A proposito di suo padre, che nella Banda dei sospiri appare irascibile e mezzo matto se non a volte furioso, come spesso i padri di una volta sempre portati agli eccessi (ne avevo anch'io avuto esperienza), questo suo padre quando stava morendo in ospedale, 1973, luglio, tumore al polmone, Celati mi raccontava che c'era tutto un vociferare in famiglia di turni per l'assistenza: tocca a te, no, l'ho fatto ieri dalle dieci alle undici, io oggi ho un impegno, la macchina... chi m'accompagna?, non me l'avevate detto, non si può dire e disdire... eccetera eccetera, come si immaginerà. E Celati, che aveva sempre avuto dei rapporti un po' burrascosi e un po' imbarazzati col padre, ha dichiarato che restava lui, tutto il tempo che occorreva, anche a dormire. Gli altri dopo qualche perplessità hanno taciuto. S'è portato dietro un libro ed è rimasto seduto di fianco al letto, su una poltrona reclinabile, ogni tanto leggendo, ogni tanto guardando suo padre che si spegneva e che, se non stava a occhi chiusi, lo guardava, poi chiudeva gli occhi, li riapriva, e continuava a guardarlo, senza tentare di parlare. Avrebbe voluto ogni tanto dirgli qualcosa, ma non sapeva cosa, non erano abituati a parlarsi, ma era come se si fossero riconciliati con questo estremo e muto discorso d'addio, che non aveva bisogno delle false parole di conforto, le solite, banali, che per abitudine si dicono.
Questo è quello che m'ha raccontato, sul valore anche intenso, carico di significato, del silenzio.
(Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia)
-in treno rido, sorrido e mi commuovo da sola mentre leggo questa “piccola meraviglia”-











