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Ode al cinema cerebrale e impegnativo del Maestro Russ Meyer.
Serata Cult/Scult Reloaded #2: Ed Wood/Il mostro dei cieli (The Giant Claw)
CULT.
Candidamente sedotti, a causa di ragioni non totalmente comprensibili, dallo scultissimo Plan 9 from Outer Space, decidiamo (baldanzosi) di visionare il biopic sulla vita del maestro che ha dato origine al fenomeno: Ed Wood, sublime opera eponima partorita dalla mente di un diverso tipo di genio.
L’anno è il 1994 e un Tim Burton galvanizzato dal fresco successo ottenuto con Batman Returns, riesce a donare una sempiterna fama allo sceneggiatore/regista/attore/produttore/montatore di Poughkeepsie. Coraggioso ad accettare di produrre (insieme a Denise di Novi) una bozza di sceneggiatura di Alexander e Karaszewski, basata sulla biografia di Wood (Nightmare of Ecstasy) poiché, tale opera, mette in mostra “una Hollywood difficile da raccontare.” Inizialmente affidato alla regia di Michael Lehmann, il progetto viene presto ghermito dalle gotiche manone di Burton, il quale ha evidentemente preso ancor più a cuore la vicenda del protagonista durante la lettura integrale della biografia del supposto “worst director of all time.”
SINOSSI: “Giunto dalla natia Pennsylvania, negli anni '50, a Los Angeles, il giovane Edward D. Wood Jr. (Johnny Depp) è reduce dall'insuccesso teatrale del suo lavoro "The Casual Company". Determinante è l'incontro col suo idolo Bela Lugosi (Martin Landau). Questi, personificazione del mito di Dracula, è disoccupato da 4 anni ed è da tempo alcolizzato e morfinomane, ma Ed riversa su di lui tutto l'affetto e l'ammirazione che ha in sé. Ed ha già proposto al produttore Weiss la storia di un uomo incerto sulla sua destinazione sessuale, "Glen or Glenda", che riflette la sua segreta passione per l'intimo femminile, atteggiamento che sconcerta non poco la fidanzata Dolores Fuller (Sarah Jessicah Parker). Wood diviene il protagonista di questo scombiccherato antesignano dei film "en travesti" che la presenza di Lugosi dovrebbe nobilitare e che rende ilare Feldman della Warner quando gli viene sottoposto. Ma Wood non demorde, ed organizza convention per raccogliere, invano, fondi. "La sposa del mostro", già "Sposa dell'atomo", è un altro insuccesso clamoroso. Frattanto Lugosi, gravemente intossicato, va in ospedale. Nell'assistere Ed conosce la sua futura ed affezionata moglie, Kathy O'Hara. Poi Bela, dopo aver girato una scena del film "Ladri di tombe dall’interspazio", muore. Il padrone di casa, il pastore battista Lemon accetta di finanziare, per raccogliere con gli incassi fondi per una serie di film religiosi, "Plan 9 from Outer Space". Fa però battezzare tutta la strampalata troupe: la presentatrice televisiva Vampira, il sensitivo Criswell, il chiropratico Tom Mason, assunto quale controfigura di Lugosi, il lottatore Tor Johnson, l'omosessuale Bunny Breckinridge (Bill Murray), che sogna un cambiamento di sesso in Messico. Prima della ipotetica quanto trionfale "prima" al prestigioso "Pantages" di Los Angeles", Ed ricorda l'amico scomparso.”
Il film si apre con un lunghissimo piano sequenza in cui titoli di testa (concretamente incisi su lapidi in un cimitero) si fondono al prologo che omaggia quello di Plan 9, settando immediatamente il tono per ciò che apparirà durante la visione: fotografia in bianco e nero incredibilmente contrastata e surreale che fonde atmosfere dark e un’ironia acuta che non sfocia però mai nella ridicolizzazione o nella parodia dei personaggi realmente esistiti (dualismo ben espresso anche dallo score del compositore Howard Shore). Edward Wood adora fare film. Adora così tanto fare film da trasformarsi in un non vedente di fronte a ciò che decide di riprendere: ama ogni take di ogni scena, è sempre buona la prima; è talmente innamorato di ciò da non riuscire a percepirne i difetti: tutto è sublime, tutto è perfetto. Immaginate una personalità del genere inserita in un contesto produttivo in cui tutto deve essere fatto IN FRETTA e SPENDENDO POCO e capirete il motivo per il quale Edward Wood sia giunto fino ai nostri giorni con l’ignominiosa etichetta che tutti conosciamo. La pellicola tratta diversi temi decisamente scomodi, con un tocco di sensibilità e molta ironia:
Burton punta molto sul rapporto che si instaura tra Ed e il suo idolo Bela Lugosi (uno straordinario Landau vincitore di un Oscar), anziana star tossicodipendente dimenticata da tutti (“Ma non era morto?”), masticata e risputata dal sistema hollywoodiano che sopravvive grazie al sussidio di disoccupazione. Se l’accordo iniziale tra Ed e Bela sembra portare soltanto meri benefici economici ad entrambi (il primo ha bisogno di un nome per ingolosire i produttori, il secondo ha bisogno di sopravvivere e accetterebbe quasi qualsiasi ingaggio), la realtà è ben diversa e l’amicizia che scaturirà sarà sincera e commovente fino alla morte di Lugosi.
La passione per gli abiti femminili di Ed e la conseguente separazione dalla fidanzata Dolores Fuller.
Il rigetto delle banalità e dei luoghi comuni secondi i quali “chiunque, tramite l’impegno e la volontà, può arrivare a realizzare i propri sogni bla bla bla bla…” Edward mette nei propri lavori tutto ciò che ha, ma tutto ciò che ha non sopperisce alla mancanza di talento. Questo è un boccone amaro da digerire per lo spettatore poiché, alla fine del film, la sensazione che proviamo (anche grazie alla grande interpretazione del golden boy Johnny Depp) è agrodolce: felicità che scaturisce per empatia nelle scene in cui il regista fa ciò che ama e compassione estrema quando notiamo la sua palese cecità di fronte agli evidenti difetti che si accumulano durante le riprese.
Ed Wood non otterrà successo al box-office, attestandosi sui 5,9 milioni di dollari a fronte di una spesa di circa 18 milioni (ma conquisterà consensi positivi dalla critica). Ne esce fuori un film cult, bizzarro nell’affrontare tematiche a cavallo tra il patetico e l’assurdo con un’ironia tipicamente burtoniana che permette alla pellicola di evitare toni da tragedia esistenziale e di attestarsi su un grottesco e bilanciato mix che solo un grande regista avrebbe potuto plasmare. Burton crea una visione del mondo del cinema attraverso gli occhi di Edward Wood, “artista” senza il quale nemmeno Tim, forse, avrebbe potuto fare carriera.
P.S. Vincent D’Onofrio è Orson Welles in una scena fantastica che NON CREDO aderisca al reale, ma vale comunque mille punti.
P.P.S. Bill Murray interpreta un omosessuale che vuole cambiare sesso.
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SCULT.
Aaaaaaahhh! Eccoci qui, finalmente. Il main event, “il peggior film di fantascienza degli anni cinquanta”, “il peggior mostro mai visto in un film”, “il peggior montaggio messicano nella storia del cinema” e così AD LIBITUM.
The Giant Claw, in Italia Il mostro dei cieli, è una pellicola del 1957 di Fred S. Sears che quell’anno firma la regia di altri cinque film. Cercando di cavalcare l’onda della sempre più onnipresente sci-fi cinematografica, il produttore Sam Katman pensa, con un budget irrisorio, di essere in grado di mostrare qualcosa di spaventoso agli "umili” spettatori che affollano i numerosissimi drive-in a stelle e strisce.
Il risultato è fantasmagorico.
SINOSSI: “Mentre il mistero avvolge la scomparsa di alcuni aerei in ricognizione nelle regioni artiche, una mostruosa, gigantesca creatura alata fa la sua apparizione nei cieli dell'America settentrionale. L'aeronautica militare non ci mette molto ad associare quella incredibile presenza con le inspiegabili sparizioni e appronta immediatamente un piano di emergenza, ma l'orrenda cretura si fa beffe dei caccia che le vengono mandati contro per distruggerla. Il mostro, in realtà, è immune alle armi dell’esercito grazie a una sorta di schermo antimateria che lo circonda. Unica possibilità di abbattere la creatura è infrangere lo scudo che la protegge. In tempi da record, viene progettato e realizzato un raggio mortale pronto ad entrare in azione quando il mostro si permette una breve sosta sull’Empire State Building.”
Il film non nasce AFFATTO come ridicolo: la tensione palpabile della minaccia incombente, rafforzata dalla buona recitazione di tutto il cast e da valori produttivi non sicuramente eccezionali ma nemmeno al livello di Plan 9 from Outer Space, creano un incipit per un’idea tutto sommato abbastanza credibile, visto anche il periodo di uscita. C’è però un problema: quando il mostro appare per la prima volta, ha questa faccia.
Non oso immaginare la reazione degli spettatori dell’epoca. Anzi, probabilmente sì, poiché sarà stata molto simile alla nostra: RISATE. Tutti gli sforzi del cast obliterati da un singolo elemento di un film che nemmeno Spielberg, Peter Jackson o Zeus avrebbero potuto salvare. Il contorno c’è ed è apprezzabile, ma la portata principale ha un sapore talmente orrendo che tutto il resto viene inglobato dal buco nero di bruttezza generato dal mostro; di materia, antimateria e spazi siderali è composta anche la trama, che si sforza tramite cervellotiche spiegazioni quantistiche di resuscitare una credibilità che è andata a farsi fottere una volta comparso Il Grande Artiglio. Come possa poi un esperto di elettronica (Jeff Morrow) essere l’unico umano del pianeta in grado di costruire un dispositivo NUCLEARE di quella portata, non ci è dato saperlo.
Bisogna ammettere che è anche parecchio divertente. Un pupazzo rigidissimo con la testa di gallinaccia, con fili che escono da tutte le parti e un’espressione ebete che semina il panico nel mondo pappandosi decine e decine di esseri umani. Cos’altro c’è da dire? COSA?! Gravi colpe per questo scempio sono da imputare al produttore taccagnone che “... poiché alcuni suoi collaboratori gli avevano detto che in Messico vi era una ditta specializzata nella realizzazione di effetti speciali, molto valida, ma con prezzi bassissimi, Katzman stralciò immediatamente dal copione tutta la parte relativa al mostro ed agli scenari modellistici in cui il medesimo interagiva con treni, auto ecc. e delegò alla ditta messicana non solo le realizzazioni in miniatura, ma anche tutte le riprese ad esse connesse.” Ecco, il materiale messicano era di infima qualità rispetto a quello americano. Ed è un vero peccato, poiché gli attori si erano veramente impegnati e recitavano senza immaginare quale sarebbe stato l’aspetto del mostro (un po’ come succede oggi con la CGI). Pare che Jeff Morrow, l’attore che interpreta il protagonista, presentatosi alla prima del film nel ‘57, abbia lasciato la sala una volta apparso il mostro sullo schermo. Pare si fosse anche sbronzato di brutto una volta arrivato a casa.
Un’occasione sprecata. Una pellicola che avrebbe potuto diventare un classico della sci-fi degli anni 50, diventa invece un classico in negativo. Peggio per gli amanti del cinema, meglio per gli amanti del trash (involontario, gli anni 80 distavano ancora parecchio).
Voto Mike: “A 7 pollici in su +” (3.5 su 10)
Voto Viga: “A 6 pollici in su” (2 su 10)
Risultato dell'esperimento #2:
Stiamo cominciando a credere che quest’esperimento stia fallendo clamorosamente. Una volta terminata la visione di un film, lo spettatore sembra resettare le aspettative per il prossimo. Forse non importa quanto il primo sia fantastico, orribile o recitato male perché tanto, all’avvio del secondo, stiamo guardando una partita di un altro sport, con le proprie regole, la propria filosofia e il proprio cuore (per quanto incompetente questo cuore possa essere). Aggiornamento: ho scritto un sacco di cacate. Discutendone col buon Viga, ci siamo resi conto che il motivo per il quale non notiamo un contrasto esagerato tra i due film è solamente perché partiamo prevenuti, SAPENDO GIA’ che visioneremo un film “brutto”. L’idea dell’esperimento si potrebbe applicare in un contesto in cui nessuno dei due soggetti conosca i due film (né sapendo già che uno è qualitativamente superiore all’altro); i titoli dovrebbero essere selezionati casualmente possibilmente da un terzo soggetto. Ho avuto un’idea di merda, lo ammetto. Ma almeno ora possiamo andare avanti a vedere film brutti e direi che, dopo una INTERA settimana, si possa ormai definire tradizione.
Serata Cult/Scult Reloaded #1: Batman Begins/Plan 9 from Outer Space
Al termine di una delle più inutili, snervanti e sfigate estati della mia trentennale esistenza, propongo al buon Viga di raggiungere, tramite un “esperimento”, il nirvana negativo, la pace dei sensi alla rovescia, il punto più alto (basso) di una stagione orripilante: la visione di due film in fila che cozzino fortissimamente tra loro a livello di budget, critica o epoca (possibilmente tutte e tre le cose insieme).
Partendo dal film considerato “migliore” tra i due e gustandosi (subito dopo) l'immonda feccia, entrambe le pellicole ne dovrebbero uscire trasformate per contrasto: il film fico diventerebbe ancor più fico e il pattume diventerà ancor più decomposto.
Questo in teoria.
Si sa, molti esperimenti terminano con un risultato assolutamente non previsto. Comunque, non è il nostro caso.
Le due ore e venti di Batman Begins scorrono velocemente tra pathos, azione, ottima costruzione dei personaggi, eccellente recitazione, super fotografia, bella regia, score emozionante ed epico che scandisce i momenti più intensi del film. Insomma, un degno inizio di una saga mozzafiatante tutta targata Nolan & Goyer.
Dal budget pressoché illimitato di un'opera del 2005, passiamo al fantomatico e stra(s)cult PLAN 9 FROM OUTER SPACE, pellicola di Edward D. Wood Jr. del 1959 considerata dalla critica di fine anni 70 “The worst movie of all time”.
Ora, dopo un moderno kolossal sui supereroi, immergersi in un tale contesto è già piuttosto spiazzante. Ma andiamo con ordine.
SINOSSI: “Una civiltà aliena desiderosa di entrare in contatto con l'umanità per bloccarne le tendenze autodistruttive vede i suoi sforzi vanificati dalla palese autorità di negare la loro esistenza. I visitatori decidono quindi di mettere in atto il Piano 9, il quale prevede la resurrezione di tutti i morti che, in quanto esseri non pensanti, non potranno negare l'esistenza degli alieni e costringeranno i vivi a prenderne coscienza.”
Ovviamente una smisurata volontà non può sopperire alle evidentissime mancanze dell'intero progetto: scenografie che definire spoglie sarebbe un complimento, effetti speciali iper ridicoli, recitazione inesistente, regia piattissima, assurda logica narrativa e idea alla base meravigliosamente tremenda.
La cosa interessante è che il film, proprio grazie a questi fantastici difetti, riesce a divertire. Se una soltanto delle componenti della pellicola fosse stata anche soltanto “passabile”, un lavoro tale sarebbe finito per sempre nella sterminata pila di mediocrità e noia in cui TANTI (troppi) film stanno giacendo da decenni. Non è il film più “brutto” che abbia mai visto, non ci si avvicina nemmeno. La somma delle parti potrà anche dare un perfetto zero, ma se mi intrattiene e mi diverte, allora non può essere una cosa negativa. Siamo ai limiti del paradosso, del famoso “So bad it’s so good”, ma di opere di questo tipo se ne contano pochissime. La butto lì senza informarmi nemmeno a dovere: può essere l'opera iniziatrice del genere mix Sci-fi/horror?
I critici degli anni 70 non erano preparati a quello che sarebbe arrivato da lì a poco e, ancor meno, alla CGI della Asylum dei nostri anni. Avessero fatto una valutazione di Plan 9 nel 2016, probabilmente non sarebbe entrato nemmeno nei peggiori MILLE film della storia del cinema.
Voto Mike (Plan 9): “Incalcolabile” (? su 10)
Voto Viga (Plan 9): “A 7 pollici in su” (3 su 10)
Scene EPICITÀ:
Stacco dalla notte al giorno e di nuovo alla notte mentre Bela Lugosi e la sua controfigura con il mantello sul volto (il chiropratico della moglie del regista, PER NULLA somigliante a Lugosi) cercano di raggiungere il veicolo del poliziotto.
La prima apparizione dei dischi volanti con cordicelle visibilissime.
Il dialogo all’interno della “navetta spaziale”, compresi i dettagli riguardanti la “bomba solare”.
Tutto quello che riguarda l’ispettore Clay (vivo o zombie).
Risultato dell'esperimento #1:
Confronto volutamente e assolutamente disonesto, era nelle premesse.
Nonostante Batman Begins alzi subito lo standard visivo dello spettatore grazie alla propria qualità e Plan 9 risulti così ancor più ridicolo per contrasto (Capitan Ovvio), il lavoro di Ed Wood riesce comunque a reggersi sulle proprie gambe grazie all'unicum di questa pellicola.
Risultato: INCONCLUDENTE. (Sia io che il buon Viga abbiamo visto il film numero 2 per la prima volta, non sappiamo se effettivamente sarebbe stato diverso gustarselo sotto forma di piatto unico. Sperimenteremo meglio la prossima volta).
#kyuss #stoner
Montale anticipa Matrix nel 1925?
"Forse un mattino andando in un'aria di vetro, arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore di ubriaco. Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto alberi case colli per l'inganno consueto. Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto."
Emozioni Virtuali
L-71 vide il volto di 831-H, volto che aveva ammirato per 629703 volte dall'inizio del proprio ciclo vitale, liquefarsi in una pozza di mercurio bollente. L'essenza di 831-H si riversò sui polsi e sulle mani di L-71, mentre suoni sempre più acuti e distorti provenivano da quello che una volta era l'orifizio orale di 831-H. L-71 scansionò ogni centimetro quadrato del corpo di 831-H e della superficie di quella stanza con pareti bianchissime in cerca di una causa che spiegasse ciò che era appena accaduto. Non aveva sufficienti prove per dimostrare che non era stato lui ad uccidere 831-H.
Non c'era tempo; ogni sintetico era provvisto di un rilevatore e lo spegnimento non autorizzato dal proprietario faceva scattare un allarme che avvertiva sia il proprietario stesso che, in questo caso, la polizia. L-71 non poteva mentire, il dispositivo di controllo non permetteva che potesse accadere. Nessuno avrebbe comunque creduto alla sua versione: se L-71 avesse ammesso di aver ucciso 831-H (e non avrebbe potuto farlo né avrebbe voluto) sarebbe stato disattivato. Se avesse detto la verità, nessuno gli avrebbe creduto: "decadimento neuronale causato dai nuovi modelli di cervelli sintetici. Sono sì più avanzati, ma nell'1,7% dei casi si verifica un disfacimento simile all'Alzheimer biologico velocizzato all'ennesima potenza". Così avrebbero detto.
E se fosse davvero così? L-71 si rese conto solo ora della possibilità. E se effettivamente avesse davvero ucciso 831-H a causa del decadimento neuronale e ora non se ne ricordasse più? E se non fosse riuscito a riconoscere un essere umano e gli avesse fatto del male proprio come era probabilmente accaduto con 831-H? In quel caso la possibilità di infrangere la prima legge della "robotica" si faceva concreta: "Un sintetico non può recar danno a un essere umano".
Negli ultimi momenti della sua vita artificiale, L-71 provò una sorta di sentimento che supponeva potesse somigliare alla paura umana. Le sopracciglia meccaniche disegnarono un solco a V tremolante nel mezzo della sua fronte azzurro splendente. L-71 poteva e doveva accettare la disattivazione, ma l'idea di poter far del male al suo padrone a causa di un ipotetico mancato riconoscimento lo fece agire. Egli udì rumori di passi rapidi sulla rampa di scale che portava alla stanza dei sintetici: quasi sicuramente si trattava di Carl. L-71 aprì la finestra di legno della camera del trentaquattresimo piano e si gettò nel vuoto.
Carl spalancò la porta della stanza e fissò la poltiglia luccicante che una volta era 831-H, voltò velocemente la testa alla propria sinistra e notò la spina del forno a micoonde collegata, con il display a LED dell'elettrodomestico lampeggiante. "Cazzoooo!" - urlò Carl - "Sono un povero coglione testa di cazzo! Maaaaary! E' successo un'altra volta! Giuro che stavolta mi prendo il cazziatone senza nemmeno fiatare! Scusa scusa scusa scusa!"
Le ultime immagini processate da L-71 erano quelle di un palloncino rosso incontrato durante la sua caduta nel vuoto: mentre il sintetico precipitava, il palloncino saliva lentamente in cielo. L'asfalto caldo aveva fermato la caduta di L-71, il quale, immobile, non riusciva a smettere di focalizzare l'attenzione sulla scritta dipinta sul palloncino pieno di elio. Forse a causa del guasto del suo intero sistema, udiva le voci di Carl e di sua moglie Mary: "C'è una sola cosa che non devi fare con i sintetici, Carl, UNA SOLA COSA! Non puoi usare un cazzo di forno a microonde a meno di cinque metri da loro!". L-71 udì il suono delle sirene della polizia in lontananza e, dopo, più nulla.
Mentre un piccolo cane bianco a chiazze marroni si avvicinava a lui curioso, L-71 terminò il proprio ciclo vitale visualizzando nella propria mente difettosa e sintetica la frase vista poco prima sul palloncino: "Buon compleanno".
Mother Network
Succhiavo l’autostima attraverso la mammella virtuale del social network, riempiendomi lo stomaco di dolce nettare fino a soffocare l'inadeguatezza e la mediocrità. Recisi infine quel dotto materno costituito da informazioni ridondanti e pareri frammentari, da crudeli verità e crudeli falsità. Iniziai da subito a patire per il necessario svezzamento. Ora ero solo, al buio, ai margini di un mondo in scale di grigio abitato da anime catatoniche collegate e indifferenti. Un atto di codardia mascherato da atto di coraggio.
Vedere Brazil di Terry Gilliam per la prima volta.
"In eternity, where there is no time, nothing can grow. Nothing can become. Nothing changes. So Death created time to grow the things that it would kill and you are reborn but into the same life that you've always been born into. I mean, how many times have we had this conversation, detectives? Well, who knows? When you can't remember your lives, you can't change your lives, and that is the terrible and the secret fate of all life. You're trapped by that nightmare you keep waking up into."
Amazing new trailer
20 Ottobre. Quarto giorno senza internet. Ho iniziato a tenere un diario dei miei pensieri per tentare di conservare un pizzico di sanità mentale. Le partite a GTA Online mi sembrano soltanto lontani ricordi di vite passate. Là fuori, nel mondo reale, la gente è felice. Scorgo dalla...
#hell #heaven #shakespeare #poetry #devil
"I have to apologize. I was born with a disfigurement where my head is made of the same material as the sun." #upstreamcolor #shanecarruth #2013 #movie #film #independent #primer #metaphysic #scifi
Il Viaggiatore - Cap. IV
IV.
Riavvio.
Il quarto risveglio coincide con la terza immagine temporale scorta anni prima.
Una stanza bianca, quadrata, nella quale il silenzio assordante si mescola all’ostentata indifferenza delle forme. Dodici specchi ricurvi disposti in circolo nel centro della camera con il Viaggiatore adagiato nel mezzo, perfettamente equidistante rispetto a ognuno di essi: osservato dall’alto, egli potrebbe apparire come un singolo punto all’interno di un cerchio contenuto in un quadrato, idea intrinseca e pura di equilibrio.
Il Viaggiatore sopprime l’armonia imbastita dal fato voltando la testa alla propria sinistra. L’universo è infastidito. Non ha tempo di comprendere, il Viaggiatore se ne sta immobile nel centro del destino, catatonico.
Ogni singolo specchio riflette la sua immagine, ma ogni immagine è diversa: in una, egli, è un anziano vestito a festa in un caldo pomeriggio estivo, con una polo blu scuro e la pelle delle braccia che ondeggia mollemente; in un’altra è un giovane uomo di colore dalla folta barba e dal petto largo e muscoloso; in un’altra ancora è una donna di mezza età molto provocante, con un abito da sera di raso nero e labbra carnose tinte di un rosso vermiglio. Il Viaggiatore abbassa lo sguardo cercando le proprie mani, ma non vede nulla: egli è soltanto una visuale soggettiva senza corpo che si riflette sul lucido metallo. Ognuno di questi specchi gli rivomita addosso una differente versione di sé, mai sincera, mai assoluta. Ogni specchio rappresenta il Viaggiatore, ogni specchio è il Viaggiatore. Tutte queste incarnazioni non hanno vita propria, seguono meccanicamente i presunti movimenti del prigioniero della stanza. Non ci sono trucchi, non ci sono segreti. Il Viaggiatore, dalla gola dell’inferno, osserva impotente il proprio destino. Gli specchi sono talmente vicini tra loro da apparire come un’unica giostra circolare e mostruosa di vetro riflettente, un ingranaggio di disperazione oliato alla perfezione dall’angoscia dei presenti. Il Viaggiatore non ha speranza di raggiungere i lati della camera, pareti fredde e asettiche che non lo condurrebbero comunque in nessun altro luogo. Lo specchio non si rompe, il Viaggiatore non ha armi, il Viaggiatore non ha arti. Egli è al tempo stesso un occhio e una visione del mondo contemplata da altri occhi, da altri sguardi. Il Viaggiatore fissa così a lungo l’uomo anziano, così a lungo se stesso, che è costretto a emettere un grido selvaggio, ma non ci sono suoni, non si avverte nulla.
Il silenzio diviene totale e insopportabile.
I pensieri si affollano nella supposta mente del Viaggiatore, ma non sono reali, non seguono una logica, faticano a persistere per più di un secondo. Non è soltanto la stanza a renderlo mortalmente instabile, ma anche e soprattutto il suo corpo inesistente: egli si è trasformato in pura idea di autocoscienza priva di forma e nient’altro. Le emozioni sono virtuali, sono ricordi di emozioni. I progressi raggiunti nelle ultime tre vite si sono azzerati, l’involuzione è stata completa, inarrestabile, terrificante. Muovendosi dalle origini primordiali dell’umanità, il lamento straziante e inesistente del Viaggiatore si espande fino alle profondità più remote del cosmo e del tempo, investendo la stanza eterna nella quale la sua essenza è intrappolata.
Vi è un’unica cosa peggiore della prigionia: essere tu stesso la prigione.
A causa della propria inesorabile rarefazione, l’anima del Viaggiatore realizza troppo tardi ciò che sta accadendo e le conseguenze sono esiziali. Non è il Viaggiatore a essere intrappolato nella stanza degli specchi, ma lo sono tutte le immagini riflesse, obbligate a osservare e a riprodurre i suoi passi e le sue movenze. Il Viaggiatore è qualcosa di peggio del nulla, si è trasformato in un meccanismo brutale e inscindibile dell’intero processo: non ha più una storia, ma fa sì che gli altri possano soffrire grazie a lui.
Il nulla cosmico era il paradiso, a confronto. Ma neppure questo ha più importanza, i pensieri non hanno più alcun significato. Il bene, il male, la felicità, la miseria, la rabbia, il perdono, la fame sono soltanto spenti ricordi di sensazioni condensate nell’anima, ormai impossibili da provare realmente. Ribellandosi al fato, egli credeva di ritrovare poco alla volta la propria umanità. Sprofondato invece all’ultimo stadio di una condizione che non può definirsi esistenza ma che, paradossalmente, è peggiore della non-esistenza, il Viaggiatore vede e non vede, crede di immaginare attraverso crudeli memorie, ma tutto è indistinto, tutto è vano, inconsistente. Preferirebbe perdere del tutto l’anima, ma non può ancora attuare tale piano. E’ costretto a rimanere in questa prigione eterna, prigione che egli stesso incarna per gli altri se stessi e che ognuno di loro rappresenta per lui. Tredici luoghi intrisi di pura malignità, paradossi ineffabili di ultima, puerile vendetta divina.
Il tempo va avanti.
Trascorrono i secoli, i millenni, le ere.
Nessun personaggio invecchia, nessun viaggiatore muore, ognuno intrappolato in una stanza diversa ma identica. Burattini concentrati in un unico punto del tempo, obbligati a imitare movimenti di altri burattini manovrati da un dio con un macabro senso dell’umorismo.
L’universo non esiste più. Si è probabilmente richiuso su se stesso migliaia di anni addietro, lasciando qua e là qualche sprazzo indisciplinato di materia come questa prigione di specchi. Le creature-dio che governano questi luoghi sono invisibili, come invisibili sono i viaggiatori ai propri occhi. Al di fuori del tempo, oggetti eterni senza nessuno scopo se non quello di deridere perpetuamente viaggiatori solitari.
Il Big-Bang è stato soltanto un granello di polvere nell’occhio di un infinito che non ha neppure avvertito il fastidio: tredici virgola sette miliardi di anni fluiti tra uno schiocco di dita e il suono prodotto da tale gesto. Soltanto dopo eoni, dall’essenza dell’anima del Viaggiatore, giunge finalmente lo stimolo necessario per affrontare l’ultimo passo. E’ il più arduo, il più inesistente, il più necessario. Si solleva in volo, con ciò che rimane della propria vita impiegato come combustibile per superare l’ostacolo finale. Molto lentamente, egli risale e al contempo si allontana dalla stanza infernale, mentre gli altri viaggiatori fanno altrettanto, trovando l’uscita e scomparendo poco alla volta dai loro specchi-prigione. Alza lo sguardo, il Viaggiatore, e finalmente raggiunge la via. Ciò che rimane della sua anima si dilegua lentamente, ma inesorabilmente; giura di avvertire lacrime calde bagnare il suo volto, ma esse non sono altro che ricordi di sensazioni. L’essenza del Viaggiatore si sgretola in una finissima polvere dorata mentre egli raggiunge la conoscenza. La sua mente evapora mentre ogni cosa passata, presente e futura procede all’unisono per un’ultima volta, porgendo un commovente saluto alla vita.
In quell’istante, in quel singolo istante, ogni viaggiatore, privato di tutto, realizza il significato di tutto.
Il Viaggiatore comprende ma non si chiede in che modo, non ce n’è bisogno.
Ha combattuto si è arreso ha vissuto non ha vissuto ha amato è morto è rinato è rinato è rinato: il Viaggiatore è trasceso.
Al termine dell’ultimo atto, la sua mente sorride.
Poi, il Niente prende il posto del Tutto.
Illustrazione di Valeria Franzon (https://www.facebook.com/NonIdentificata)
A quel punto vidi un astro sorgere nel cielo e, attraverso un lampo abbagliante, percepii la mia condizione di uomo libero farsi oscura. I fasti del recente passato, disciplinati e filtrati da un inconscio ormai sobrio, si rappresero in una massa informe di angoscia e disperazione. Era lunedì.
Il Viaggiatore - Cap. III
III.
Abbiamo mai raggiunto la perfezione?
La completezza totale, la pura, semplice e calda sensazione di benessere.
La stessa che crediamo di aver avvertito soltanto nell’utero materno.
Quel particolare sforzo che ci fa sentire appagati, quando l’autostima cresce dentro di noi come un fiume in piena che spazza via ogni dubbioso ostacolo di inutilità, di mediocrità.
Le emozioni più intense provate nel corso di un’intera esistenza sono nulla in confronto a quello che sta vivendo il Viaggiatore in questo momento.
Il terzo risveglio lo fa sentire parte di qualcosa di immenso: è una nuova rinascita.
Fluttuando in uno spazio che non ha più nulla a che fare con gli inferni precedenti, si abbandona alla contemplazione del nulla più totale. Sono sentimenti che non possono essere paragonati a nulla di sensoriale. Avverte le spirali del cosmo come se fossero parte integrante del suo corpo fisico, o di quello che una volta poteva essere definito tale.
Che sia anche questo un imbroglio? Un’altra prova da superare per giungere al limite estremo della coscienza? L’ennesimo inganno di un fato che sembra svagarsi con l’anima di un mortale?
Ma cos’era diventato? Cosa era mortale e cosa no?
La domanda che occupa l’intero essere del Viaggiatore, formulata non più attraverso il pensiero, bensì attraverso l’universo tutto, attraverso ogni fibra materiale-immateriale dello spazio e del tempo del quale egli è parte, è sempre la medesima: “Cos’è la realtà?”
Passato, presente e futuro scorrono simultaneamente, incastonati in infinite stringhe disposte in file parallele da menti superiori in un mare di polvere stellare inesplicabile e sconfinato.
Il Viaggiatore è felice.
Un momento.
Abbandonare gli ultimi frammenti della propria umanità non è lo scopo del Viaggiatore.
Quella dimensione lo sta cambiando, lo sta annullando. Si rende conto di non avere molto tempo.
La fessura nello spazio. Ricorda di averla attraversata secoli fa. Cos’è successo da allora?
Si è semplicemente beato di quest’ammasso di nulla per interi eoni, dimenticandosi completamente dei propri fini ultimi.
Eppure qualcosa era riuscito a combinare.
Che errore.
Il terzo risveglio, questa volta per davvero.
Il Viaggiatore dischiude gli occhi e realizza di essere in piedi su un pontile, nel molo che aveva scorto nella visione chissà quanti anni prima. La luna è alta nel cielo e illumina le acque sottostanti rendendole dense, rossastre e inquietanti.
Il bambino, seduto a gambe incrociate e con entrambe le mani appoggiate al mento, fissa il sinistro oceano, annoiato.
Il piccolo indossa una semplice maglietta rossa di cotone e dei pantaloncini al ginocchio di colore beige, nonostante il vento glaciale che soffia nella notte.
“Perché ci hai messo tanto?” – esordisce il bambino senza distogliere lo sguardo dalla linea dell’orizzonte.
Prima che il Viaggiatore possa anche solo formulare un pensiero, il ragazzino prosegue:
“E’ possibile che tu abbia incontrato molti ostacoli per raggiungere questo luogo, ma sappi che questa non è la destinazione finale.” – il tono distaccato e meccanico del bambino fa gelare il sangue nelle vene del Viaggiatore anche più della notte stessa.
“Cos’è successo? Chi sono io? Perché mi trovo qui?” – Il Viaggiatore si accorge immediatamente di non udire la propria voce da tempo immemore, gli sembra di proferire parola per la prima volta da quando è nato.
“Io non ho risposte da darti, sono qui da sempre e ci rimarrò per sempre” – risponde il bambino – “ma so chi sei tu e da dove provieni.”
“Per favore, aiutami! Tutto questo è un incubo, deve essere un incubo!” – strepita disperato il Viaggiatore, gesticolando nervosamente. “Cosa devo fare per risolvere questa situazione?”
Il bambino si volta verso il Viaggiatore con espressione divertita. I suoi occhi sono di un azzurro pungente:
“Risolvere? Qui non si tratta di risolvere niente.”
“Allora, per favore, dimmi…” – il Viaggiatore non termina la frase, viene interrotto dalla voce del ragazzino, il quale, nel frattempo, si alza di scatto e muta espressione, divenendo improvvisamente serio:
“Ti ho detto che non ho risposte da darti.” - prosegue il bambino. Dopo una piccola pausa, afferma: “…qual è la tua preoccupazione maggiore?”
“Essere intrappolato in un luogo nel quale non ho nessun potere!” – ribatte immediatamente il Viaggiatore.
“Ma una scelta l’hai già compiuta!” – sentenzia il piccolo dagli occhi azzurri.
“E’ stata una scelta obbligata!” – replica il Viaggiatore.
“Capisco.” – Il tono del bambino sembra completamente disinteressato. Si volta di nuovo verso l’oceano.
“Vieni a fare un bagno con me.” – afferma improvvisamente il ragazzino; dopo qualche istante si avvia lentamente in direzione del mare e, calatosi dal fragile pontile di legno, in pochi metri si ritrova immerso fino al mento in quelle acque sinistre come la morte.
Il Viaggiatore è stupito e infastidito.
Rimane immobile sul molo per qualche minuto, dopodiché decide controvoglia di unirsi al bambino. Come da qualche tempo a questa parte, non sembra disporre di una vasta gamma di opzioni.
Il Viaggiatore cerca di rilassarsi durante l’immersione. L’acqua è inaspettatamente confortevole, calda quasi al punto tale da ricordargli una sorgente termale. L’assurdità della situazione non lo turba come avrebbe dovuto ed egli pensa che la causa sia da ricercare nelle sue ultime, terrificanti esperienze.
“Abbracciami.” – Il viso del bambino si era fatto dolce, come se per la prima volta si fosse reso conto di essere così piccolo.
Il Viaggiatore fissa intensamente il ragazzino e, colpito dalla delicatezza dei suoi lineamenti, avverte l’impulso paterno di avvicinarsi a quella figura. Con due rapide bracciate gli è già accanto.
Nel momento in cui il Viaggiatore cerca di unire le proprie braccia attorno alla vita del bambino, quest’ultimo, con un movimento mostruosamente rapido, gli blocca il collo con la mano sinistra e, utilizzando una forza sovrumana, lo cinge in una morsa animalesca.
Il Viaggiatore, incredulo, porta istintivamente le mani all’altezza del proprio collo, cercando di allentare la presa del ragazzino, ma si rende subito conto che è tutto inutile, non riesce a smuovere la mano del mostro neppure di un millimetro.
Il ragazzino abbassa di colpo il braccio sinistro e trascina il Viaggiatore in acqua, facendogli ingoiare una notevole quantità della stessa. Risolleva il collo del Viaggiatore e ne fissa il volto. “Cosa stai facendo?” – chiede faticosamente il Viaggiatore, inorridito, dopo aver tossito per alcuni secondi.
Per tutta risposta il bambino abbassa nuovamente la testa del Viaggiatore con forza, costringendolo ad ingerire copiosi sorsi d’acqua salata. Dopo un periodo che sembra interminabile, risolleva il Viaggiatore in superficie e lo fissa nuovamente negli occhi. “Perché lo stai facendo?!” – A causa dell’acqua ingerita e della stretta brutale, il Viaggiatore sta per perdere i sensi.
Il bambino lo fissa per un altro, lunghissimo istante.
“Io non ho paura di morire!” – tuona il Viaggiatore con le ultime forze – “Sarebbe soltanto una liberazione da questo incubo!”.
Udite queste parole, il piccolo allenta immediatamente la presa, liberando il Viaggiatore, il quale tossisce ed ansima pesantemente.
Dopo qualche istante, il Viaggiatore rialza la testa e osserva il bambino dritto negli occhi, occhi di un’azzurro intenso a tal punto che quasi ferisce la vista. Un azzurro che non può esistere nel nostro mondo.
“Quando non avrai più paura di vivere, allora sarai pronto a compiere l’ultimo passo.”
Questo è quello che sentenzia il bambino mentre ogni senso del Viaggiatore si spegne come un fiammifero consumato dal fuoco, mentre il suo corpo sprofonda sotto la superficie dell’oceano.
Il Viaggiatore affonda lentamente.
Affonda, affonda lentamente.
Risveglio nel cosmo.
Le lacrime solcano il viso del Viaggiatore. I singhiozzi risuonano nello spazio a un tale volume che potrebbero essere uditi anche dalla stella più lontana di quel crudele e oscuro universo senz’anima.
Illustrazione di Valeria Franzon (https://www.facebook.com/NonIdentificata)