Alcuni altri film visti di recente. Esercizio di sintesi come fosse un dizionario del cinema, #29
– Speed (Jan de Bont, 1994): bombarolo psicotico (D. Hopper) installa dell’esplosivo su un autobus di linea, programmando il raffinato congegno in modo tale che esploda nel momento in cui il mezzo scende al di sotto delle 50 miglia orarie. Dopo essere salito sul pullman insieme ai malcapitati ostaggi (fra cui S. Bullock, al volante), del problema si occupa uno spigliato artificiere (K. Reeves), che insieme ad un collega (J. Daniels) ha già avuto a che fare con la dissennata pericolosità del medesimo attentatore, sventando una strage. Ad oltre vent’anni dalla sua lavorazione, questo film di J. de Bont (che poi ha realizzato anche “Speed 2”, oltre all’ignominioso “Hauntings – Presenze”, rifacimento di “Gli invasati” di Robert Wise) è già nelle liste dei favoriti di Q. Tarantino (fatto che oggi si rivela fattore pregiudiziale), e nella categoria degli action movies assume lo status di “classico contemporaneo”. Benché sotto il profilo stilistico non sia eccezionalmente brillante – la resa dinamica è superlativa, certo, ma non tutto quello che si vede è in pieno convincente, cosa tra l’altro propria del genere cui il film è inscritto – la sua velocità “a quattro ruote motrici” rende l’impianto totale innegabilmente spassoso (nonostante sia scevro di gran parte dell’ironia tipica dei film d’azione coevi, vedi banalmente “Die Hard”), e funziona anche perché il suo esercizio di suspance – che giudico riuscito – non sembra rigido e compunto, anzi appassionatamente sbrigliato. Merito di trovate del tutto figlie di anni d’oro del cinema un po’ fracassone eppure, in qualche modo, fascinosamente artigianale e grossolano allo stesso tempo: così può pure parere credibile che un torpedone pesante tot tonnellate, in un punto di strada mancante, salti nel vuoto coprendo una distanza di 17 metri grazie alla spinta data dall’accelerazione, arrivando a toccare terra senza sfracellarsi, e proseguendo la corsa senza accusare alcun contraccolpo. Nessun film analogo o almeno simile nelle scelte, oggi, godrebbe di così alto credito, penso, a meno di non tirare in ballo costumati supereroi o storie ai confini della fisicità: e pure, paradossalmente, fa da modello ad un cinema che ai nostri giorni sarebbe immediatamente bollato come spazzatura di poco intrattenimento. I punti deboli, comunque, non mancano, ma senza sorprese. Caratterialmente ha le sue carenze, senza risultare particolarmente deludente: sia per quanto riguarda i suoi figuranti – non è necessario uno scandaglio psicologico veritiero, anzi le personalità sono in gran parte senza sfumature (D. Hopper è fin troppo sopra le righe), e forse proprio per questo l’impianto generale è credibile – sia in relazione alla portata delle azioni, dello squilibrio stranamente piacevole fra cause ed effetti. La regia, per quello che mi è possibile cogliere, è di gran mestiere, ma un po’ grezza, poco distintiva, “linguisticamente” briosa ma a prezzo di una grave spersonalizzazione. Tutte cosa che, giustamente, al pubblico medio (fra cui, comunque, mi inserisco) non importano per nessuna ragione. Da vedere, in ogni caso, non fosse altro che per distendersi. Bel finale submetropolitano con trionfo d’ignoranza nel bacio spassionato fra i due protagonisti. [✭✭✭]
– True Lies (James Cameron, 1994): che cosa succede quando si porta allo stremo la verve e l’azione violenta, in un connubio canzonatorio privo d’ogni imbarazzo? Ecco: nasce una storia in cui un agente dei servizi segreti (A. Schwarzenegger), spalleggiato da un collega gigione (T. Arnold) fa una vita d’azione, a vantaggio della sicurezza nazionale, tenendola però gelosamente nascosta alla moglie (J. Lee Curtis), segretaria annoiata da una vita di routine priva di brio e di interesse. Quando lei viene sedotta da un incallito ballista che millanta di essere – guarda un po’ – un agente segreto (B. Paxton), il marito reagisce e si sbugiarda, suo malgrado, rivelando la taciuta doppia identità. A quel punto, però, i guai saranno seri: perché, per una concatenazione ulteriore di incomprensioni, la coppia verrà rapita da (mal organizzati e disgraziatamente divertenti) terroristi mediorientali. Come uscire dal pasticciaccio? Ovviamente, con ironia e dosi equine di azione. Quanta vitalità in questo film di J. Cameron! Tanta che, quasi, si rimane sorpresi nel vedere la firma di questo cineasta alla fine della vicenda. Seguendo i due percorsi (professionale, familiare) in modo decisamente equilibrato, fino al momento in cui diventano una sola cosa, “True Lies” è l’esempio per eccellenza di come si possa, con sospensione di credibilità aderente ai fatti, confezionare un prodotto che non abbia altri comandamenti se non quelli di eccitare e stupire con una levitas animi realmente impareggiabile. La “posologia” dello spasso è ben superiore a quella di prodotti innegabilmente “b” realizzati con preciso intento parodistico, spesso involontariamente inefficace: per cui dimostra come – poggiandosi su premesse rese salde dalla professionalità di cast & crew – non serva cercare forzatamente di creare regole nuove per un film che motteggi un genere, ma basti, alla fine della fiera, ritoccare il recto – per così dire, ossia le esistenti regole di genere – per determinarne il verso. Voltare pagina, insomma. “True Lies” è la sorpresa gradita e sorridente che solo i grandi narratori sanno assicurare voltando pagina, fra le righe di una storia pienamente “action” anni ’90. Anche in questo caso, come per “Speed”, vale l’irripetibile aderenza a tempi oramai passati: operazioni simili oggi sarebbero inevitabilmente differenti, in certo modo – salvo rari casi – di aspetto molto meno spontaneo. Grande ampiezza: quasi 140’, per una vicenda dalle tante sfaccettature, tutte pepate al punto giusto, anche se talvolta eccedenti nell’autocompiacimento divertito. Il vantaggio? Pure con un metraggio così lungo, mai è necessario davvero accendere il cervello: non è mai richiesto alcun minimo sforzo cognitivo. [✭✭✭]









