LO STATO LINGUISTICO DEL NAPOLETANO E DELL'ITALIANO MERIDIONALE: UN'ANALISI ACCADEMICA TRA DIALETTO, LINGUA E FALSI MITI
"UN ATTO D'AMORE. . . "
#CollettivoDiScritturaAlunniDelTempo
Initium Fabulae
L’Atlante delle Lingue in Pericolo dell’UNESCO identificò l’italiano meridionale (South Italian) come una “lingua vulnerabile”, proponendo denominazioni alternative come “lingua napoletana”, “italiano meridionale”, “napoletanocalabrese” e “volgar pugliese” per le varietà linguistiche parlate in Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise, Calabria settentrionale, Puglia centrosettentrionale, Lazio meridionale, Marche orientali e Umbria orientale, con una stima di circa sette milioni e mezzo di parlanti (Moseley 2010). Questa classificazione estensiva, che considera l’italiano meridionale un’entità linguistica sovraregionale, non riflette la complessità delle realtà dialettali locali e ha generato un malinteso ormai radicato nel discorso pubblico digitale, secondo cui l’UNESCO avrebbe riconosciuto il napoletano come lingua autonoma.
Perché, allora, tutti noi che scriviamo di Napoli, con il nostro profondo legame alla tradizione campana, sentiamo il dovere di smentire tale affermazione? La risposta risiede nell’imperativo scientifico di preservare la verità linguistica, senza mai sminuire il valore del napoletano, che è il cuore pulsante della nostra identità, la voce di poeti come Salvatore Di Giacomo, di artisti come Totò e Pino Daniele, e delle strade vive di Napoli. Smentire il mito UNESCO non è un atto di negazione, ma un impegno a proteggere l’autenticità del napoletano da narrazioni imprecise, riaffermandone il prestigio culturale con rigore.
Questo amore, a ben vedere, è una forma di rigore etico, un'avversione per le mistificazioni e per l'inutile e ridondante napoletanismo. Quest'ultimo, infatti, si nutre di un'idealizzazione folkloristica che, pur apparentemente innocente, svuota il napoletano del suo vero valore storico e scientifico. Il nostro impegno, al contrario, non è quello di esaltare un'etichetta esteriore, ma di difendere la vera napoletanità scientificolinguistica di un sistema che ha le sue regole, la sua grammatica, la sua storia millenaria. È l'amore per la verità del napoletano, non per un suo fantasma.
Il napoletano, sistema linguistico completo derivato dal latino volgare (De Blasi/Montuori 2020), è un dialetto per la sua limitata estensione territoriale e l’assenza di standardizzazione ufficiale, non una lingua riconosciuta dall’UNESCO né inclusa nel suo Patrimonio Immateriale (Delfino 2016). La sua ricchezza si manifesta in tratti distintivi come: indebolimento delle vocali atone e finali (es. mammà ‘mamma’); rafforzamento consonantico (es. ommo ‘uomo’); passaggio da s a z dopo nasale o vibrante (es. penza per ‘pensa’); assimilazione progressiva (es. quannə per ‘quando’); metafonesi (es. russə per ‘rosso’); betacismo (es. ’o vaso ‘il bacio’); conservazione della e protonica (es. de Roma per ‘di Roma’); uso del genere neutro nei pronomi dimostrativi (es. chesto ‘questo’ neutro) e nei sostantivi collettivi (es. ’o ssale ‘il sale’); troncamento vocativo (es. Gennà per ‘Gennaro’); suffissi come illo/ella e ariello/arella; anteposizione di stesso e posposizione di assai; costruzione transitiva di verbi intransitivi (es. a me mi piace); perdita del congiuntivo presente (es. primma che se ne va); perifrasi per il futuro (es. aggia parlà per ‘parlerò’); preferenza per il passato remoto; ipercorrettismi (es. ’nnamurat’ per ‘innamorato’); cambio di genere (es. russə per ‘rosso’ maschile); sostituzione del pronome gli con ci; e posposizione dei pronomi possessivi (es. fratemo ‘mio fratello’) (De Blasi/Imperatore 2000; Ledgeway 2009; Librandi 2018). Questi tratti, radicati nella tradizione latina, testimoniano la vitalità del napoletano come patrimonio culturale. Correggere il mito UNESCO è un atto di amore per Napoli, per riaffermare il napoletano come simbolo di identità, senza bisogno di etichette fuorvianti.
Contrariamente a quanto spesso riportato, il napoletano non è riconosciuto come lingua ufficiale né è incluso nel Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’UNESCO, né tra i Patrimoni Orali e Immateriali (Delfino 2016). La confusione deriva dall’errata equiparazione tra il termine “italiano meridionale” – un’etichetta ombrello utilizzata nell’Atlante UNESCO – e varietà specifiche come il napoletano. Questa categorizzazione, che tratta l’italiano meridionale come una “lingua tetto” (Abstandsprache), non tiene conto della diversità linguistica e della mancanza di mutua intelligibilità tra le varietà dialettali meridionali. Il napoletano, in particolare, è una varietà dialettale radicata principalmente nella regione Campania, con una forte identità locale, ma limitata comprensibilità al di fuori di quest’area, il che ne preclude la classificazione come lingua secondo i criteri UNESCO e linguistici tradizionali.
Per comprendere lo status del napoletano, è fondamentale chiarire la distinzione tra “dialetto” e “lingua”. Etimologicamente, il termine “dialetto” deriva dal greco antico diálektos (‘modo di parlare’), da dialégomai (‘parlare l’uno con l’altro’), indicando un sistema linguistico condiviso da una comunità con una tradizione storica comune (Coseriu 1988). A voler scavare più a fondo, la tradizione filologica classica ci insegna che il termine greco diálektos non aveva una connotazione di subordinazione, ma indicava un "modo di parlare" proprio di una comunità o legato a specifici generi letterari. Se pensiamo alle varietà linguistiche dell’antica Grecia—attico, ionico, dorico—vediamo come ognuna fosse associata a precise forme di espressione artistica e letteraria, come l’epica o la tragedia. Questa stratificazione non era una gerarchia di prestigio, ma un’intima interazione tra lingua e produzione culturale, un paradigma che, seppur con le dovute cautele, può illuminare lo studio del nostro napoletano. In termini funzionali, un dialetto è un sistema completo di isoglosse fonetiche, grammaticali e lessicali, che consente la comunicazione all’interno di un gruppo specifico, ma si distingue dalla lingua per la sua limitata estensione geografica, la mancanza di standardizzazione ufficiale e il ruolo subordinato rispetto a una lingua sovraregionale (Coseriu 1988; De Blasi/Montuori 2020). Secondo Grassi, Sobrero e Telmon (2003), i dialetti italiani si caratterizzano per: circolazione prevalentemente orale con esclusione di forestierismi in contesti scritti; livello culturale non standardizzato, privo di una norma linguistica ufficiale; contenuti comunicativi semplici, concentrati su funzioni quotidiane; limitata diffusione sovraregionale, con comprensibilità ristretta a comunità locali.
A differenza della visione angloamericana, dove il termine dialect implica una variante “degradata” di una lingua standard, spesso associata a una percezione negativa (De Blasi/Montuori 2020), nella linguistica italiana il dialetto è un sistema autonomo, derivato direttamente dal latino volgare, con una storia parallela a quella dell’italiano standard. Ogni dialetto è, in essenza, una lingua locale, ma non ogni lingua è un dialetto: il dialetto è una varietà subordinata a un idioma storico più ampio, come l’italiano, che funge da lingua di riferimento per funzioni istituzionali e comunicative sovraregionali (Coseriu 1988).
Il napoletano si distingue come un dialetto storico e vivente, radicato nella Campania e particolarmente associato alla città di Napoli. La sua classificazione come dialetto non deriva da un presunto “ruolo sociale subalterno” (Delfino 2016), ma da criteri linguistici e sociolinguistici, come la sua delimitazione territoriale e la limitata intelligibilità fuori dalla regione. Tra le sue caratteristiche distintive, si annoverano: indebolimento delle vocali atone e finali (es. mammà ‘mamma’), rafforzamento consonantico (es. ommo ‘uomo’), passaggio da s a z dopo nasale o vibrante, e fenomeni di assimilazione (es. quannə per ‘quando’) (De Blasi/Imperatore 2000; De Blasi 2003); presenza del genere neutro nei pronomi dimostrativi (es. chesto ‘questo’ neutro) e nei sostantivi collettivi (es. ’o ssale ‘il sale’), troncamento vocativo (es. Gennà per ‘Gennaro’), e uso di suffissi come illo/ella (De Blasi/Imperatore 2000); anteposizione di stesso, posposizione di assai, e costruzione transitiva di verbi intransitivi (es. a me mi piace per ‘mi piace’) (De Blasi/Imperatore 2000; Ledgeway 2009); preferenza per il passato remoto rispetto al passato prossimo, perdita del congiuntivo presente (es. primma che se ne va per ‘prima che se ne vada’), e perifrasi per il futuro (es. aggia parlà per ‘parlerò’) (De Blasi/Imperatore 2000). Questi tratti, insieme alla conservazione di arcaismi latini (es. de Roma per ‘di Roma’), evidenziano la ricchezza e l’autonomia del napoletano come sistema linguistico, pur nella sua natura dialettale. La sua dignità non si misura, peraltro, solo in termini di isoglosse, ma nella sua capacità di elaborazione, che lo qualifica come un Ausbausprache, una "lingua per elaborazione" secondo la nota teoria di Heinz Kloss. A differenza di un dialetto privo di una tradizione scritta, il napoletano si è codificato attraverso una ricca e ininterrotta produzione letteraria, a partire dai primi testi volgari fino alla maestria seicentesca di Giovan Battista Basile con Lo cunto de li cunti, la prima raccolta di fiabe d’Europa, un’opera che attesta una dignità letteraria ben prima dell’italiano standard. Questo profondo radicamento letterario eleva il napoletano al di là di una semplice variante locale, conferendogli un prestigio culturale autonomo, pur nel suo ruolo dialettale.
Il termine “dialetto” emerge in Italia nel XVI secolo durante la “questione della lingua”, quando si dibatté sulla norma linguistica nazionale. La proposta di Pietro Bembo di adottare il fiorentino trecentesco come modello letterario segnò l’inizio della distinzione tra lingua standard e varietà locali. Nel tardo Cinquecento, autori come Liburnio, Salviati e Varchi iniziarono a usare “dialetto” per indicare varietà linguistiche regionali, richiamando i dialetti dell’antica Grecia (attico, ionico, ecc.). Solo nel XVIII secolo, con Anton Maria Salvini, il termine acquisisce il significato moderno di varietà linguistica subordinata alla lingua standard (Marcato 2002). È cruciale notare come la Scuola Napoletana, pur non proponendo il napoletano come lingua nazionale, abbia contribuito in maniera determinante al dibattito. Figure come Giacomo Sannazaro, che nel suo capolavoro Arcadia mescola sapientemente fiorentino e napoletano, o Benedetto Di Falco, che nel Cinquecento difese strenuamente la dignità letteraria del napoletano, dimostrano una consapevolezza critica e una fierezza linguistica che hanno radici antiche. Il napoletano, dunque, non è mai stato un semplice sermo humilis, ma un veicolo di alta espressione poetica e intellettuale.
Contrariamente alle previsioni di declino dei dialetti in un’epoca di globalizzazione, il napoletano mantiene una sorprendente vitalità. De Blasi (2012) evidenzia che la maggior parte dei parlanti napoletani utilizza il dialetto nelle comunicazioni quotidiane, contro una minoranza che usa esclusivamente l’italiano. Questa persistenza non va intesa come una “risorgenza” dialettale, ma come una continuità storica, particolarmente evidente nell’uso artisticoletterario e nella cultura popolare napoletana. Tuttavia, il napoletano occupa uno spazio limitato in contesti formali, comunicativi e lavorativi, e la sua conoscenza esclusiva non consente di affrontare situazioni comunicative in tutta Italia, rafforzando la sua natura dialettale rispetto all’italiano standard. Questa persistenza è la chiave per comprendere il ruolo attuale del napoletano: esso non è in competizione con l’italiano, ma vive in un rapporto di diglossia, cioè la coesistenza di due codici linguistici con funzioni sociali distinte. L’italiano detiene i contesti formali e istituzionali, mentre il napoletano si mantiene vitale in quelli informali, familiari e, in modo significativo, artistici e identitari. L’uso contemporaneo del napoletano nella musica rap, nel cinema, nel teatro e nella letteratura non è una semplice moda, ma un potente atto di riappropriazione e di affermazione identitaria, che dimostra come questo sistema linguistico continui a essere il cuore pulsante di una cultura millenaria.
I pregiudizi sociolinguistici, spesso derivanti dalla visione angloamericana di “dialetto” come una variante “minore” o “corrotta”, non trovano riscontro nella realtà del napoletano, che è un sistema linguistico completo e radicato in una tradizione culturale ricca e antica. La sua vitalità è testimoniata dalla sua presenza in ambiti come la musica, il teatro e la poesia, che ne fanno un elemento centrale dell’identità campana.
Il napoletano, pur essendo un sistema linguistico autonomo e completo, è correttamente classificato come dialetto per la sua delimitazione geografica, la limitata intelligibilità sovraregionale e la mancanza di standardizzazione ufficiale. La confusione sul suo status di “lingua” deriva da interpretazioni errate delle classificazioni UNESCO e da una diffusione mediatica di informazioni imprecise. Lungi dall’essere una varietà “subalterna” o “degradata”, il napoletano rappresenta un patrimonio linguistico e culturale vivo, che continua a prosperare nella Campania contemporanea. La sua ricchezza risiede nella capacità di esprimere l’identità locale, mantenendo una continuità storica che sfida i pregiudizi sociolinguistici e le pressioni dell’omologazione globale.
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