Per "sappia fare anche altro" intendi l'uso del congiuntivo? Dai, comunque ti ho importunata abbastanza, buona continuazione!
Non solo. Non esiste solo la grammatica, ecco. Buona continuazione anche a te ;).
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@lagrammarnazi
Per "sappia fare anche altro" intendi l'uso del congiuntivo? Dai, comunque ti ho importunata abbastanza, buona continuazione!
Non solo. Non esiste solo la grammatica, ecco. Buona continuazione anche a te ;).
Sono contentissimo che sei d'accordo con me e penso che dovresti dare il buon esempio: sai che figata quando racconterò che ho rimediato una scopata per un "perché" scritto bene? Senza dubbio la grammatica ci guadagnerà e diventerà molto più allettante!
Sto conservando la mia verginità per qualcuno che oltre a saper scrivere "perché" sappia fare anche altro. Nell'attesa, ti assicuro che limono sempre e solo con quelli che sanno usare l'accento acuto.
"Mi raccomando: usate l’accento acuto sul perché. Non capite quanto sia importante. Rischiate di perdervi una scopata per qualcosa del genere." magari la trovassi una che mi scopa perché scrivo con l'accento giusto!! Dovresti fare una campagna propagandistica in tal senso
Hai ragione, anon. Il problema è che le scopate si possono perdere per un perchè, ma non si guadagnano con un perché. Vedrò cosa posso fare, in ogni caso.
Ce n'è?
Mi è venuta l'ansia solo a scrivere il titolo. Ce n'è sembra essere proprio difficile da scrivere correttamente. Povero. In realtà, se ci ragionate un attimo su, è semplicissimo! Se non ci volete ragionare potete saltare direttamente al riepilogo a fine post :D.
Vediamo un po' di esempi:
1. La mamma non c'è. 2. Ho voglia di patatine, ma non ce ne sono più. 3. Ho voglia di latte, ma non ce n'è più. 4. Non ce ne frega niente.
Nel primo caso, La mamma non c'è, senza elisione (cioè senza apostrofo) avremmo La mamma non ci è. Quel ci, in questo caso, ha valore locativo. Questo perché ci può avere anche valore di avverbio di luogo (come in Non ci vado), e - se usato con il verbo essere - acquista il significato generico di "esistere", "trovarsi".
Quando la particella ci è seguita da un altro pronome atono (lo, la, li, le, ne) diventa ce, come nel secondo esempio: non ce ne sono più.
Passando alla terza persona singolare, però, si ottiene non ce ne è, che con l'elisione diventa non ce n'è. Comprenderete che non ha senso scrivere non c'è ne, visto che il verbo essere è dopo ne!
Forse può aiutarvi pensare che il verbo essere sta sempre alla fine della sequenza, e quindi se dopo ci non c'è altro dovete scrivere c'è, se invece c'è il ne dovete scrivere ce n'è. Apostrofo e accento vanno sull'ultima particella, insomma :D.
Quando non c'è il verbo essere, invece, non succede niente: dovete scrivere ce ne. Osserviamo il quarto esempio: qual è il verbo? Frega, giusto? Ecco. Perché dovreste ficcarci in mezzo apostrofi e accenti, se il verbo essere è completamente assente dalla frase? è_é
Ricapitolando: se è presente la terza persona singolare del presente indicativo del verbo essere (e cioè è) da qualche parte, allora avremo o ci è -> c'è, o ce ne è -> ce n'è (NON c'è ne, perché il ce di ce n'è non c'entra niente con il c'è). Se nella frase è non è presente, allora ovviamente dovete scrivere ce ne: ce ne sono, ce ne frega, ce ne scusa e così via.
Tutte le altre possibilità (c'è n'è, ce nè, cè né, cè ne, eccetera) sono errate :).
Perché "entusiasta" non ha un suffisso al maschile?
In realtà, la -a finale di entusiasta non designa in modo specifico il femminile. È chiaro che, nella nostra mente, -o sta per il maschile e -a per il femminile. Entusiasta appartiene a una classe di aggettivi (come pessimista, fascista, fratricida, ipocrita, idiota) che al singolare hanno un’unica desinenza in -a, mentre al plurale hanno la desinenza in -i per il maschile e in -e per il femminile. Noi percepiamo la desinenza -a come femminile, ma in realtà “significa” sia -o che -a, in questo caso. Sul perché di solito nessuno abbia voglia di dire, che ne so, pessimisto o idioto, mentre tutti vengano colpiti da entusiasta, bisognerebbe indagare un po’ (approfondendo la storia degli usi della parola, facendo un po’ di indagini tra i parlanti e così via). Leggendo qualcosina in giro, comunque, ho visto che nella lingua antica è attestata anche la forma entusiasto :).
"Piuttosto che" for dummies
Accolgo con piacere il suggerimento di un anon, che mi ha proposto di parlare dell'uso disgiuntivo (e non corretto) del piuttosto che.
Sapete che di solito non mi piace bacchettare e tutto il resto, ma in questo caso non posso approvare. Usare piuttosto che con valore disgiuntivo, secondo me, può compromettere la comprensione della frase.
Piuttosto che, di norma, ha valore avversativo. Se dico: "Mangerò delle mele piuttosto che delle arance", intendo dire che mangerò delle mele, ma non delle arance. Una delle due cose esclude nettamente l'altra, insomma.
È sempre più diffuso, invece, un uso di piuttosto che con valore disgiuntivo; in pratica, piuttosto che equivale a o. "Mangerò delle mele piuttosto che delle arance" assume cioè il significato completamente diverso di "Mangerò delle mele oppure delle arance". Se usato con questa valenza, piuttosto che diventa (a ragione!) decisamente equivocabile.
In ogni caso, vi consiglio di leggere questo post dell'Accademia della Crusca, dove è spiegato tutto meglio e in maniera più esauriente da qualcuno molto più competente di me :D.
Interrompo (finalmente) questa pausa, mostrandovi per l’occasione questa bellissima perla notata da schlagende mentre passeggiavamo per le vie del centro di Catania.
Ciao! Bellissimo BLOG! Vorrei suggerirti un tema: l'uso del "piuttosto che" in forma non avversativa. Non se ne può più. Ciao!
Grazie mille, soprattutto per il suggerimento :) sarà fatto!
Po' o pò?
Si scrive po'. Con l'apostrofo, non con l'accento. L'avevo già detto nel post precedente, ma si tratta di una svista molto comune e repetita iuvant :).
Po' viene fuori dal troncamento di poco.
Il troncamento (o apocope) consiste nella caduta di una vocale o di una sillaba alla fine di una parola. È il caso, ad esempio, di nessun da nessuno, giocar da giocare, bel da bello, gran da grande e così via. Come potete constatare voi stessi, di solito il troncamento non si segnala in nessun modo: ci si limita a non scrivere la vocale o la sillaba caduta.
Nel caso di po', siamo sempre di fronte a un caso di troncamento: a cadere è la sillaba finale -co. Perché bisogna usare l'apostrofo, allora? Si tratta di un'eccezione. In alcuni casi, infatti, il troncamento si segnala con l'apostrofo. È il caso, ad esempio, di po' da poco, di mo' da modo, e di alcune forme dell'imperativo: di' da dici, da' da dai, fa' da fai, sta' da stai, va' da vai. Non tutti i grammatici sono concordi sulla necessità di mantenere queste eccezioni; ma non mi sembra il caso di soffermarmici adesso - altrimenti questo post non finisce più e finisco troppo off topic.
Nei casi in cui il troncamento si segnala, in ogni caso, si usa sempre l'apostrofo e mai l'accento. Quindi scrivere pò non è corretto.
Sull'accento grafico
L'accento grafico crea sempre un po' di problemi, soprattutto con i monosillabi (cioè parole formate da una sola sillaba) come là, lì, dà, sé. Perché si usa l'accento grafico sulla terza persona singolare del presente indicativo di dare (dà) e non anche sulla prima persona singolare do? Perché si accentano lì e là, ma non qui e qua? Di solito l'accento serve a dare istruzioni sulla pronuncia. Quando l'accento cade sull'ultima sillaba, questo viene segnalato nella grafia, allo scopo di far pronunciare correttamente la parola. Parole come su, do, ma, lì, là contengono una sola vocale, quindi non c'è dubbio su come vadano pronunciate. Perché le si accenta, allora? Perché si rischia di confonderle con i loro omografi, cioè con le parole che si scrivono allo stesso modo.
Quali monosillabi vanno accentati?
Perché o perchè?
Si scrive perché. Voi mi chiederete: e che differenza fa? Ve lo spiego io.
Da un punto di vista meramente pratico, le regole grammaticali vanno rispettate assolutamente in un solo caso: quando si rischia di compromettere la comunicazione. Se la persona con cui state parlando capisce quello che volete dirgli, non fa molta differenza. Potete sbagliare quanto vi pare e piace, rispettarle le regole o non rispettarle. Non cambia nulla. A risentirne, però, è sicuramente l'immagine che date di voi, se l'interlocutore si accorge degli errori che commettete. Se parlate e scrivete correttamente, invece, ci guadagnate di sicuro una bella figura.
Se scrivete perchè, la persona che vi sta leggendo capisce che state utilizzando la congiunzione causale perché, ma se ne capisce più di voi fate una pessima figura. Scrivere correttamente, più che dire molto sulla cultura di una persona, la dice lunga sulla sua attenzione e sulla sua superficialità: basta aver letto un paio di libri nella propria vita per sapere che si scrive perché, che con po' va l'apostrofo e non l'accento, che a qualunque segno di punteggiatura segue uno spazio e così via. Non serve avere due lauree o aver studiato chissà che cosa. Mi raccomando: usate l'accento acuto sul perché. Non capite quanto sia importante. Rischiate di perdervi una scopata per qualcosa del genere.
Perché esistono due accenti diversi? Quante sono le vocali in italiano? Cinque? Avete ragione a rispondere così, ma purtroppo non sono esattamente cinque.
L'italiano NON si pronuncia come si scrive.
Quando commettiamo un errore ortografico o grammaticale, di solito c'è qualche ambiguità alla base nella lingua, nel nostro modo di parlare e/o di scrivere. Magari non c'è perfetta corrispondenza tra grafia e fonetica: c'è una differenza, cioè, tra il modo in cui una parola si scrive e il modo in cui si pronuncia. Secondo un luogo comune in cui mi imbatto molto spesso (e che mi fa arrabbiare sempre un sacco :D) l'italiano è l'unica lingua che "si legge come si scrive", che "si scrive come si pronuncia". Non è così. Magari il nostro sistema grafico è più coerente di altri, ma non è privo di incoerenze.
Prendiamo una parola come cielo. Provando a pronunciare correttamente la parola un paio di volte, vi accorgerete che in realtà non pronunciate la i. Si scrive, appunto, cielo, ma in realtà si pronuncia [ˈtʃɛlo], che equivale alla grafia celo (e non [ˈtʃjɛlo]).
Stessa cosa nel caso di scienza. In realtà pronunciate [‘ʃɛntsa], come se si scrivesse scenza, e non [‘ʃjɛntsa].
Succede anche nel caso di molte altre parole - ad esempio, con la prima persona plurale dell'indicativo e del congiuntivo presente dei verbi che finiscono in -gnare (scriviamo sogniamo, ma pronunciamo sognamo). Nei casi che abbiamo visto si parla di i diacritica: è una i che non viene pronunciata, ma viene impiegata convenzionalmente nella grafia per rappresentare un suono.
Un'altra incoerenza nel sistema grafico dell'italiano è quella che riguarda l'occlusiva velare sorda, [k]; per questo stesso suono, noi italiani usiamo la c, la q o la k. Ecco perché da bambini si rischia di fare confusione tra scuola e squola, tra cuore e quore.
Insomma, se scriviamo coscenza anziché coscienza commettiamo sì un errore, perché è nostro dovere conoscere le regole della nostra lingua; ma non abbiamo neanche tutti i torti, visto che - in parole poverissime - quella i lì è inutile. Quando commettiamo un errore, spesso lo facciamo perché tendiamo a semplificare, a regolarizzare ciò che non è regolare.
A questo proposito, prima di concludere, piccolissimo off topic: la semplificazione è una tendenza naturale nei parlanti, che alla lunga può anche portare a veri e propri cambiamenti linguistici (quelli tanto osteggiati da quanti piangono la morte dell'italiano, sì). Tendiamo a rendere le cose più semplici per risparmiare sulla quantità di regole da ricordare. Qundi è normale che questa tendenza ci influenzi e che ci spinga a commettere errori - errori che, in un lungo arco di tempo, possono finire per essere accettati e diventare norma. Tutti i cambiamenti linguistici sono nati come errori, come deviazioni da una norma precedente. E per quanto noi grammar nazi ci rantiamo sopra o ci strappiamo i capelli perché vorremmo impedirli, avvengono: la società cambia, e con essa anche ciò che gli individui che vi fanno parte usano per comunicare tra loro: la lingua. Naturalmente questo non può succedere con tutti gli errori. Ma di tutto questo ne parleremo meglio più avanti, magari :).
Istruzioni per l'uso
Sono una Grammar Nazi, e questo è un tumblog che parla di grammatica italiana.
Voglio precisare alcune cose, prima di iniziare.
Non ho creato questo tumblog per insegnare la grammatica agli ignoranti, per difendere a spada tratta la povera grammatica italiana maltrattata (?) dai bimbiminkia, per lottare in nome del povero italiano che sta morendo (???) schiacciato dalla concorrenza delle lingue straniere. L'ho creato semplicemente perché non sopporto più tutti questi saccentini che si improvvisano difensori del bel parlare e del bello scrivere, proclamando fedeltà a presunte regole grammaticali che non esistono più o che vanno rispettate soltanto in alcuni contesti (e non quando segnalato da loro, ovviamente). La cosa che mi stupisce di più è che si prendono anche il disturbo di contattare gli autori di presunti errori di ortografia per rimproverarli o addirittura insultarli. Ecco, non sopporto più questa gente che si atteggia ad autrice del novello Vocabolario della Crusca e poi non sa neanche che la d eufonica è obbligatoria solo se a seguire c'è una vocale identica alla congiunzione e o alla preposizione a (tranne nel caso di ad esempio, ma di questo spero di poter parlare più avanti).
Mi rivolgo a voi, saccenti vari ed eventuali che state leggendo questo post: KEEP CALM. Per tre motivi:
1. L'Italiano NON STA MORENDO. E a ucciderlo non saranno né l'abbreviazione di qualche bimbominkia, né l'introduzione di qualche prestito linguistico.
2. Non voglio insegnare proprio niente a nessuno: non sono una studiosa, né un'insegnante abilitata. Sono qui per parlare di grammatica italiana prima di tutto con chi ne capisce più di me. Sono fallibile, e sicuramente commetterò un sacco di errori e/o orrori: siete pregati di segnalarmeli. Sono qui anche perché voglio imparare!
3. Questo tumblog conterrà parecchi post sulle regole grammaticali, è vero, e questo potrebbe sembrare in contraddizione con il punto precedente. In realtà voglio solo cogliere l'occasione per chiarire alcune cose; e questo sia per chi non si ricorda più le regole studiate a scuola o non ha avuto l'opportunità di approfondire determinati aspetti nel suo percorso di studi, ma soprattutto per i saccentoni che credono che la grammatica sia quella che hanno loro in testa o quella che c'è sui libri, e non quella che usano i parlanti di una lingua. Le regole esistono e devono esistere, indubbiamente; ma non basta conoscerle. Bisogna anche saperle usare.