Eccolo qui, il primo pezzo del Writober2018 organizzato da Fanwriter.it (perché nessuno mi ha fermato?! Non ce la farò mai!!)
Ho scelto di scrivere di Lancillotto e Artù, nell’universo di quella dea in terra che è Marion Zimmer Bradley.
Non morire... ti prego, non morire.
Artù esitò sulla soglia della buia camera da letto per un secondo, ingoiando il fiotto acido di saliva che gli era salito fino alla gola. Nemmeno il fuoco che scoppiettava feroce nel camino riusciva a scaldare il freddo intenso che gli permeava le ossa, impedendogli di muovere anche solo un passo.
Lancillotto era disteso fra lenzuola bianche che erano state pulite una volta, prima che il sangue del ragazzo le sporcasse di un rosso vivo, crudo.
Fu la voce di Morgana a riscuoterlo da quel freddo torpore. Era seduta al capezzale di Lancillotto, su una sedia, la mano intrecciata a quella del ragazzo.
«Sei arrivato finalmente.»
Per un solo, folle istante, Artù avvertì il bisogno... no, l’istinto di separare le loro dita e prendere il posto della sorella.
«Cos’è accaduto?» chiese invece avvicinandosi al letto, pregando che le gambe lo sorreggessero.
«È caduto da cavallo» rispose lei.
«Ma è ridicolo, non è mai stato disarcionato in vita sua.»
Morgana scosse la testa, passando una pezza bagnata sul volto pallido dell’uomo.
«Nessuno sa cosa sia successo... credo abbia un polso rotto. E ha battuto la testa.»
Artù si guardò attorno, assicurandosi che nessuno, fatta eccezione per sua sorella, potesse vederli. Si chinò su Lancillotto e passò una mano fra i suoi capelli scuri, folti e lucidi, attento a non toccare il taglio sulla tempia destra.
Lo sguardo duro di Morgana si ammorbidì per un secondo e un sorriso triste le deformò le labbra.
«Artù, credo che questo incidente non sia stato frutto del caso» confessò alla fine.
Il Re strinse i denti e si sedette sul bordo del letto.
«Stupido... cosa credeva di risolvere in questo modo?» ringhiò, appoggiando la fronte a quella di Lancillotto.
Prese un gran respiro, stronfiando appena il naso contro la sua guancia calda. Sapeva di polvere, di sole, di sangue, riusciva a sentirne il sapore metallico sul fondo della lingua.
«La disperazione è un sentimento potente» ripose Morgana. «Non credo volesse togliersi la vita, se questo ti consola. Credo volesse... scomparire. Almeno per un po’, per non dover pensare a te...» abbassò la voce a un sussurro. “E a Ginevra.”
«E quindi ha deciso di cadere di proposito da cavallo e rischiare la morte il giorno del mio matrimonio? Stupido, stupido ragazzo...»
Morgana si schiarì la gola e si alzò, appoggiando una mano sulla spalla del fratello.
«Fai attenzione Artù. Anche se sei il Grande Re, per i cristiani non sei immune alla legge del loro Dio. Sposare Ginevra è stata una mossa saggia... nonostante tutto.»
Sollevò appena la gonna da terra e scivolò via dalla stanza, lasciandoli soli al loro silenzio.
Il respiro di Lancillotto contro la sua guancia era debole, certo, ma era pur sempre qualcosa!
Dea, aiutami. Non farlo morire...
Gli accarezzò il volto, intrecciando le dita alle sue come aveva tanto desiderato fare.
«L’ho sposata» sussurrò, gli occhi che bruciavano. «E tu non c’eri. Ti ho cercato, ma hai preferito i tuoi cavalli al vedermi con lei.»
Fece scorrere una mano sul petto nudo del ragazzo, ripercorrendo ogni centimetro di quel corpo che conosceva ormai quanto il proprio. Ogni cicatrice, avvallamento, neo... ogni sfumatura della sua pelle.
Di Lancillotto si dicevano molte cose, ma la più incredibile, forse, era che fosse stato concepito la notte di Beltane, sull’isola di Avalon. Artù non aveva mai dubitato di questo, nemmeno per un secondo: come poteva qualcosa di così bello essere frutto di un Dio freddo e crudele come quello dei Cristiani? Tutto in lui trasudava del potere della Dea Madre.
Era stato concepito di notte, fra canti, fuoco, nebbia e sangue, mentre sua madre veniva montata in preda all’estasi più pura. Era figlio del sacrificio, del sudore, della Madre stessa, e quell’anima primordiale si riversava in ogni parte del suo essere, ogni gesto, ogni sguardo...
Sentì l’improvviso bisogno di chinarsi e passare la lingua sulla pelle del suo petto per sentire ancora una volta in bocca quel suo sapore scuro, salato.
Ma un suono lo interruppe.
Un gemito, poi un sospiro dolorante e gli occhi scuri, profondi di Lancillotto si aprirono, incrociando i suoi.
Non si ritrasse nel vederlo così vicino.
«Artù...» la sua voce era roca, assonnata. «Cos’è successo?»
«Sei caduto da cavallo» rispose lui avvolgendogli il viso fra le mani. «Lo hai fatto di proposito non è vero? Cosa speravi di ottenere?»
Lancillotto abbassò lo sguardo sulle sue labbra.
«L’oblio» rispose. «Perché sei qui amico mio? È la tua notte di nozze, questa.»
«Non chiamarmi così, ti prego» gemette Artù. «Non posso... non posso farlo.»
«La tua sposa ti aspetta» la mano di Lancillotto si chiuse nella sua, sfiorando con il pollice il serpente blu tatuato sul suo polso. «Torna da Ginevra. Non devi farla aspettare: il regno vuole un erede.»
«Non posso. Cosa devo dirle? Come posso... farcela?»
Lancillotto si morse un labbro e alzò una mano, sfiorando con le dita il profilo del suo mento.
«Pensa a me» rispose, la voce spezzata. «Ricordi quella notte, ad Avalon? Mi capita di sentirlo ancora, il calore del tuo corpo.»
Artù gemette come un animale ferito, la sensazione che qualcuno gli avesse affondato una mano nel petto per cavarne via il cuore, graffiando e ferendo senza pietà.
Come poteva non ricordare? Ogni notte sentiva ancora il rumore dell’ansimare spezzato di Lancillotto contro il suo orecchio, la sua voce che lo incitava, mentre le unghie affondavano nella sua schiena come arpioni, graffiando, ferendo... Nelle serate più scure, percepiva anche il suo gemito roco, quasi sorpreso, che aveva emesso quando lo aveva lasciato venire sul suo petto.
Si allungò verso di lui e posò le labbra sulle sue, dischiudendo la sua bocca per accarezzarlo con la lingua. Dio quanto gli era mancato quel sapore!
«Fallo» ringhiò Lancillotto quasi rabbioso, prima di mordergli il labbro con forza. «Ma domani... domani sei mio Artù. Promettilo...»
Un sospiro gli sfuggì dalle labbra, mentre le dita si stringevano fra i capelli biondi del Re, così forte da graffiare lo scalpo.
“Non lo vedi Galahad?» ripose Artù. «Sono già tuo.”
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