L’università ci vuole perfetti.
La società ci vuole perfetti.
Ogni giorno veniamo spinti a dimostrare qualcosa; non importa quanto siamo stanchi, confusi o fragili. L’importante è non fermarsi, non mostrare crepe, non lasciar trapelare l’incertezza. Bisogna essere brillanti, determinati, sicuri di sé, anche quando dentro si trema.
Ci insegnano che un voto basso definisce il nostro valore, che il tempo impiegato per laurearci misura la nostra intelligenza, che chi si ferma resta indietro.
E così studiamo fino a consumarci, con la mente satura e il corpo stanco, ma con il sorriso addosso, quello che serve per non far preoccupare nessuno, per non sembrare deboli.
La società ci vuole vincenti, produttivi, sicuri del nostro posto nel mondo e con una risposta pronta ad ogni domanda.
Ci spinge a credere che la realizzazione personale coincida con la velocità, che chi non arriva per primo non arriva affatto.
Ci convincono che la pressione sia normale, che la stanchezza sia un segno di dedizione, che la competizione sia l’unica via per il successo. E così impariamo a nascondere la fatica, a giustificare l’ansia, a sorridere anche quando dentro ci sentiamo svuotati.
L’università ci chiede di essere studenti modello, ma dimentica che siamo persone.
La società ci esorta a essere forti, ma ci toglie il diritto di essere umani.
Ci vuole impeccabili, veloci, ambiziosi, ma non lascia spazio all’errore, alla paura, alla confusione.
Ma nessuno parla del peso che questa perfezione imposta lascia sulle spalle.
Nessuno dice quanto sia faticoso sentirsi costantemente in difetto, fuori tempo, inadatti.
E allora restiamo qui, intrappolati tra ciò che siamo e ciò che dovremmo essere, con la sensazione costante di rincorrere qualcosa che non si raggiunge mai.