L’idea che i diritti siano qualcosa che ci si deve guadagnare con la buona condotta o, peggio ancora, con il proprio contributo alla società, risuona spesso nell’opinione pubblica. Il caso della cittadinanza è forse l’esempio più noto: ottenerla in Italia è un processo molto lungo e spesso inconcludente, ma a volte viene concessa in via semplificata a “immigrati modello” che hanno compiuto azioni eroiche di vario tipo. In casi del genere l’encomio è garantito, da destra ma anche da sinistra, e suona come un “Per stare nel nostro Paese come cittadino, devi meritartelo”. Questo succede perché l’idea che i diritti non siano qualcosa di scontato, ma di riservato solo a chi si comporta bene, è riuscita a insinuarsi con efficacia nella nostra società. Quando emerge la notizia dell’ennesima violazione dei diritti umani in carcere, per esempio, c’è sempre chi sostiene che bastava che il detenuto non ci finisse se non voleva subire abusi. L’attenzione si sposta così dall’assenza di diritti costituzionalmente garantiti al giudizio su ciò che la persona ha commesso. Questa visione del diritto come di una tensione costante tra il potere e il cittadino, un ciclico do ut des in cui la morale diventa la chiave di accesso a ciò che dovrebbe invece riguardare la dignità di ciascuno, è lo specchio di una sistema in cui l’utilità è l’unica variabile che conta.
Secondo Jessica Whyte, professoressa associata di Filosofia alla School of Humanities and Languages dell’Università del New South Wales, la visione “meritocratica” dei diritti umani ha anche una data di nascita. Nel 1947, mentre cominciava l’istituzionalizzazione della materia attraverso la creazione della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite, venne anche fondata la Mont Pelerin Society, espressione di una nuova scuola economica che prende il nome di neoliberismo. Questi due organi, all’apparenza inconciliabili, incrociarono spesso la loro storia: nel 1976, per esempio, venne assegnato il Nobel per l’Economia a Milton Friedman, tra i principali esponenti della Mont Pelerin Society; l’anno successivo quello per la pace ad Amnesty International. I pensatori neoliberisti capirono sin da subito l’importanza cruciale che aveva il tema dei diritti fondamentali per una visione della società che ha al suo centro la libertà, intesa come un diritto individuale e illimitato, nonché necessario e interdipendente alla libertà del mercato. Whyte sostiene che per portare avanti questo progetto economico si sia reso necessario “reinventare i diritti umani come il linguaggio morale della competizione dei mercati”. Questa riscrittura è servita sia a giustificare la libertà negli affari che a contenere i diritti stessi, legandoli indissolubilmente alla morale dominante.
La salute è un diritto fondamentale, vincolarla al merito è semplicemente disumano