Inizia il secondo superiore. Iniziai a non stare più tanto bene fisicamente. Riuscii a stringere amicizia con una ragazza Mariadomenica. Ci divertivamo insieme, scherzavamo, parlavamo dei nostri problemi ci aiutavamo, andavamo ai raduni a piazza Plebiscito...insomma andavamo d'accordo. Con il resto della classe c'era solo tanto ghiaccio e freddo, nonostante provassi con tutti i miei sforzi a buttarmi tra di loro. A palla a volo invece di aiutarmi ad inserirmi e spronarmi, facevano la stessa cosa che facevano i miei compagni delle medie, diventavo trasparente, oppure nei casi migliori acchiappavo pallonate e sgridate. Ma io non uscivo mai dal campo, no. Non dovevo mai dargliela vinta e continuai a giocare con il terrore della palla fino al quinto superiore senza che loro capissero i motivi del mio essere scarsa.
All'alba del mio onomastico, il 23 settembre 2015 correndo per i corridoi all'improvviso mi sveglio a terra davanti al bar della scuola che era situato stesso all'interno della struttura. Non riuscivo ad alzarmi, ero intontita e non sapevo cosa fosse successo. Pensavo fosse uno svenimento ma mi dissero che tremavo tutta, giravo gli occhi e mi usciva schiuma dalla bocca. La mia classe (quasi tutta) corse a farsi le camomille perché si spaventarono a morte, forse l'unico gesto di umanità che gli vidi fare verso di me in 5 anni. Un ragazzo di scuola, invece, mi disse la mia amica Mariadomenica, rise vedendo la scena.
Iniziai tutta una serie di analisi, andai al policlinico in ricovero e scoprirono che avevo l'iperinsulinemia e l'iperglicemia (niente diabete) e che forse era quello che provocava le crisi epilettiche. Iniziai la dieta, ero seguita ogni mese. Dopo il ricovero le crisi continuarono e la prof del reparto di diabetologia infantile disse che dovevo andare dal neuropsichiatra infantile per fare indagini approfondite neurologiche. Dovevo spostarmi a Salerno perché il dottore migliore nel campo era lì. Ho sempre odiato gli ospedali ma lì era bellissimo, c'era il mare vicino e dall'altro lato le colline, era bello andarci. Iniziammo le indagini lì e dai primi elettroencefalogrammi non uscì nulla. Così il dottore provò un altro metodo, un'apparecchiatura innovativa che solo lui possedeva, mi addormentai e mi analizzò il cervello da dormiente, tutto a posto. Dopo mezz'ora mi svegliò e puntò una serie di flash nei miei occhi, così ebbi una piccola crisi davanti a lui e capì che il mio problema era l'epilessia fotosensibile detta morbo di Janz. Mi prescrisse degli antiepilettici chiamati Keppra, 3 volte al giorno dopo i pasti e fortunatamente da allora va tutto bene, ma non posso smettere prima dei 30 anni.
Nel frattempo al policlinico mi prescrissero anche loro un farmaco per tenere sotto controllo l'insulina e la glicemia, si chiama Metforal e prendo sempre 3 pillole al giorno durante i pasti. Con queste siamo a 6 pillole al giorno, a 15 anni.
A scuola andava uno schifo, fisicamente stavo male e io continuavo ad incidere sui miei polsi, con l'ansia che i medici e i miei genitori scoprissero anche questo disastro.
Perché io così mi reputavo e mi reputo.