Nadia Desdemona Lioce, ergastolana, è sotto processo per aver sbattuto una bottiglietta di plastica sulle grate della sua cella – una specie di disturbo della quiete carceraria, o qualcosa del genere. Protestava perché il suo 41 bis le impedisce di detenere troppe carte, penne, libri. Le impedisce di comunicare, di parlare, di scrivere, le impedisce tutto – tranne il diritto di impazzire, di disgregare l’identità e la memoria del suo essere stata donna, rivoluzionaria, persona. Chissà se la condanneranno anche per la faccenda della bottiglietta.
Bruno Fortunato, l’agente ferito nella sparatoria sul treno, nel corso della quale la Lioce fu arrestata, si è invece suicidato un po’ di anni fa. Senza una ragione – o forse carico di ragioni a noi insondabili. Di solito il suicidio tocca ai prigionieri, agli sconfitti, non a chi sta nell’elenco degli eroi e dei servitori dello Stato. Vai a capire i destini, gli incroci, i significati esoterici delle vite ordinarie. Nel 2005 dichiarò a «Repubblica» che il suo rammarico più grande era stato quello di non essere riuscito ad ammazzare Nadia Lioce. Non ce ne sarebbe stato bisogno. Di lei sopravvive solo la sua condizione, immutabile, di prigioniera, di corpo in ostaggio – di testimone silenziata del brandello finale di una storia. Morire su quel treno non sarebbe stato il modo peggiore di morire.
Intanto le faccende italiane vanno pigramente avanti. Chi ha avuto ha avuto – commemorazioni o ergastoli, il passato ormai sta solo nei telegiornali, perché il declino civile e culturale in questi anni è stato tale da riprodurre solo un eterno posticcio presente.