“Se non uccide, fortifica”
Il dolore colpisce in tutte le sue forme: una fitta leggera, un dolore che va e che viene alternato alla normale sofferenza con cui viviamo tutti i giorni. Poi, però, arriva una sofferenza troppo grande, un dolore in grado di cancellare ogni altro pensiero.
Come affrontiamo il dolore dipende da noi: ci anestetizziamo, lo accettiamo, lo ignoriamo. Per alcuni il miglior modo per affrontarlo è convincerci, per altri berci su, per altri ancora aspettare che sparisca da solo. La verità è che bisogna imparare ad affrontarlo, bisogna prevederlo, bisogna aspettarselo. Il dolore non cessa mai, perché la vita è sempre pronta a fornircene dell'altro. Ma cosa sarebbe, d'altronde, una vita priva di dolore, se non una vita non vissuta a pieno? Cosa saremmo senza questo sentimento, se non persone fragili ed incapaci di reagire, incapaci di dare importanza al tempo e ai piccoli gesti. Troppo spesso ci si arrende dinanzi al dolore, troppo spesso ci si sente impotenti e si vuol gettare la spugna.
Il dolore è come un serpente velenoso, del quale non t'accorgi prima che ti morda. Arriva in silenzio, senza preavviso, distruggendo ogni progetto, ogni speranza, ogni abitudine. L'arma più efficace da utilizzare contro il dolore è proprio la felicità. A parlare di ciò è proprio Concita De Gregorio, che risponde al dolore inconcepibile placando la memoria, vivendo felicemente affinché continui ad esistere (con lei) il ricordo di chi non c'è più. Ciò a cui si fa maggior riferimento è l'assenza come vera misura della presenza. Ciò che si tende comunemente a fare è dare per scontato qualcuno, come se il tempo non potesse mai portarcelo via. Poi, la vita ci sorprende. Ed eccoci lì, da soli, col cuore straziato, col rimorso di non aver fatto abbastanza, di non aver concesso abbastanza. Eccoci lì, col cuore a pezzi e col vano desiderio di poter tornare indietro. Quello che resta, però, da fare, è lasciare che il caldo si raffreddi, che il bagnato si asciughi e nasca un inizio da una fine. Non c'è la necessità di arrendersi, ma di raccogliere da terra ogni pezzo del nostro cuore, ché “se non uccide, fortifica”.
Quelle ferite si rimargineranno, diventeranno cicatrici e saranno scrutate e riconosciute solo da chi le ha provate sulla sua stessa pelle. Saranno curate ed eccarezzare da un cuore altrettanto spezzato; “ad un cuore in pezzi”, infatti, “nessuno s'avvicini senza l'alto privilegio di aver sofferto altrettanto”. Solo chi ha sofferto, chi è caduto in basso con le labbra chiuse, chi ha naufragato in un mare di dolore può restare accanto ad un cuore in pezzi, può affiancarlo nel suo cammino senza schiacciarlo e senza tradire così come altre labbra fecero. Potrebbe mai, un altro superstite, fare al prossimo lo stesso male che ha subíto? Potrebbe mai provate gusto a flagellare episodi e ricordi che han portato l'altra persona ad essere tale?
Dolore è cadere, è immergersi nella propria solitudine circondati dal buio dei pensieri e dei ricordi; è bere dinanzi all'inganno di labbra che tradirono dopo aver professato amore. Dolore è rassegnarsi solo aver dedicato e donato il proprio cuore, è essere costretti a mollare la presa dopo aver combattuto con tutte le proprie forze. Dolore è solitudine, ma anche consapevolezza che “"solo” è solo una parola". Dolore è sconfitta, ma non morte. Dolore è rialzarsi più forti di prima, più belli di prima e fare delle ferite più profonde i nostri maggiori punti di forza.