La filosofia non serve a nulla, dirai; ma sappi che proprio perché priva di legame di servitù è il sapere più nobile.
Aristotele
seen from United States

seen from United States

seen from Argentina
seen from China
seen from United States

seen from China

seen from Russia
seen from United States

seen from Malaysia
seen from United States

seen from United States

seen from United States
seen from South Korea
seen from United States
seen from United States
seen from China

seen from Maldives
seen from China
seen from Maldives

seen from Norway
La filosofia non serve a nulla, dirai; ma sappi che proprio perché priva di legame di servitù è il sapere più nobile.
Aristotele
“ Nell'aria sentivasi sempre più l'odore dei pampini, del mosto, dell'erba umida; l'uva sui carri aveva vaghi riflessi violacei; le ruote tracciavano solchi profondi sulla polvere bianca dello stradale; qualche fuoco brillava già nella valle, qualche tintinnio di capra smarrita vibrava al di sopra delle rocce, fra i burroni che dominano il ponte di Caparedda. E le voci dei guidatori risuonavano sempre più sonore, fra il roteare monotono e sordo dei carri pesanti. Pietro solo non cantava, istintivamente assorto in quella triste calma di crepuscolo autunnale: vedeva il solco dei carri che lo precedevano, respirava l'aria umida, sentiva le voci melanconiche della valle, e la sua anima s'oscurava sempre più come il cielo e le cose intorno. E, al solito, nessuno si curava di lui: solo Malafede, il lungo cane nero e scarno dalle reni tremanti e la fronte segnata da una macchia bianca, lo accompagnava, serio, con la coda e le orecchie pendenti. Il cane seguiva il segno lasciato sulla polvere dal pungolo che Pietro si trascinava dietro; ma ogni tanto guardava il giovine servo coi piccoli occhi rossi, dimenava la coda e sbadigliava con un piccolo guaito. «Che vuoi?», gli chiese Pietro, arrivati che furono a metà strada. «Hai fame? Anch'io. Mangeremo appena saremo arrivati. E domani, via ancora! Intanto, andiamo: sta buono.» Il cane guaì più forte, sollevò le orecchie, un po' confortato. Non era la prima volta che servo e cane discorrevano, ciascuno a modo suo, e s'intendevano. Spesso Pietro gli diceva: «Che differenza c'è fra me e te? Nessuna. Soltanto, io sono un cane che parla». Quella sera, poi, egli aggiunse, fra sé: "Arrivare, mangiare, ripartire, guardare la roba altrui; io e Malafede siamo nati per questo. Nessuno pretende altro da noi. Chi ci vuol bene? Nessuno. Se Malafede ha un'avventura amorosa, un momento dopo non se ne ricorda più; s'io vado dalla moglie del bettoliere toscano, il giorno dopo incontrandola non la guardo neanche in faccia, ed ella fa altrettanto. Cane e servo, servo e cane: è lo stesso". “
Grazia Deledda, La via del male, Newton Compton editori srl (Collana Tascabili Economici - I Classici), 1994; pp. 45-46.
[ 1ª edizione originale: Speirani e Figli Editori, Torino, 1896 ]
Alberto Moravia, La disubbidienza
Nulla servitus turpior est quam voluntaria.
Lucius Annaeus Seneca
Avviso agli studenti La scuola è stata, con la famiglia, la fabbrica, la caserma e accessoriamente l’ospedale e la prigione, il passaggio ineluttabile in cui la società mercantile piegava a suo vantaggio il destino degli esseri che si dicono umani. Il governo che essa esercitava su nature ancora appassionate delle libertà dell’infanzia l’apparentava, infatti, a quei luoghi poco propizi alla realizzazione e alla felicità che furono – e che restano in diversa misura – il recinto familiare, l’officina o l’ufficio, l’istituzione militare, la clinica, le carceri. La scuola ha forse perso il carattere ributtante che presentava nel XIX e XX secolo, quando rompeva gli spiriti e i corpi alle dure realtà del rendimento e della servitù, facendosi gloria di educare per dovere, autorità e austerità, non per piacere e per passione? Niente è meno certo, e non si potrà negare che sotto l’apparente sollecitudine della modernità, numerosi arcaismi continuano a scandire la vita di studentesse e studenti. L’impresa scolastica non ha forse obbedito fino ad oggi a una preoccupazione dominante: migliorare le tecniche di ammaestramento affinché l’animale sia redditizio? Nessun ragazzo supera la soglia di una scuola senza esporsi al rischio di perdersi: voglio dire di perdere questa vita esuberante, avida di conoscenze e di meraviglie, che sarebbe così esaltante nutrire, invece di sterilizzarla e farla disperare con il noioso lavoro del sapere astratto. Che terribile constatazione quegli sguardi così brillanti di colpo sbiaditi! Ecco quattro muri. Il consenso generale decide che, con ipocriti riguardi, vi saremo imprigionati, costretti, colpevolizzati, giudicati, onorati, puniti, umiliati, etichettati, manipolati, vezzeggiati, violentati, consolati, trattati come aborti che questuano aiuto e assistenza. Di che cosa vi lamentate? obietteranno gli autori di leggi e decreti. Non è forse il modo migliore di iniziare i novellini alle regole immutabili che reggono il mondo e l’esistenza? Senza dubbio. Ma perché i giovani dovrebbero ancora accontentarsi di una società senza gioia e senza avvenire, che gli stessi adulti sopportano ormai rassegnati, con un’acrimonia e un malessere crescenti?
Raoul Vaneigem
'Che pe' piagne posso pure sta da solo ma pe' ride servi tu
Pappacena, servitù
“ Maria, in semplice gonnella d'indiana grigiastra, col bustino di velluto verde che appariva come una macchia un po' morbida e viva fra il verde della vigna e dell'oliveto, vagava qua e là a passi svelti, agile e pieghevole; si curvava ad esaminare i grappoli; si allungava per toccare un frutto quasi maturo, spiccava con una canna i fichi d'India dorati. Come certi insetti verdi che prendono il colore del cespuglio ove son nati ella pareva un'emanazione della valle feconda; aveva la flessibilità della vite e la maturità carnosa del fico d'India. Ma, appunto come il fico d'India, non sapeva nascondere le sue spine, e Pietro la guardava con occhi torvi, accorgendosi che ella lo disprezzava, non solo, ma diffidava di lui. "Ella viene qui per vigilarmi", pensava. "Ha paura che le porti via la sua roba; se mi provoca le insegno io la creanza. Le do uno schiaffo." Ma ella non lo provocava; solo qualche volta gli rivolgeva la parola, accennandogli i lavori da eseguire. Era fredda e dignitosa: Pietro cominciava ad odiarla, e desiderava andarsene presto dal chiuso per non veder più il viso ipocrita e gli occhi scrutatori che lo insultavano tacitamente. "Si vede che questa gente non ha mai avuto dei servitori", egli pensava, e per dispetto, per puntiglio, lavorava alacremente, vegliava, non toccava un solo frutto. Un giorno, in ottobre, mentre egli tagliava i pampini perché il sole penetrasse meglio fino ai grappoli, Maria gli passò vicino e disse: «Perché non mangi mai uva, Pietro?». «Conti i grappoli, dunque?», egli rispose, curvo, ma sollevando gli occhi per guardarla e scuotendo la testa col suo gesto sprezzante. Maria arrossì: capiva d'essersi tradita, ma cambiò abilmente discorso. «Pietro», disse, riparandosi gli occhi con la mano per guardar meglio verso il confine della vigna, dove s'allineavano i peri dalle foglie gialle, carichi di frutti maturi che al sole parevano di cera pronti a liquefarsi, «dopodomani coglieremo le pere.» Anch'egli guardò verso i peri. «Come volete.» «Senti: tu, dopodomani mattina cogli le pere, ed io nel pomeriggio vengo qui col cavallo e le porto via. Credi tu che bastino quattro cestini? Farò due viaggi.» Siccome Pietro s'allontanava tra i filari con un fascio di pampini fra le braccia, ella gli andò dietro. «Che annata di pere! L'anno scorso ce le hanno tutte rubate. Quest'anno le venderemo e ne ricaveremo almeno una ventina di lire. Cosa dici tu Pietro?» «Io? Non so. Non ho mai venduto pere.» «Sì, ce le hanno rubate, l'anno scorso. Quest'anno tu le hai ben guardate: ti regalerò mezza dozzina di sigari.» «Io non fumo», egli disse, quasi beffardo. Ma la giovine padrona si mostrava così espansiva e buona, quel giorno, ch'egli si domandò se non s'era ingannato giudicandola cattiva. Ma mentre egli gettava un altro fascio di pampini in fondo al filare, Maria gli disse: «Senti, Pietro. Meglio, dopodomani verrò prestino, verso le due pomeridiane. Coglieremo assieme le pere e le porteremo via in una sola volta». "Ecco, ella ha paura che nel coglierle io ne metta a parte un mucchio. Ah! avarona, sorniona indiavolata..." Ma d'improvviso ella pronunziò tre parole magiche, che lo rallegrarono tutto. «Farò venir Sabina...» E verrà Sabina, e verrà Sabina, continuò a ripetere Pietro fra sé, anche dopo l'invocata partenza di Maria. “
Grazia Deledda, La via del male, Newton Compton editori srl (Collana Tascabili Economici - I Classici), 1994; pp. 34-35.
[1ª edizione originale 1896]
"E così gli uomini che nascono con il giogo sul collo, nutriti e allevati nella servitù, senza sollevare lo sguardo un poco in avanti si accontentano di vivere come sono nati, e non riuscendo a immaginare altri beni e altri diritti da quelli che si sono trovati dinnanzi prendono per naturale la condizione in cui sono nati." Etienne De La Boetie