Parte del discorso è un blog di cultura e società, che conta sulla collaborazione di un nutrito e giovane team di volontari. Nasce nel gennaio 2014 con l’ambizioso obiettivo di diventare un punto di riferimento per appassionati e curiosi, con approfondimenti su arte, società e viaggio. A questi si aggiungono numerose intervistee rubriche curate dallo staff di autori. Insomma, non sapete cosa andare a vedere al cinema? Volete conoscere meglio un grande artista del passato? Vi incuriosisce un libro ma non sapete se vale la pena comprarlo? Volete rivivere le emozioni dell’ultimo concerto a cui siete stati? Cercate idee per scegliere la meta delle prossime vacanze? Per tutto questo ci siamo noi, ma soprattutto ci sono i nostri lettori, sempre parte del discorso e invitati a essere coinvolti grazie alla possibilità di commentare e seguire la nostra attività sui social.È proprio questo coinvolgimento alla base dell’dea di Parte del discorso e l’ingrediente fondamentale per la crescita del progetto. Lo stesso nome del sito fa riferimento non solo alla scrittura, ma anche al confronto e al dialogo con i lettori, che diventano sempre più numerosi. Scegliere di sostenere Parte del discorsosignifica supportare il lavoro di giovani volenterosi e ripagare la fatica di chi lavora con dedizione al progetto.
Tampax: pubblicità sessista. Firma perché venga ritirata!
"Facile, a prova di uomo". È questo lo slogan di uno spot Tampax, il più noto brand di assorbenti interni sul mercato (non a caso il suo nome, nell'uso comune, viene spesso utilizzato per indicare il prodotto generico). Nel video, che circola in versione ridotta anche sui principali canali televisivi, alcuni uomini vengono sfidati a utilizzare dei prodotti tipicamente femminili – collant, eyeliner, bikini... – e indotti in maniera del tutto volontaria a fare la figura dei completi idioti. Perché sono uomini, non è colpa loro, certe cose non possono capirle. Almeno questo è il messaggio senza dubbio denigrante e stereotipato che arriva allo spettatore.
«Se nelle pubblicità le donne sono quei sensuali oggetti d'arredo che si spogliano in rigoroso silenzio, gli uomini ogni tanto si ritrovano a fare la parte dei cavernicoli non particolarmente svegli», scrive la redazione di Bossy.it in un articolo datato maggio 2015. Perché sì, lo spot circola da più di un anno e per quanto se ne sia parlato nessuno ne ha ancora impedito la diffusione, nessuno lo ha ostacolato nella pratica.
È già capitato che una pubblicità sessista (e, in quanto tale, offensiva) venisse ritirata grazie a una petizione online. Vogliamo replicare il risultato, perché è inaccettabile che uomini e donne, senza distinzioni, vengano ancora rappresentati mediante simili stereotipi maligni. Quello che chiediamo, dunque, è che Tampax non faccia più uso di questo spot per pubblicizzare i suoi prodotti e che si preoccupi di dedicare maggiore attenzione ai messaggi che trasmetterà in futuro. Chiediamo una comunicazione sana, paritaria e inclusiva. Chiediamo una pubblicità che raggiunga il suo intento (cioè far parlare del brand), ma nel rispetto di tutti.
Per fare in modo che ciò accada, firma questo appello rivolto alla Fater S.p.A., azienda che detiene il marchio Tampax, e alla IAP, Istituto dell'Autodisciplina Pubblicitaria.
Aiutaci a ottenere questo risultato firmando la nostra petizione su Change.org
30 novembre è uscito per Bomba Dischi e la Pot Pot Records Mainstream, il nuovo disco di Calcutta, cantautore pop che vive tra Latina e Roma. Cos’ha di tanto eccezionale questo disco, che mi ha spinto a scriverci qualcosa? Forse questo nome un po’ spirituale e religioso, che fa pensare a una donna caritatevole o a una città indiana, oppure al fatto che prima di essere solo Calcutta c’era un duo di amici che faceva faville nella regione laziale? Magari mi incuriosisce il fatto che, improvvisamente, dopo un po’ di album pubblicati, sia spuntato fuori questo ragazzo dall’aspetto piuttosto normale, senza un qualsiasi alone di mistero o di tormento.
Caso Agnese: come la cultura dello stigma si insinua nel diverso
Gli studi universitari hanno il grande difetto di rimuovere ogni residuo di tempo libero dalla vita degli studenti (soprattutto se sommati all’esperienza da provetti casalinghi fuorisede). Di positivo, però, hanno molto di più ed è banale dire quanto riescano ad accrescere le conoscenze di ogni frequentante e a offrire sempre nuovi spunti di riflessione. Questo è più o meno quello che anche il nostro sito si è sempre proposto di fare: prendere un argomento, approfondirlo, darlo in pasto ai voraci lettori e sperare in un coinvolgimento e in uno scambio di idee con questi. Voglio dunque proporvi, in questa occasione, una tematica che definire articolata sarebbe poco, partendo da un saggio che ho avuto modo di conoscere grazie ai miei recenti studi sociologici. La domanda che vi pongo è: è possibile che il germe della transfobia si insinui in un transessuale? Che un omosessuale sia anche omofobo? Che un nero sia razzista?
Maren Klemp, il racconto per immagini della malattia mentale [ITA/ENG]
Maren Klemp è un’esponente delle arti figurative, una fotografa che vive e lavora ad Oslo, Norvegia. Ha studiato con il professore Robert Meyer alla Robert Meyer Kunsthøgskole a Oslo e ha diversi anni di esperienza nel campo della fotografia e delle arti figurative. I suoi interessi attuali per la fotografia comprendono gli autoritratti in bianco e nero e l’uso generale di un’attrezzatura vintage che infonde le sue immagini di una dimensione senza tempo. Usa principalmente se stessa e i suoi figli come soggetti delle sue foto, così da rendere la sua arte onesta e vera. Le sue foto sono state esposte diverse volte a Oslo e lei è la co-autrice del libro Between Intervals, prodotto insieme al fotografo americano e professore dr. José Escobar.
It might get loud – C’erano una volta un inglese, un irlandese e un americano
Un inglese, un irlandese e un americano si incontrano per parlare di musica. Questa storia inizia come nella più classica delle barzellette di quartiere, ma farvi ridere non è nei miei piani. Vorrei, invece, aprirvi gli occhi su una pellicola che qui in Italia nessuno ha preso in considerazione nonostante l’idea a dir poco geniale. Per la regia di Davis Guggenheim, It might get loud: film-documentario del 2008 che considero un assoluto must-have per chiunque veda nella musica (quella vera, si intende) una fonte inesorabile di arte da contemplare.
Perché includere il maschile nel discorso sulla violenza di genere
Il 25 novembre è stata la giornata contro la violenza sulle donne. In ambito universitario, ho avuto la fortuna di assistere a un seminario di Sveva Magaraggia sul tema della violenza maschile contro le donne, con particolare attenzione al modo in cui la questione viene trattata nelle campagne di sensibilizzazione (potete trovate il testo dell’articolo della dot.ssa Maraggi a questo link). Il mio intento è quello di riproporvi i temi trattati durante l’incontro, che mi è sembrato per certi aspetti addirittura illuminante e per questo condivisibile. La domanda alla base del seminario (e che dovremmo porci ogni volta che parliamo di violenza sulle donne) è: perché è importante includere gli uomini nel dibattito sulla violenza? Prima di arrivare a una risposta, bisogna fare delle premesse.
Dio esiste e vive a Bruxelles, la recensione in anteprima [FOTO]
Cosa succederebbe se una bambina di dieci anni potesse scrivere un nuovo Nuovo Testamento? È questa la domanda alla base del nuovo film di Jaco Van Dormael, Dio esiste e vive a Bruxelles.
Il film parte dall’idea che Dio esista e che viva, a nostra insaputa, in una realtà tangibile, contraddittoria e disordinata, come quella di Bruxelles. Il Dio descritto nel film è un Dio cinico e meschino che si diverte a far precipitare aerei e a causare incidenti ferroviari: una figura contorta, dalla natura maligna, che ha creato l’umanità al solo scopo di farla soffrire e che, a detta del regista, «non si allontana troppo dalla descrizione data dalla Bibbia».
Marta e Daniela: una battaglia da vincere | L’Italia ha paura?
Marta e Daniela sono due mamme, ma due mamme dello stesso bambino. Sono due mamme italiane, si sono sposate in Spagna e vivono da diceci anni a Barcellona. Ruben è il primo bambino, figlio di una coppia omosessuale italiana, a essere registrato come cittadino del nostro Paese. Il merito di questo evento straordinario è del sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, che ha forzato la nostra legge in nome del diritto all’esistenza in vita. Sì, perché Ruben esiste e pertanto ha il diritto di essere riconosciuto, anche se alle anagrafe Marta risulta padre (perché i moduli italiani non prevedono la forma neutrale di genitore). Poco importa, “La nostra è una grande vittoria della realtà sulla legge“, affermano le madri con entusiasmo. Un entusiasmo che però non dura troppo, perché c’è sempre qualcuno pronto a mettere i bastoni fra le ruote e il prefetto di Napoli, Gerarda Pantalone, ha deciso che l’atto di trascrizione del piccolo Ruben deve essere annullato, almeno parzialmente. Perché? Perché l’Italia non accetta l’esistenza di due mamme, la legge non ammette due cognomi, la legge è la legge. E il piccolo Ruben diventa un figlio senza diritti, estirpati da un Paese in cui la burocrazia diventa più importante della vita stessa. Cose come queste, lo sapete, ci stanno a cuore e noi abbiamo deciso di far parlare loro.
Sono una ragazza napoletana di diciotto anni e ho un’immagine del mio futuro che corrisponde pressappoco alla visione del sole attraverso un caleidoscopio: brillante, colorata, ma anche indefinita e frammentata.
Un anno fa, di questi tempi, frequentavo il mio ultimo anno di liceo classico, e non avevo idea di cosa avrei fatto nella vita, di chi sarei voluta diventare, o più semplicemente quale indirizzo universitario avrei frequentato. Non sapevo nemmeno in quale Stato avrei continuato i miei studi!
Per chiunque mi conosca mediamente bene, non è proprio un segreto che mi piaccia leggere, né che poche cose mi affascinino quanto la cultura orientale e in particolare quella giapponese. Quando alla fine del quarto anno di liceo, tra i titoli delle letture estive consigliate è stato nominato un libro scritto da un autore giapponese, non vedevo l’ora di dargli una possibilità nella speranza di riuscire a fondere le due cose.
Ho 19 anni e una moltitudine di sogni che sgomitano nel cassetto per fuoriuscire. Sono una ragazza come tante altre, e fra le molte cose normali che faccio c’è anche quella di frequentare l’Università. Non provengo da una grande metropoli cosmopolita, piena di persone, di cose, di luci e di opportunità, il mio è un piccolo paese di provincia, comodamente adagiato nel grigiore della quotidianità. Non c’è nulla di eccezionale che lo distingua da un altro piccolo paese uguale. Quasi ogni mattina mi alzo alle 6, con fatica sacrifico quelle ore di sonno in più che mi piacerebbero per arrivare, dopo un travagliato percorso che mi induce a prendere treni, pullman e metro, nel meraviglioso palazzo che mi ospita per qualche ora al giorno per seguire i corsi universitari. Non ancora dirò il luogo in cui si trova quest’università.
The Lady in the Van, una storia di amicizia tra humour inglese e fatti reali
Oggi era proprio una giornata da cinema. Una di quelle giornate tipicamente british caratterizzate da pioggia fina, vento e cinquanta sfumature di grigio (non il libro!, mi riferisco al cielo, meglio specificare). Di stare a casa tutto il giorno proprio non ne avevo voglia, quindi armata di cappuccio e pazienza (sì, perché qui quando piove si blocca tutto), sono andata al cinema.
The lady in the van (in Italia non si sa quando uscirà e con quale titolo, almeno stando alle ultime informazioni su internet) è un film diretto da Nicholas Hytner, la cui sceneggiatura è stata curata da Alan Bennett che ha sapientemente riadattato un suo componimento, noto appunto come The lady in the van, fondato sulla sua esperienza di vita diretta. La vicenda narra la storia (vera) di un’anziana signora, Mary Shepherd, che vive in un furgoncino scassinato parcheggiato nel vialetto di casa di Bennett per 15 anni (1974-1989).
Circa una settimana e mezzo fa mi sono ritrovata in un negozio di pesci. Il proprietario è un uomo piuttosto alto, mingherlino, pallido e con pochi capelli. La sua voce nasale lo rende simpatico, così come il sorriso che ha sempre stampato sulla faccia. Scommetto che in inverno il suo armadio è pieno di maglioni dai colori spenti. È facile scambiare quel negozietto così piccolo per un acquario aperto al pubblico. Avviene inconsciamente, mentre ti perdi tra i luccichii delle squame di incantevoli varietà così diverse tra loro e così meravigliose. Quindi, dopo aver giocato con un gruppo di pesci che seguivano tutti insieme la mia mano e dopo aver scoperto la goffaggine del Chicco di riso, ci siamo improvvisamente ritrovati di fronte al pesce pagliaccio. «Questo è il vero Nemo», ha asserito l’uomo occhialuto, con la prontezza di chi ha a che fare con mari e fiumi da un bel po’ di tempo. «E Dory non c’è?» ho subito domandato io, apprendendo da lui che il Paracanthurus hepatus no, non ce l’aveva.
Brooklyn, una grande Saoirse Ronan ci racconta il sogno americano
Brooklyn è uscito nelle sale inglesi venerdì 6 novembre e non mi sono lasciata sfuggire l’opportunità di andare a vederlo. Mi era capitato di vedere il trailer e me ne ero pazzamente innamorata quindi, lunedì sera, sono andata con degli amici al cinema. La sala praticamente deserta, lo schermo grande che nemmeno alle premiere del Festival di Cannes e le poltrone comodissime, mi hanno permesso di godermi al meglio lo spettacolo.