Non sono gli squadroni a cavallo, non sono le schiere dei fanti, non sono le armi che difendono il tiranno: non lo si crederà subito, ma senza dubbio è così. Sono sempre quattro o cinque che mantengono il tiranno; quattro o cinque che gli tengono in schiavitù tutto il paese; è sempre stato così: cinque o sei individui sono ascoltati dal tiranno, o perchè si sono fatti avanti da soli, o perchè sono stati chiamati da lui come complici delle sue crudeltà, compagni dei suoi piaceri, ruffiani delle sue dissolutezze e soci delle sue ruberie. Quei sei consigliano così bene il capo da far pesare sulla società non solo le sue malvagità ma anche le loro, quei sei hanno poi sotto di loro altri seicento approfittatori, che si comportano nei loro riguardi così come essi stessi fanno col tiranno. Quei seicento ne hanno sotto di loro seimila cui fanno fare carriera, ai quali fanno avere il governo delle province o il controllo del denaro, affinché essi diano libero corso alla loro avarizia e crudeltà, e le realizzino al momento opportuno, compiendo peraltro tali malefatte da non poter durare senza la loro protezione, sfuggendo grazie a loro alle leggi e alla pena. Dopo costoro, ne viene una lunga schiera, e chi vorrà divertirsi a sbrogliare questa rete vedrà che non sono seimila, ma centomila, ma milioni che grazie a questa corda sono attaccati al tiranno, e si mantengono a essa, come secondo Omero Giove si vanta di poter tirare a sé tutti gli dei dando uno strattone a una catena. Ecco da dove derivò la crescita del Senato sotto Giulio [Cesare], l'istituzione di nuove funzioni, lo stabilirsi d'incarichi; non certo, a ben considerare le cose, dall'esigenza di riformare la giustizia, ma allo scopo di fornire nuovo sostegno alla tirannide.
Étienne de la Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, Chiarelettere, 2011 (ed.ne or.le clandestina Discours de la servitude volontaire o Contr'un, 1576); pp. 44-46.