Ig:maritna.scrive

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Ig:maritna.scrive
Ho un dolore costante nel petto che non racconto a nessuno.
lasciatemiliberadivolarevia
Tutto quello che vorrei è poter chiudere gli occhi e ritornare ad anni fa, quando tutte le scelte più importanti della mia vita non erano state compiute, e scegliere tutt’altro. Non c’è modo adesso di riparare e mettere pezze, e non ho nemmeno la possibilità di un nuovo inizio. Mi sento intrappolata nella vita, nella morte, in tutto ciò che esiste e non esiste. Non respiro più, non sento più, e l’unica cosa che avrei voluto fosse per sempre è scomparsa per sempre e non ho nulla da stringere tra le mani senza lasciarlo andar via. Per cosa si vive quando non si ha niente? Per cosa si muore quando non si sente niente? A cosa servono il tempo e lo spazio se mi sento paralizzata nell’impossibilità di occuparli?
Pensavo che la cosa peggiore che potessi farmi fosse rifiutare i miei sentimenti. Guardarli fra le mie mani tese e non reputarli degni; lasciarli fra le mie dita, incurante, e voltare le spalle, andandotene. Questo credevo. E a questo solo scenario mi stavo preparando. Non c'è niente di peggio che essere rifiutati, pensavo. E invece c'è. Sei riuscito a sorprendermi, persino nel male. Non avevo nemmeno ancora deciso di mostrarti quei sentimenti per te, che mi fiorivano dai ventricoli del cuore, che tu me li hai strappati brutalmente dal petto, li hai appallottolati e poi li hai buttati nel primo secchio che hai incontrato. Così, con lo stesso disinteresse con cui si cestina un biglietto di auguri perché in questo mondo materialista conta più il regalo del pensiero che c'è dietro, tu hai gettato via me. Anzi, mi hai eliminato. Un paio di tap sullo schermo del tuo telefono e io sono svanita, come non fossi proprio mai esistita. Come se non ci fossimo mai conosciuti quel 21 settembre; come se non ci fossimo poi parlati, abbracciati, baciati, amati. L'hai fatto d'improvviso, cosicché fossi impreparata, all'apice della vulnerabilità e non potessi opporre resistenza o fare obiezione. Non hai dato alcun segno di avvertimento, non hai accennato niente. Un attimo prima scherzavamo dell'intimo rosso indossato a Capodanno, un attimo dopo il nulla. E hai voluto anche aggiungere crudeltà alla cattiveria che quel gesto già comportava in sé: hai cancellato me dalla tua vita, ma hai anche eliminato per me ogni prova della tua esistenza. Non mi hai lasciato nemmeno il conforto dei tuoi messaggi bugiardi. Hai deciso che non dovevo averne, che non me lo meritavo. E che non avevo diritto nemmeno di chiedere spiegazioni, una valida motivazione... qualcosa, qualsiasi cosa potesse farmi smettere di sanguinare dentro. Mi hai annientato. Mi hai reso nessuno. Ma Ulisse, spacciandosi per nessuno, accecò Ciclope e lo fece credere pazzo dagli altri della sua specie, accorsi in aiuto. "Nessuno mi ha ferito", disse. E quelli se ne andarono, lasciandolo solo col suo dolore. Ed è così anche per me. Io non sono nessuno per te e tu hai fatto sì di non essere mai stato nessuno per me. E se nessuno mi ha ferito, come posso fermare una emorragia che a conti fatti non dovrebbe esistere? Io dentro, però, sanguino lo stesso. E mi guardo allo specchio e non mi vedo. Invisibile. Non importante. Non degna. Nessuno.
Uno mi ha scritto su instagram e poi mi sa che mi ha bloccato perchè sono rientrata nella chat e non c'era più il suo messaggio.
Una domanda: E ALLORA CHE CAZZO SCRIVETE A FARE?🤦🏼♀️
Avevo delle cose in testa che non riuscivo a dire e allora ho preferito non dirti niente.
Svegliarsi presto per andare a lavoro e trovare tutte le strade chiuse per il vento e la pioggia. E mo che si fa?
Ora sono a casa di M, collega che mi ha ospitato per il momento
Sono bloccata qui, all'interno di uno spazio senza tempo.
La luce del sole ed il bagliore della luna si alternano fra loro ad un ritmo scostante.
Non so dove ho la testa e il mio corpo segue una propria routine.
Sento il vento soffiare. L’inverno è passato e siamo già a primavera inoltrata, eppure non ho mai sentito tanto freddo dentro casa.
Sarà la sofferenza, sarà la frustrazione, sarà la solitudine. Sarà che ormai, il posto in cui mi trovo ha preso l’abitudine di sbattermi in faccia la realtà e cioè che non tutti, per quante lacrime e quanto sudore, e quanti sacrifici affrontino, vengono premiati. Non tutti hanno la possibilità di riscattarsi da una vita di dolori.
Qui non teniamo più il conto delle ore, delle giornate… Una vale l’altra. Una volta si perde una persona, una volta si perde il lavoro, la prossima volta si potrebbe perdere la casa.
“Vedrai che andrà meglio!”
“C’è sempre una soluzione!”
“Hai ancora questo e quello almeno!”
“Non preoccuparti, si sistemerà tutto prima o poi!”
Queste le frasi di incoraggiamento e di speranza, alcune delle tante, che ormai ho imparato a memoria. Frasi di circostanza. Frasi fatte, banali. Frasi importanti, ma che in realtà non dicono nulla a chi le ascolta. Frasi che escono dalla bocca di chi non sa cosa dire, né cosa fare per alleggerire i carichi dalle spalle di chi è stanco.
Vorrei dire che in realtà basterebbe poco e niente.
Vorrei dire che in realtà basterebbe il calore di un abbraccio per scacciare il peso del senso di abbandono.
Queste cose però non le posso dire perché non è così che funziona, in realtà.
In realtà per molte persone la vita non è vita ma sopravvivenza, ed è per questo che queste si aggrappano a tutto lottando con le unghie e con i denti per poter vedere ancora un altro giorno la luce del sole, ancora un’altra notte il bagliore della luna.
Bloccata.