In fondo al corridoio dove si voltava per il reparto degli isolati c’era una statua celeste della Madonna. I suoi occhi, tra le luci accese, mi guardavano lucidi di commozione e dicevano «povero Albino». La mia stanza aveva un piccolo letto di ferro bianco, un comodino uguale, un tavolino appoggiato alla parete di fondo, due seggiole di ferro bianco e a fianco del letto, verso la finestra-balcone, un lavandino; ma piú vicino al letto un catino sostenuto da un treppiede. «Se vuole sputare», mi disse l’infermiere. «Perché dovrai stare a letto immobile per un po’ di tempo», disse un medico che stava entrando, con accento meridionale, «perché se ti viene un altro sbocco di sangue, non so come potrai cavartela». Sapeva già tutto. Tortora li aveva informati che io avevo perduto sangue dalla bocca una sera a casa e un’altra volta andando verso la mensa a causa di una corsa che Pinna mi aveva fatto fare spingendomi per le scale e dandomi botte sulle spalle. Solo mia madre aveva detto quante volte ai bambini esce sangue dal naso, che poi va in gola, e quante altre volte le gengive possono perdere sangue. Mi toccava rimanere immobile in quel piccolo letto e nel mio sudore. Veniva un infermiere, quasi sempre lo stesso custode e guardiano, ad aprire e chiudere le finestre, a darmi da bere. Avevo solo da pensare; potevo soltanto pensare e lí, nei miei pensieri, Tortora non aveva messo piede con la sua cattiveria.
Paolo Volponi, Memoriale, Garzanti, 1976 [1ª edizione 1962]; pp. 106-07.












