo per convincerli a restare di sotto invece che venire a tartassarti in camera.» Ridacchiò la donna e Agostino non poté non assimilarla a una perpetua. Anche se non seppe spiegarsi il perché. Ma se non altro, adesso sapeva perché nessuno era venuto a fargli visita. «Sono così vivaci?» Domandò afferrando un pezzo di pane che cominciò a usare per ripulire le scodelle.
«Molto.» Confermò la donna con una risatina che coprì portandosi la mano grassoccia alla bocca. Forse per coprire un dente marcio o mancante. Non si sarebbe stupito, per questo. «Ma tuo zio gli ha ordinato di non farlo perché stavi riposando».
«Veramente non ho dormito per niente.» Si lasciò sfuggire il giovane e lei lo guardò stupefatta.
«Oh? E allora che hai fatto tutto il tempo?»
«Niente.» Mentì. Non se la sentiva di parlare con la zia di quello che aveva fatto dopo essersi stufato di rimirare il paesaggio. Dopotutto era appena entrato nell’adolescenza vera e propria, col cavolo che le avrebbe raccontato tutte le sue manovre intime - che aveva ripulito usando ciò che restava del suo bagno - e non. Ma quello non l’avrebbe raccontato neanche ai suoi, se fossero stati vivi. «Avrei potuto dormire, ma non avevo sonno.» Buttò lì, poi. Lo stomaco gli rumoreggiò e la donna disse: «Hai ancora fame? Mi dispiace, se me lo dicevi prima avrei provveduto a portarti qualcos’altro».
«No, per stasera penso che possa andare bene così».
«Ma non hai mangiato moltissimo. Vuoi che ti porti qualcos’altro, caro?» Fece lei posandogli delicatamente una mano sulla spalla. Il giovane sussultò per via della scossa che ricevette. E lei ritrasse la mano. «Mi hai dato la scossa.» Disse ridacchiando, toccandosi la parte lesa. E anche lei ridacchiò, incerta e la mano salì a coprirle la bocca. Poi tornò seria: «Davvero, se vuoi che ti porti qualcos’altro non hai che da chiedere.» E lo disse con un tono così materno e convinto che qualcosa dentro il ragazzo si sciolse immediatamente. Si girò verso la zia con occhioni grandi e imploranti. «Posso sul serio?» Domandò, maledicendosi mentalmente per il tono da bambino che gli uscì e la faccia piena di infantile speranza che doveva avere. «Certo, il cibo non ci manca.» Sorrise la donna con fare accomodante e il nipote notò che i suoi denti erano praticamente perfetti. Perché coprirli quando rideva, allora? Ma non glielo chiese. Si limitò a domandarle: «Allora potresti portarmi una fetta di torta e una coppa di latte, per piacere?»
La signora balzò in piedi con uno scatto inaspettato, data la sua mole, batté le mani e disse: «Ma certo, vado subito a prendertele.» Ciò detto eseguì e dopo pochi minuti tornò con quanto richiesto dicendo: «Scusa se ci ho messo molto, ho fatto scaldare il latte e l’ho fatto condire con il miele. Ho fatto bene?» Disse, accigliandosi.
«Hai fatto benissimo, zia.» Sorrise il giovane, divertito e lei rilassò la sua espressione. Il tredicenne mangiò tutto di gusto e poi lasciò che la zia portasse via i vassoi coi piatti e le coppe. La donna gli augurò la buonanotte e si accomiatò con un sorrisone. Anche il nipote ricambiò. Poi si tolse i vestiti, cercò nella cassapanca una camicia da notte, la indossò e si coricò sotto le pesanti coltri invernali. E, per la prima volta, si sentì di nuovo circondato dal calore di una famiglia e molto meno solo. E, ben presto, cullato dalle sensazioni lasciategli dalla zia, si addormentò.
Il cammino della Fenice
Memorie di un vecchio signore
Se qualcuno dovesse scrivere la mia biografia, allora è bene che sappia che ci sono segreti che non posso rivelare. Altrimenti mi gioco la mia reputazione, già sono vecchio, non voglio che si pensi che sono impazzito del tutto.
In questi anni non ho fatto altro che scrivere per le persone, e ora mi posso finalmente dichiarare in pensione. O meglio, mi vorrei dichiarare così, ma sento ancora il bisogno di mettere insieme immagini e parole come film nella mia testa. E a stento resisto all’impulso di prendere qualunque cosa per trascriverle e lasciarmi trascinare dal flusso. Poi mi ricordo che sono in pensione, e allora lascio - con amarezza - che queste immagini marciscano e muoiano nella mia mente. Ma è anche vero che ho la mia età e che le dita non sono più quelle di una volta e che presto morirò. Lo so come è vero che respiro. È dura invecchiare restando mentalmente lucidi; si ha più consapevolezza di ciò che si ha perso e di ciò che ci attende.
Mi ero giurato che dopo il mio ultimo libro non avrei scritto mai più e invece no. Ho trasgredito il giuramento a causa di Magada, la mia badante. La mia cara Magada, che si occupa di me da dieci anni. Un giorno di fine agosto, mentre rassettava il mio studio, ha trovato i fogli dei miei primi romanzi. Avrebbe potuto gridarmi di averli trovati, invece me li ha portati, rapida e silenziosa come suo solito. Quando me le ha messe davanti non li ho riconosciuti subito. Ma quando li ho presi in mano sono rimasto di sasso: pensavo di averli persi. Così ho inforcato gli occhiali e mi sono messo a sfogliarli, ignorando il tanfo di muffa e le parole mezzo cancellate dal tempo. Ho riso dei miei primi tentativi: quanti errori, quanti strafalcioni, quante ridondanze, e quante parole dialettali. Oddio, facevo davvero pena.
Magada si è seduta sul bracciolo della poltrona e ha letto assieme a me le mie prime creazioni. Quanti ricordi mi suscitano queste storie, quanta giovinezza, quanta ingenuità. E il mio sorriso non scompare finché non trovo gli ultimi fogli; quelli del brain storming sulla Fenice. Magada pare accorgersi del mio cambiamento d’umore perché mi domanda se sto bene. Ed io rispondo di sì e la rispedisco a fare le pulizie. Lei obbedisce, un po’ titubante, lasciandomi solo.
Avevo dimenticato quel quasi romanzo.
Allora avevo intenzione di scrivere un romanzo ambientato in un futuro alternativo dove una giovane scopriva in un convento le memorie dei suoi genitori, ma poi la situazione mi era sfuggita di mano, e le informazioni che avevo acquisito mi coinvolgevano troppo per espormi così tanto.
Per questo, questo romanzo in particolare non ha mai visto la luce.
Ma ora sono vecchio, sono cambiato, e ho la forza di scriverlo. Quindi mi armo di carta e penna e comincio la mia opera, laddove non è mai cominciata.
Dovete scusarmi se troverete interruzioni, errori, ma l’età è quello che è, e sto cercando di emulare lo stile del me ventitreenne per una maggiore coerenza. Inoltre dovete scusarmi se mi rivolgo direttamente a voi, cari lettori, in realtà non sto pensando di farvelo leggere, ma sono abituato a scrivere così. Pensandoci meglio, sapete che vi dico? Mi piace l’idea di sapervi presenti mentre stendo quest’ultima opera, mi aiuta a scrivere meglio, perché così posso leggervelo subito senza aspettare inutili e tediose pubblicazioni. Perciò perdonate anche la mia burbera arroganza di vecchio. Quindi, anche se siete solo fantasie della mia mente, vi prego di restare ad ascoltare mentre ripercorro con voi i miei primi passi in questo vecchio pazzo mondo.
Il cammino della Fenice
Ehi, sì, dico a te, vieni qui.
Sì, sì,
ho deciso di fare una cosa, però non dirlo a nessuno, mi raccomando.
Posterò qui alcuni capitoli del mio romanzo d’esordio. Il Cammino della Fenice.
Leggete, mi raccomando.
Ah, e se a qualche genio venisse in mente di rubarlo, sappia che c’è il copyright
Il sogno
Tu amico, mi chiedi se ho mai viaggiato in vita mia. Si, ho viaggiato, anche se non si direbbe, e non ho ancora smesso. Ogni volta che all'alba apro la finestra, vedo il mare blu che mi abbraccia con la sua salsedine e mi sussurra all'orecchio storie mai narrate con lo stridio dei suoi gabbiani. Quando esco di casa mi ritrovo a Roma, a fare colazione al bar e a visitare la città che si sveglia con l'aurora rosa. Visito il Colosseo dove incontro i miei amici spettri di Gladiatori che si allenano e mi accolgono tra loro sotto lo sguardo dell'Imperatore. Appena il sole si fa più alto, me ne vado a nuotare nei flutti del mediterraneo e mi immergo sott'acqua e sotto la luce che posso quasi toccare. Poi, riemergo e sono in Egitto, dove vado a scalare le piramidi; ne discendo in Cina sulla grande muraglia dove mangio un po' di cibo del luogo. Chiudo gli occhi un attimo e mi ritrovo in Canada, nella foresta, a correre con i cervi tra le sequoie e a gridare coi falchi e le aquile. Ad ammirare lo sconvolgente spettacolo delle cascate del Niagara da cui nascono i meravigliosi ponti arcobaleno che non smettono mai di affascinare; come nemmeno il suo eterno baccano e le sue gocce e i suoi schizzi che mi colpiscono in pieno. Una goccia mi atterra sul labbro, la bevo chiudo gli occhi e sono a New York a mangiare una pizza e a bere vino in centro mentre il sole rosso tramonta tingendo il cielo di iridescenti figure e colori. Poso il bicchiere e sono in una cueva spagnola a ballare il flamenco coi gitani e a ballare il tango coi tangueri e a divertirmi come un matto su quelle note e quella pista. Piroetto con una gitana e sono di nuovo a letto, con le mani giunte in grembo e gli occhi chiusi a dormire. Una donna circonfusa di luce argentata entra nella mia stanza, si siede sul mio letto, mi racconta delle storie e mi bacia sulla bocca, poi se ne va. La mia gioia e la mia vita, ogni notte viene da me e poi se ne va via ma torna sempre.Per questo la amo, lei è liberta, lei è la luna, lei è Diana. In mezzo a tutta questa nebbia di parole ho dimenticato di dirti il mio nome. Io sono Endimione e questo è il mio modo di viaggiare e non mi fermo mai nonostante io sia sempre immobile e dormiente.
Il sole di mezzanotte
(Attenzione, storia nonsense scritta per il puro gusto di scrivere)
Dicono che sia a quattordici anni che accadono le cose più straordinarie. Che a diciannove si trovi l'amore. E che le cose più belle accadano di notte. Ma io non posso né confermare né smentire visto che non sono mai uscita di notte da quando sono entrata nell'età della ragione. Né per una passeggiata né per un compleanno. Le persone dicono che sono strana. Non è vero. Sto cercando un miracolo. Un miracolo che a pochi mesi dalla fine della scuola mi permetta, se non altro, di essere rimandata. Le materie in cui difetti sono matematica e spagnolo. In realtà ci sarebbe anche educazione fisica ma mi basterà studiare un po' per la prossima verifica e sono a posto. Il miracolo che serve a me è un'idea. Qualunque cosa che mi permetta di non far incazzare un'altra volta la prof di spagnolo. Che è buona e comprensiva e tutto ma se non faccio i compiti un'altra volta mi ammazza. Dicono che le idee migliori vengano di notte. Speriamo che sia vero. Perché camminare da sola per la città mi fa un po'paura. Anche perché è dalla quinta elementare che non lo faccio. E non sarei voluta arrivare a tanto per uno stupido tema creativo ma non c'è scelta. Vedete, io ho un dono: vedo i sogni altrui. C'è chi vede i fantasmi, chi legge la mano, chi parla coi gatti e poi ci sono io. Mi chiamo Sole. E una volta ero io il sole di mezzanotte. Una volta mi divertivo moltissimo a giocare coi sogni che vedevo. Ma dovetti smettere quando i miei si accorsero che uscivo di casa di nascosto. Loro sono "normali". E non sapete che torture dovetti subire da parte dello psicologo e da parte dei miei. Mi trattavano con i guanti neanche fossi sull'orlo di una crisi di nervi. Poi smisero perché "persi" questo dono. In realtà non l'ho perso, mi sono sforzata di ignorarli con tutta me stessa nonostante i loro richiami. E non sapete quanto dolore e sofferenza mi sia costata. Perché io non ho mai più sognato. Dormo ma non mi ricordo i sogni. Perciò è come se non sognassi affatto. E ho continuato così finché non sono scomparsi tutti, uno dopo l'altro. Non so se sia peggio non sognare affatto o aver perso i propri sogni, perché con quelli se ne sono andati anche quelli che avevo per me stessa. Li ho cercati a lungo ma non li ho mai più trovati.
Ma più cammino più ho freddo, più non succede niente. Improvvisamente vengo assalita da un piacevole tepore e i muri della strada si colorano di piante e alberi, prima come murales poi diventano tridimensionali e mi sembra di essere nella giungla. Poi uno sciame di farfalle blu esce dalla vegetazione e mi volteggia attorno. E piante che non ho mai visto fioriscono tutto attorno a me. Ecco, ci siamo. Penso, e prego che non svaniscano. Sei calciatori mi accerchiano e mi dribblano. Poi se ne vanno. E se alzo lo sguardo le stelle danzano nel cielo. E di lune ne vedo due. Non mi ricordavo che funzionasse così.
Ho paura di prendermi una pallonata sul naso perché rieccoli che ritornano. Poi i calciatori lasciano il posto ai pirati che litigano per una mappa. «Ti dico che è a est. Dobbiamo andare ad est». «E io ti dico che è a Sud. Dobbiamo andare a Sud!» Li sorpasso e continuo per la mia strada. Accompagnata dal possente ruggito di un leone.
E poi lo vedo, seduto sulla panchina sotto l'albero come se fosse lì da tanto. È un ragazzo. Avrà la mia età. Mi vede e mi saluta rilassato e mi fa cenno d'avvicinarmi. Gli occhi sorridenti come se stesse aspettando proprio me. E io lo esaudisco. «Ciao.» Lo saluto, intimidita. «Ciao!» Esclama entusiasta. «Accomodati!» Fa subito dopo, eccitato. Oserei dire che non sta più nella pelle. Ancora una volta lo esaudisco. «Allora, cosa ci fai qui a quest'ora? Problemi d'insonnia?» Mi chiede, interessato.
«Una specie». «Hai paura?» Mi chiede a bruciapelo. Trasalisco. «Si nota così tanto?» «Sei tesa come una corda di violino». «Bè, guardami, sono qui da sola, nel cuore della notte, a parlare con uno sconosciuto. In un mondo che una volta conoscevo come le mie tasche e ora ho paura che scompaia di nuovo e stavolta per sempre. Secondo te come mi dovrei sentire?» Lui mi fissa per un po'prima di scoppiare a ridere. «Sono così divertente?»
«Un po'. Non c'è niente di cui aver paura. Io sono qui perché amo la notte. È il mio grembo materno, una parte di me.» Spiega lui con l'entusiasmo di un bambino a Natale.
Mi domanda se anche per me sia così. Ma quando mi giro a guardare il paesaggio circostante, tutto è scomparso. Non c’è più nessuno, e io sono di nuovo da sola. Ma quando mi giro scopro che il ragazzo è ancora lì.
«Una volta l'amavo anch'io. Una volta non era così desolata per me. Sai, una volta io vedevo...Ah, niente; lascia perdere».
«Vedevi cosa? Avanti dimmelo, che sono curioso».
L'ho notato. Arrossisco e vuoto il sacco: «I sogni. Ma ora non più.» Faccio imbronciandomi. E mi scopro a piangere. «Li ho cercati dappertutto, ma non li vedo più. Li ho scacciati ingiustamente e ora...» Scoppio a piangere apertamente.
Il mio nuovo conoscente mi strofina le mani sulle spalle e cerca di mormorare rassicurazioni. Ma non l'ascolto. Ormai è troppo tardi. Poi lo sento dire, serio ma determinato: «Non è come pensi». «Non è come penso?»
«No. Loro sono ancora lì. Aspettano solo che tu possa vederli di nuovo. Non sono mai andati via».
E alle sue spalle la luce del lampione torna a illuminare, a poco a poco, ciò che il buio aveva cancellato. E riprendo a vedere le meraviglie del mondo dei sogni. E mi scopro di vederne anche molte di più di quando ero bambina.
«Come?»
«Prova. Ricorda come facevi da bambina, Sole. Ecco, guarda.» E mi indica con un cenno del mento dietro le mie spalle. Ed ecco arrivare una locomotiva a vapore. Poi la scena cambia e di fronte a me c'è una bellissima prateria con gli indiani e i cow boy. Poi vedo accanto a me un leone e un drago si eleva in volo nel cielo. Poi ecco arrivare una nave solcare l’asfalto come fosse acqua e gli uomini chiamarmi a bordo.
Non pensavo che nei miei sogni ci fosse così tanta avventura e tanti colori.
E mentre questa e altre meraviglie di mostrano ai miei occhi, le lacrime scompaiono. «Questi sono i sogni che hai cercato tanto a lungo. Quelli che credevi di aver dimenticato. Tutto quello che vedi, io, ti stavamo aspettando da tempo. Non ti abbiamo mai lasciata sola. E non lo faremo mai.» Mi promette prendendomi le mani tra le sue. I suoi occhi nei miei. E già so di potermi fidare della sua promessa.
Ignite I.G.N.I.T.E. I grieve nothing, I take everything. Non mi affliggo mai, prendo tutto. La vita è troppo breve perché perda tempo ad affliggermi per qualcosa.
Ignite me Tahereh Mafi
by Bairon Rivera
Noi siamo il fuoco
noi siamo la fenice
e per quanto proverai a sopraffarci o a spegnerci
troveremo il modo di tornare a splendere con più forza di prima.
by massimo ankor