"Normale tu?", si stupì lui togliendosi la sigaretta di bocca. La fissò con gli occhi sgranati nella penombra del giardino pubblico, con l'arancio del lampione che batteva sull'angolo del suo cappuccio. Erano le sette di sera. "Emi, se c'è una cosa che tu non sei è "normale". Sei un'esplosione di roba incredibile, sei una specie di uragano di bellezza delicata, non so come faccia la gente a passarti accanto senza fermarsi a bocca aperta...forse lo dico io perché ti conosco da anni, l'effetto che fai all'inizio magari è quello di una semplice ragazza giovane, castana, con gli occhi nocciola. Ma non mi ci è voluto chissà quanto per capire quanto orizzonte ci fosse dentro di te. Tu avresti detto che io fossi un poeta, quando mi hai conosciuto?". Emilia ridacchiò, guardando verso il basso: "Assolutamente no". "Vedi?", continuò lui buttando fuori una boccata di fumo, "il principio è lo stesso. Vedono un ragazzo giovane, con felpa, pantaloni di tuta, scarpe da ginnastica e pensano "questo è come tanti", ma che ne sanno cosa c'è dentro di me? Non lo sanno".
"E qualcuno si accorgerà mai di me?", sospirò, "sono stanca di essere invisibile". "Quel giorno arriva sempre". Sorrise, mentre lo diceva e spegneva la sigaretta. "Un giorno qualcuno litigherà con le proprie barriere e le proprie paure pur di avere i tuoi occhi su di sé".