Per ventitré anni ho pensato che il mio mestiere fosse uno solo: stare tre passi dietro.
Non davanti, a ingombrare. Non di fianco, a confondere. Dietro. Vicino quanto basta per esserci, lontano quanto basta per lasciarti sbagliare in pace. Credevo che un padre servisse a questo. Reggere il mondo da dietro le spalle di un figlio, in silenzio, senza farsi vedere.
Nessuno mi ha avvisato che a un certo punto il muro saresti diventato tu.
Che avrei chiesto a te cosa ne pensi, e avrei aspettato la risposta come si aspetta una sentenza che speri ti convenga. Che avremmo discusso una scelta da pari a pari, e che l'ultima parola non sarebbe più stata mia solo perché sono il padre. Cazzo, non lo è. L'ho scoperto guardando le tue, di parole, e trovandole più solide delle mie.
Poi c'è il corpo.
Sei grande, sei robusto, la palestra ha fatto la sua parte. E quando mi abbracci, per un secondo, smetto di sentirmi solo. Mi sento al sicuro. La cosa che mi spiazza è che non sono un vecchio rotto che vive questa roba da un letto da cui non riesce ad alzarsi. Sto in piedi, lavoro, cammino, respiro. Eppure quel tuo abbraccio mi regge lo stesso.
Non so se sto invecchiando o se ho solo fatto bene il mio lavoro.
Probabilmente le due cose insieme.
Hai idee, hai progetti, hai una testa che va più veloce della mia. So che il lavoro ti porterà lontano da qui, e va bene, è quello che un padre dovrebbe desiderare. Anche se poi lo desidera con un nodo in gola.
Vai pure lontano.
Io resto tre passi dietro, come sempre. Solo che adesso non ci sto per tenerti su. Ci sto per guardarti andare. Che fa un male bellissimo.
Ventitré anni fa ti tenevo in braccio io. Stanotte mi sa che è il contrario. E non mi pesa.
Buon compleanno, Daniele.










