Disclaimer: Il parallelo tra i due fenomeni è più che azzardato, le differenze abissali, ma i due fatti che mi hanno scatenato questa riflessione coinvolgono più o meno direttamente il Ministro dell’Interno Piantedosi.
Ci sono diverse modalità per affrontare alcuni fenomeni, si può decidere di gestirli, provando a limitare eventuali problematiche, o di reprimerli, con la falsa illusione di fermarli.
Per logiche diverse, “reprimerli” sembra essere la strada scelta in questi giorni, con risultati chiaramente disastrosi.
Partiamo dall’ultimo fatto in ordine di tempo, i disordini avvenuti oggi a Napoli che hanno coinvolto gli ultras dell’Eintracht Francoforte, forze dell’”ordine” e ultras napoletani.
In vista della partita di Champions League tra Napoli ed Eintracht Francoforte è stato deciso, visto gli “screzi” dell’andata, di vietare la trasferta ai tifosi tedeschi; decisione che ha visto divere polemiche, compresa la contrarietà espressa dal presidente della Uefa.
Decisione presa con la speranza, vana, di evitare l’arrivo degli ultras dell’Eintracht a Napoli. Come si fa ad evitare a dei cittadini tedeschi di viaggiare liberamente all’interno dell’UE? Impossibile!
Le immagini di oggi sono anche figlie di questa decisione. Si è deciso di “reprimere”, vietando la trasferta e aumentando la tensione, invece di provare a gestire l’arrivo dei tifosi.
Chi segue un po’ il calcio sa che ormai sono rarissimi gli scontri all’interno degli stadi, ed è sicuramente più facile gestire l’ordine pubblico facendoli entrare allo stadio, prevedendo tutta una serie di misure che si adottano abitualmente per le tifoserie ospiti, un punto di ritrovo ecc., piuttosto che lasciare “liberi” e poi provare a “sequestrare” in albergo gli ultras tedeschi.
La logica della repressione, per motivi totalmente diversi, viene applicato al fenomeno delle migrazioni.
Alcune delle dichiarazioni che hanno fatto seguito alla tragedia (con chiare responsabilità italiane) avvenuta al largo di Cutro vedono questa logica perfettamente applicata, pensare di bloccare le partenze, oltre ad essere una barbarie, è qualcosa che punta a reprimere un fenomeno, quello delle migrazioni che è antico come l’umanità.
La differenza evidente con i fatti di Napoli, oltre alle motivazioni totalmente differenti che stanno alla base di chi sceglie di migrare, per fame, per le guerre, per avere un futuro migliore, è che mentre nella scelta di vietare la trasferta ai tifosi tedeschi e nella seguente gestione dell’ordine pubblico c’è più incompetenza che altro, dichiarare di voler bloccare le partenze, di voler azzerare il fenomeno migratorio invece di “gestirlo”, facendo diventare il migrante un pericolo pubblico, creando un’“emergenza clandestini”, prevedendo addirittura un reato di clandestinità, ha una motivazione ben precisa.
La motivazione non è quella di "azzerare" l’immigrazione, anche perché l’Italia e l’Europa continuano a utilizzare e richiedere lavoratori immigrati, quanto piuttosto confinare i migranti, renderli una volta entrati nel nostro paese individui facilmente ricattabili e sfruttabili all’interno del mercato del lavoro, in quando “non-persone” e quindi privi di ogni diritto.
Il quadro del contagio ci mostra in maniera evidente come questo non sia diffuso in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale. La Lombardia rappresenta da sola il 37% dei contagi a livello nazionale. Il sud è stato toccato solo di striscio dal coronavirus e il lockdown ha contribuito a contenere bassi i numeri del contagio in molte aree del paese.
Questa differenza potrebbe, in parte, essere accentuata dal fatto che il primo focolaio di contagio accertato in Italia è stato in Lombardia. Questo elemento, da solo, non spiega però l’enorme differenza di contagi tra la Lombardia e le altre regioni italiane. Una differenza non solo con il centro e il sud del paese, ma anche con le altre regioni del nord, tra cui il Veneto che ha avuto i primi focolai nello stesso periodo.
Anche se la densità di popolazione (La Lombardia, dopo la Campania, ha il più alto numero di abitanti per km²) è un fattore da tenere in considerazione, risultano evidenti gli errori di gestione nel contenimento dell’epidemia avvenuti in territorio lombardo.
Va detto, prima di passare nello specifico a quello che è avvenuto in risposta al Covid, che l’epidemia si è abbattuta e ha messo a nudo i limiti di un sistema sanitario falcidiato da anni di tagli.
Di seguito un po’ di dati tratti da un articolo uscito sul Corriere che ci mostra come in Italia “Nel 1998 c’erano 1381 istituti, 61,3% pubblici e 38,7% privati accreditati: 5,8 posti letto per 1.000 abitanti, mentre […] nel 2017, secondo l’Annuario statistico, il Ssn in Italia disponeva di 1.000 istituti di cura, 51,80% pubblici e 48,20% privati accreditati, per un totale di 191 mila posti letto di degenza ordinaria. Il che voleva dire 3,6 posti letto ogni 1.000 abitanti.”
E ancora come “Nel 1980 i posti per malati acuti erano 922 ogni 100.000 abitanti. Il 1998 è stato l’anno di svolta, l’ultimo in cui l’Italia si era sopra la media europea, poi il governo D’Alema dà il via ad una discesa costante. Secondo dati dell’Oms in Italia, da allora al 2013 il numero di posti letto per malati acuti, si è quasi dimezzato, passando da 535 a 275 ogni 100.000 abitanti. Oggi siamo sotto Paesi come la Serbia, la Slovacchia, la Slovenia, la Bulgaria, la Grecia.”[1]
Questi numeri ci danno la misura di come il nostro sistema sanitario nazionale fosse già sofferente a causa dei tagli dell’ultimo ventennio.
Piuttosto che il sistema Italia ad essere stato messo in enorme difficoltà è stato il sistema sanitario lombardo. In particolar modo la Regione Lombardia, che in base ai dati in possesso ha infatti, da sola, oltre un terzo dei contagiati e metà dei morti di tutta Italia.
Con questi dati non si può non affrontare il tema delle modalità con cui si è risposti all’emergenza e gli errori commessi.
Una premessa è necessaria, il famoso sistema sanitario Lombardo, come spiega bene Vittorio Agnoletto in un articolo uscito su Left, è un sistema che aveva in sé delle grosse falle emerse, purtroppo, in maniera evidente nell’affrontare l’emergenza Covid-19.
Si tratta infatti di un sistema sanitario fortemente basato sul privato, il privato convenzionato assorbe il 40% della spesa sanitaria regionale, che per sua natura è “poco interessato a settori meno redditizi come i Pronto soccorsi e i dipartimenti d’emergenza, che necessitano di un ingente investimento in operatori ed attrezzature a fronte di un modesto margine di profitto”[2]. Oltre a questo si aggiunge il fatto che, introiettando di fatto i valori del privato nel pubblico, la medicina preventiva e quella sul territorio sono state fortemente depotenziate, basti pensare alla frase del leghista Giorgetti sui medici di base “Nei prossimi 5 anni mancheranno 45 mila medici di base, ma chi va più dal medico di base, senza offesa per i professionisti qui presenti?”.[3]
A questa situazione di partenza si sono aggiunti tutta una serie di errori, come l’aver deciso con una circolare dell’8 marzo di mandare i pazienti COVID meno gravi all’interno delle RSA, provocando un’ondata di contagi e di morti all’interno delle residenze per anziani.
La situazione più controversa ha riguardato però la mancata istituzione della zona rossa nelle province di Bergamo e Brescia, quelle più colpite dall’epidemia.
Un peso fondamentale lo ha giocato l’interesse economico e le pressioni fatte da Confindustria nell’evitare questa soluzione, pressioni che sono state ammesse dallo stesso presidente di Confindustria Lombardia in un’intervista dove dichiara che: “In Lombardia non si potevano fare zone rosse, non si poteva fermare la produzione”,[4] nemmeno di fronte a migliaia di contagiati e di morti.
L’interesse economico ha quindi prevalso sul diritto alla salute con conseguenze devastanti.
Oltre alla mancata istituzione di zone rosse, un vero lockdown in Lombardia non si è avuto nemmeno nella cosiddetta fase 1 anche perché il decreto del governo ha individuato in maniera “larga” le attività essenziali e ha permesso l’apertura di molte aziende grazie a deroghe e autocertificazioni.
Come evidenziato da un articolo del Manifesto “«Sono almeno 23mila le autocertificazioni e le deroghe presentate alle varie prefetture della Regione», dice Alessandro Pagano, segretario generale Fiom della Lombardia, e quindi le aziende che lavorano oltre alla filiera dell’essenziale, «filiera che secondo una stima Istat di fine marzo parla di quasi la metà delle imprese in regione attive, circa 450mila sulle 800mila totali». I numeri ci dicono di un territorio tutt’altro che immobilizzato come invece racconta Confindustria, tanto che la stessa ricerca sul decreto «cura Italia» condotta da Istat, a livello nazionale e senza contare le comunicazioni in prefettura, segnala 2,3 milioni di attività aperte su 4,5 milioni (il 48,7%).”[5]
Il rapporto tra attività lavorative e diffusione del contagio emerge da uno studio dell’Inps che afferma: “Da quando è entrato in vigore il lockdown il numero dei contagiati da Covid-19 è cresciuto più rapidamente nelle province in cui ci sono più lavoratori attivi nelle attività essenziali, quelle che non sono state bloccate dal 26 marzo. È quello che emerge da uno studio della direzione centrale Studi e Ricerche dell’Inps, stando al quale all’aumentare di 1 punto percentuale della quota di settori essenziali in una provincia il numero di contagiati aumenta di 1,5 unità al giorno. La differenza fra una provincia con molte attività essenziali e una che ne ha relativamente poche risulta essere “di circa 10 contagiati al giorno” rispetto a una media provinciale di 37: una differenza di più del 25%, dunque.”[6]
Fase 2: cosa è cambiato?
Di fronte alle evidenti differenze nella diffusione del contagio, il 71% del contagio è concentrato in 4 regioni (Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna), la fase 2, avviata il 4 maggio e implementata il 18 con un’apertura quasi totale di tutte le attività, non ha assolutamente tenuto conto delle differenze territoriali decidendo per un’apertura omogenea su tutto il territorio nazionale.
Come leggere questa scelta se non con le pressioni effettuate dalle imprese e dal comparto industriale del paese? Non a caso le regioni sopracitate sono quelle che detengono quasi metà del PIL nazionale.
Da un punto di vista scientifico infatti, come afferma il virologo Andrea Crisanti dell’Università di Padova commentando il modo in cui è stata impostata la fase 2 “Ci si è mossi senza considerare le differenze regionali, senza valutazione del rischio. È chiaro che il rischio è diverso tra regione e regione e non è uno dei fattori che viene valutato.”[7]
Vi è inoltre una domanda necessaria, cosa è davvero cambiato in Italia rispetto alla fase 1?
La differenza tra una fase iniziale, in cui il lockdown era necessario e ha permesso almeno nel centro-sud di evitare nuove “lombardie”, e la fase 2, quella di convivenza con il virus, dovrebbe risiedere nella nostra capacità di contenere la diffusione del contagio.
Se guardiamo alla pressione sugli ospedali e all’occupazione di posti letto in terapia intensiva, il miglioramento di questi dati è evidente, ma se guardiamo ai numeri del contagio come afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE, nel comunicato stampa del 7 maggio, “bisogna essere consapevoli che l’epidemia è ancora attiva, che in Italia si stimano 3–4 milioni di persone contagiate e che i soggetti asintomatici rappresentano una fonte certa di contagio.” [8]
La capacità da parte del sistema sanitario nazionale dovrebbe essere in questa seconda fase quella di riuscire rapidamente a isolare i casi di contagio, la strategia da utilizzare è quella dettata dall’OMS, quella delle 3T (Testare, Tracciare, Trattare).
Ma siamo davvero preparati per attuare questa strategia? Siamo in grado una volta trovata una persona positiva di tracciare e fare il tampone a tutti gli individui che hanno avuto stretti contatti con questa persona? Dopo che le debolezze del sistema sanitario lombardo sono emerse già dalla fase 1, il tutto come si evolverà?
Se guardiamo anche i dati dei tamponi si nota una grossa differenza tra le regioni. Guardando quelle con più casi è evidente subito la disparità tra Veneto e Lombardia, con il Veneto che di fronte a 19mila casi ha testato 273mila persone, 14 persone per ogni positivo, e la Lombardia che su quasi 85mila casi ha testato 340 mila persone, 4 per ogni positivo.
Inoltre come affermato nel comunicato stampa del 14 maggio della Fondazione Gimbe: “nel dibattito pubblico delle ultime settimane la vertiginosa rincorsa alle riaperture ha preso il sopravvento rispetto ad una scrupolosa programmazione sanitaria della fase 2 su cui non mancano criticità. Dall’assenza di una strategia di sistema ai problemi di approvvigionamento di mascherine e reagenti per i tamponi; dalla mancata applicazione di misure per spezzare la catena dei contagi alle autonome interpretazioni regionali delle evidenze scientifiche su test diagnostici e trattamenti”.[9]
In pratica quello che accadrà da oggi 18 maggio è un salto nel buio, le pressioni provenienti dal tessuto produttivo, dai presidenti di regione, hanno di fatto accelerato i tempi delle riaperture.
Su queste pressioni, oltre a questioni prettamente di opportunità politica, hanno giocato un ruolo importante anche i ritardi nell’erogazione degli aiuti economici a individui e imprese da parte del governo.
Moltissimi lavoratori non hanno ancora visto un euro dalla cassa integrazione, i soldi a fondo perduto per piccole e medie imprese non sono ancora arrivati, così come i bonus per gli autonomi, i bonus spesa o il reddito di emergenza appena stanziato, rappresentano misure temporanee e assolutamente insufficienti rispetto alla crisi che ci prepariamo ad affrontare.
È probabile quindi che il governo, di fronte alle diverse pressioni, ma anche di fronte alla consapevolezza dell’inadeguatezza e del ritardo nell’attivare gli aiuti economici necessari abbia giocato la carta della riapertura, sperando che questa possa dare ossigeno da un punto di vista economico.
Rimane comunque preoccupante non l’aver adottato una strategia chiara per questa fase 2 e non aver tenuto conto delle diverse situazioni territoriali. In questo ha giocato un grosso ruolo la subalternità del governo di fronte alle pressioni esercitate da Confindustria, confermando, ancora una volta, il prevalere della logica del profitto su tutto, anche sul diritto alla salute.
In italia si può criticare il sistema lombardia senza ricevere attacchi, anche bipartisan?
Piuttosto che il sistema Italia ad essere stato messo in enorme difficoltà è stato il sistema sanitario lombardo. Si tratta infatti di un sistema sanitario fortemente basato sul privato, il privato convenzionato assorbe il 40% della spesa sanitaria regionale, che per sua natura è “poco interessato a settori meno redditizi come i Pronto soccorsi e i dipartimenti d’emergenza, che necessitano di un ingente investimento in operatori ed attrezzature a fronte di un modesto margine di profitto”[2]. Oltre a questo si aggiunge il fatto che, introiettando di fatto i valori del privato nel pubblico, la medicina preventiva e quella sul territorio sono state fortemente depotenziate, basti pensare alla frase del leghista Giorgetti sui medici di base “Nei prossimi 5 anni mancheranno 45 mila medici di base, ma chi va più dal medico di base, senza offesa per i professionisti qui presenti?”.[3]A questa situazione di partenza si sono aggiunti tutta una serie di errori, come l’aver deciso con una circolare dell’8 marzo di mandare i pazienti COVID meno gravi all’interno delle RSA, provocando un’ondata di contagi e di morti all’interno delle residenze per anziani.La situazione più controversa ha riguardato però la mancata istituzione della zona rossa nelle province di Bergamo e Brescia, quelle più colpite dall’epidemia.
Un peso fondamentale lo ha giocato l’interesse economico e le pressioni fatte da Confindustria nell’evitare questa soluzione, pressioni che sono state ammesse dallo stesso presidente di Confindustria Lombardia in un’intervista dove dichiara che: “In Lombardia non si potevano fare zone rosse, non si poteva fermare la produzione”,[4] nemmeno di fronte a migliaia di contagiati e di morti.
L’interesse economico ha quindi prevalso sul diritto alla salute con conseguenze devastanti.
Il quadro del contagio ci mostra in maniera evidente come questo non sia diffuso in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale. La Lombardia rappresenta da sola il 37% dei contagi a livello nazionale. Il sud è stato toccato solo di striscio dal coronavirus e il lockdown ha contribuito a contenere bassi i numeri del contagio in molte aree del paese.
Questa differenza potrebbe, in parte, essere accentuata dal fatto che il primo focolaio di contagio accertato in Italia è stato in Lombardia. Questo elemento, da solo, non spiega però l’enorme differenza di contagi tra la Lombardia e le altre regioni italiane. Una differenza non solo con il centro e il sud del paese, ma anche con le altre regioni del nord, tra cui il Veneto che ha avuto i primi focolai nello stesso periodo.
Anche se la densità di popolazione (La Lombardia, dopo la Campania, ha il più alto numero di abitanti per km²) è un fattore da tenere in considerazione, risultano evidenti gli errori di gestione nel contenimento dell’epidemia avvenuti in territorio lombardo.
Va detto, prima di passare nello specifico a quello che è avvenuto in risposta al Covid, che l’epidemia si è abbattuta e ha messo a nudo i limiti di un sistema sanitario falcidiato da anni di tagli.
Di seguito un po’ di dati tratti da un articolo uscito sul Corriere che ci mostra come in Italia “Nel 1998 c’erano 1381 istituti, 61,3% pubblici e 38,7% privati accreditati: 5,8 posti letto per 1.000 abitanti, mentre […] nel 2017, secondo l’Annuario statistico, il Ssn in Italia disponeva di 1.000 istituti di cura, 51,80% pubblici e 48,20% privati accreditati, per un totale di 191 mila posti letto di degenza ordinaria. Il che voleva dire 3,6 posti letto ogni 1.000 abitanti.”
E ancora come “Nel 1980 i posti per malati acuti erano 922 ogni 100.000 abitanti. Il 1998 è stato l’anno di svolta, l’ultimo in cui l’Italia si era sopra la media europea, poi il governo D’Alema dà il via ad una discesa costante. Secondo dati dell’Oms in Italia, da allora al 2013 il numero di posti letto per malati acuti, si è quasi dimezzato, passando da 535 a 275 ogni 100.000 abitanti. Oggi siamo sotto Paesi come la Serbia, la Slovacchia, la Slovenia, la Bulgaria, la Grecia.”[1]
Questi numeri ci danno la misura di come il nostro sistema sanitario nazionale fosse già sofferente a causa dei tagli dell’ultimo ventennio.
Piuttosto che il sistema Italia ad essere stato messo in enorme difficoltà è stato il sistema sanitario lombardo. In particolar modo la Regione Lombardia, che in base ai dati in possesso ha infatti, da sola, oltre un terzo dei contagiati e metà dei morti di tutta Italia.
Con questi dati non si può non affrontare il tema delle modalità con cui si è risposti all’emergenza e gli errori commessi.
Una premessa è necessaria, il famoso sistema sanitario Lombardo, come spiega bene Vittorio Agnoletto in un articolo uscito su Left, è un sistema che aveva in sé delle grosse falle emerse, purtroppo, in maniera evidente nell’affrontare l’emergenza Covid-19.
Si tratta infatti di un sistema sanitario fortemente basato sul privato, il privato convenzionato assorbe il 40% della spesa sanitaria regionale, che per sua natura è “poco interessato a settori meno redditizi come i Pronto soccorsi e i dipartimenti d’emergenza, che necessitano di un ingente investimento in operatori ed attrezzature a fronte di un modesto margine di profitto”[2]. Oltre a questo si aggiunge il fatto che, introiettando di fatto i valori del privato nel pubblico, la medicina preventiva e quella sul territorio sono state fortemente depotenziate, basti pensare alla frase del leghista Giorgetti sui medici di base “Nei prossimi 5 anni mancheranno 45 mila medici di base, ma chi va più dal medico di base, senza offesa per i professionisti qui presenti?”.[3]
A questa situazione di partenza si sono aggiunti tutta una serie di errori, come l’aver deciso con una circolare dell’8 marzo di mandare i pazienti COVID meno gravi all’interno delle RSA, provocando un’ondata di contagi e di morti all’interno delle residenze per anziani.
La situazione più controversa ha riguardato però la mancata istituzione della zona rossa nelle province di Bergamo e Brescia, quelle più colpite dall’epidemia.
Un peso fondamentale lo ha giocato l’interesse economico e le pressioni fatte da Confindustria nell’evitare questa soluzione, pressioni che sono state ammesse dallo stesso presidente di Confindustria Lombardia in un’intervista dove dichiara che: “In Lombardia non si potevano fare zone rosse, non si poteva fermare la produzione”,[4] nemmeno di fronte a migliaia di contagiati e di morti.
L’interesse economico ha quindi prevalso sul diritto alla salute con conseguenze devastanti.
Oltre alla mancata istituzione di zone rosse, un vero lockdown in Lombardia non si è avuto nemmeno nella cosiddetta fase 1 anche perché il decreto del governo ha individuato in maniera “larga” le attività essenziali e ha permesso l’apertura di molte aziende grazie a deroghe e autocertificazioni.
Come evidenziato da un articolo del Manifesto “«Sono almeno 23mila le autocertificazioni e le deroghe presentate alle varie prefetture della Regione», dice Alessandro Pagano, segretario generale Fiom della Lombardia, e quindi le aziende che lavorano oltre alla filiera dell’essenziale, «filiera che secondo una stima Istat di fine marzo parla di quasi la metà delle imprese in regione attive, circa 450mila sulle 800mila totali». I numeri ci dicono di un territorio tutt’altro che immobilizzato come invece racconta Confindustria, tanto che la stessa ricerca sul decreto «cura Italia» condotta da Istat, a livello nazionale e senza contare le comunicazioni in prefettura, segnala 2,3 milioni di attività aperte su 4,5 milioni (il 48,7%).”[5]
Il rapporto tra attività lavorative e diffusione del contagio emerge da uno studio dell’Inps che afferma: “Da quando è entrato in vigore il lockdown il numero dei contagiati da Covid-19 è cresciuto più rapidamente nelle province in cui ci sono più lavoratori attivi nelle attività essenziali, quelle che non sono state bloccate dal 26 marzo. È quello che emerge da uno studio della direzione centrale Studi e Ricerche dell’Inps, stando al quale all’aumentare di 1 punto percentuale della quota di settori essenziali in una provincia il numero di contagiati aumenta di 1,5 unità al giorno. La differenza fra una provincia con molte attività essenziali e una che ne ha relativamente poche risulta essere “di circa 10 contagiati al giorno” rispetto a una media provinciale di 37: una differenza di più del 25%, dunque.”[6]
Fase 2: cosa è cambiato?
Di fronte alle evidenti differenze nella diffusione del contagio, il 71% del contagio è concentrato in 4 regioni (Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna), la fase 2, avviata il 4 maggio e implementata il 18 con un’apertura quasi totale di tutte le attività, non ha assolutamente tenuto conto delle differenze territoriali decidendo per un’apertura omogenea su tutto il territorio nazionale.
Come leggere questa scelta se non con le pressioni effettuate dalle imprese e dal comparto industriale del paese? Non a caso le regioni sopracitate sono quelle che detengono quasi metà del PIL nazionale.
Da un punto di vista scientifico infatti, come afferma il virologo Andrea Crisanti dell’Università di Padova commentando il modo in cui è stata impostata la fase 2 “Ci si è mossi senza considerare le differenze regionali, senza valutazione del rischio. È chiaro che il rischio è diverso tra regione e regione e non è uno dei fattori che viene valutato.”[7]
Vi è inoltre una domanda necessaria, cosa è davvero cambiato in Italia rispetto alla fase 1?
La differenza tra una fase iniziale, in cui il lockdown era necessario e ha permesso almeno nel centro-sud di evitare nuove “lombardie”, e la fase 2, quella di convivenza con il virus, dovrebbe risiedere nella nostra capacità di contenere la diffusione del contagio.
Se guardiamo alla pressione sugli ospedali e all’occupazione di posti letto in terapia intensiva, il miglioramento di questi dati è evidente, ma se guardiamo ai numeri del contagio come afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE, nel comunicato stampa del 7 maggio, “bisogna essere consapevoli che l’epidemia è ancora attiva, che in Italia si stimano 3–4 milioni di persone contagiate e che i soggetti asintomatici rappresentano una fonte certa di contagio.” [8]
La capacità da parte del sistema sanitario nazionale dovrebbe essere in questa seconda fase quella di riuscire rapidamente a isolare i casi di contagio, la strategia da utilizzare è quella dettata dall’OMS, quella delle 3T (Testare, Tracciare, Trattare).
Ma siamo davvero preparati per attuare questa strategia? Siamo in grado una volta trovata una persona positiva di tracciare e fare il tampone a tutti gli individui che hanno avuto stretti contatti con questa persona? Dopo che le debolezze del sistema sanitario lombardo sono emerse già dalla fase 1, il tutto come si evolverà?
Se guardiamo anche i dati dei tamponi si nota una grossa differenza tra le regioni. Guardando quelle con più casi è evidente subito la disparità tra Veneto e Lombardia, con il Veneto che di fronte a 19mila casi ha testato 273mila persone, 14 persone per ogni positivo, e la Lombardia che su quasi 85mila casi ha testato 340 mila persone, 4 per ogni positivo.
Inoltre come affermato nel comunicato stampa del 14 maggio della Fondazione Gimbe: “nel dibattito pubblico delle ultime settimane la vertiginosa rincorsa alle riaperture ha preso il sopravvento rispetto ad una scrupolosa programmazione sanitaria della fase 2 su cui non mancano criticità. Dall’assenza di una strategia di sistema ai problemi di approvvigionamento di mascherine e reagenti per i tamponi; dalla mancata applicazione di misure per spezzare la catena dei contagi alle autonome interpretazioni regionali delle evidenze scientifiche su test diagnostici e trattamenti”.[9]
In pratica quello che accadrà da oggi 18 maggio è un salto nel buio, le pressioni provenienti dal tessuto produttivo, dai presidenti di regione, hanno di fatto accelerato i tempi delle riaperture.
Su queste pressioni, oltre a questioni prettamente di opportunità politica, hanno giocato un ruolo importante anche i ritardi nell’erogazione degli aiuti economici a individui e imprese da parte del governo.
Moltissimi lavoratori non hanno ancora visto un euro dalla cassa integrazione, i soldi a fondo perduto per piccole e medie imprese non sono ancora arrivati, così come i bonus per gli autonomi, i bonus spesa o il reddito di emergenza appena stanziato, rappresentano misure temporanee e assolutamente insufficienti rispetto alla crisi che ci prepariamo ad affrontare.
È probabile quindi che il governo, di fronte alle diverse pressioni, ma anche di fronte alla consapevolezza dell’inadeguatezza e del ritardo nell’attivare gli aiuti economici necessari abbia giocato la carta della riapertura, sperando che questa possa dare ossigeno da un punto di vista economico.
Rimane comunque preoccupante non l’aver adottato una strategia chiara per questa fase 2 e non aver tenuto conto delle diverse situazioni territoriali. In questo ha giocato un grosso ruolo la subalternità del governo di fronte alle pressioni esercitate da Confindustria, confermando, ancora una volta, il prevalere della logica del profitto su tutto, anche sul diritto alla salute.
Da quando è entrato in vigore il lockdown il numero dei contagiati da Covid-19 è cresciuto più rapidamente nelle province in cui ci sono più
"Da quando è entrato in vigore il lockdown il numero dei contagiati da Covid-19 è cresciuto più rapidamente nelle province in cui ci sono più lavoratori attivi nelle attività essenziali, quelle che non sono state bloccate dal 26 marzo. E’ quello che emerge da uno studio della direzione centrale Studi e Ricerche dell’Inps (qui il link alla ricerca: https://www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?sPathID=0%3b46390%3b53078%3b&lastMenu=53078&iMenu=1), stando al quale all’aumentare di 1 punto percentuale della quota di settori essenziali in una provincia il numero di contagiati aumenta di 1,5 unità al giorno. La differenza fra una provincia con molte attività essenziali e una che ne ha relativamente poche risulta essere “di circa 10 contagiati al giorno” rispetto a una media provinciale di 37: una differenza di più del 25%, dunque."
Quanto è costato in termini di diffusione del contagio aver permesso l'apertura di molte aziende grazie a deroghe e autocertificazioni? O il non aver ridotto realmente all'essenziale le attività nelle zone più colpite dall'epidemia?
Da un articolo del manifesto (https://ilmanifesto.it/oltre-il-lockdown-le-aziende-lombarde-sono-gia-al-lavoro/) risulta che in Lombardia "«Sono almeno 23mila le autocertificazioni e le deroghe presentate alle varie prefetture della Regione», secondo Alessandro Pagano, segretario generale Fiom della Lombardia, e quindi le aziende che lavorano oltre alla filiera dell’essenziale, «filiera che secondo una stima Istat di fine marzo parla di quasi la metà delle imprese in regione attive, circa 450mila sulle 800mila totali»."
Sarà forse il caso di tenerne conto, ora che si va verso la fase 2, soprattutto in regioni come Lombardia e Piemonte, dove il numero dei contagi giornalieri è ancora elevatissimo (in lombardia l'aumento dei casi fino a due giorni fa raggiungeva il migliaio).
Si parla molto in questo periodo, giustamente, di dare dei soldi a chi si trova in difficoltà perché altrimenti non avrebbe di che vivere. Addirittura la Meloni parla di accreditare mille euro direttamente sul conto corrente di chi ne ha bisogno.
Ma questi che si sono sempre opposti a qualsiasi forma di reddito, di redistribuzione della ricchezza, e ora arrivano a proporre queste misure, pensano che prima del coronavirus si stesse nel bengodi? Niente disoccupazione? Niente povertà?
O forse pensano, e purtroppo la risposta credo sia questa, che se in tempi "normali" non hai un lavoro, se sei povero, la colpa sia esclusivamente tua e quindi meriti finanche di morire di fame? Che se ti sfruttano per pochi euro al giorno la colpa è tua perché non hai trovato niente di meglio?
I tempi che stiamo vivendo sono sicuramente eccezionali, ma disuguaglianze e povertà non sono certo condizioni figlie del coronavirus ma condizioni strutturali figlie dell'attuale sistema economico.
Intervista al professor Andrea Crisanti direttore dipartimento di medicina molecolare Professore di epidemiologia e virologia dell’Azienda Ospedaliera dell’ Università di Padova.
Ho trovato interessante questa intervista perché individua degli errori nelle scelte fatte nell'affrontare l'epidemia e cosa si poteva fare, e che si potrebbe ancora fare, per contenerne la diffusione.
Una è chiudere realmente tutte le attività lavorative non essenziali perché come detto chiaramente nell'intervista "non ha senso tenere tutte le persone a casa e le fabbriche aperte. Solo ora è stato fatto un piccolo passo in questo senso. Una follia."
Un'altra è rafforzare la sorveglianza attiva sul territorio "che significa che se una persona chiama e dice io sto male, invece di lasciarla sola a casa senza assistenza senza niente, noi con la unità mobile della croce rossa andremo lì, faremo il prelievo alla persona, faremo il tampone ai familiari, faremo il tampone agli amici e al vicinato, perché è là intorno che c’è il portatore sano, è là intorno che ci sono altri infetti."
In questo caso subentra però, più che una questione esclusivamente di scelte, una questione di risorse e di impreparazione, è evidente come il sistema sanitario nazionale sia arrivato totalmente impreparato e a corto di risorse a causa dei tagli fatti in questi anni.
Al Governo ed al Parlamento italiano ESTENDERE IL REDDITO DI CITTADINANZA! SE NON ORA QUANDO? In un momento in cui è essenziale riconoscere che ciascun individuo è parte attiva e responsabile di una comunità, questo è il tempo in cui è necessario dare prova di aderire davvero al piano della società e ai suoi bisogni reali, questo è il tempo di garantire il diritto all'esistenza. Ora è il tempo che ci mette davanti a cambiamenti sempre più repentini e alla necessità di strutture politiche e sociali adeguate. Sia per rispondere all'attuale emergenza sia per ridefinire una misura più universale di protezione sociale.
È il tempo di semplificare le misure, includere tutta la popolazione, garantire ciascun individuo a prescindere dalla appartenenza alla categoria del lavoro o non lavoro. Dopo i primi provvedimenti destinati agli ammortizzatori sociali è
necessario garantire una universalità degli interventi. L’Italia ha introdotto dal 2019 la misura del reddito di cittadinanza che ora, se opportunamente riformata in senso più universalistico e meno vincolante, può essere un importante strumento di sostegno alle persone, come diritto di esistenza.
Per questo riteniamo urgente:
- Espandere, ampliando significativamente la soglia di accesso, la misura del Reddito di Cittadinanza per raggiungere tutte e tutti coloro che sono escluse ed esclusi dagli ammortizzatori sociali;
- Semplificare le procedure ed i criteri di accesso e rendere l’erogazione immediata;
- Riconoscere l’individualità della prestazione;
- Liberare la misura dai vincoli delle politiche attive, o altri obblighi, dispendiosi e ora quanto mai inefficaci;
- Utilizzare tutte le forme di finanziamento, anche dei fondi europei, destinate a sostenere la platea dei beneficiari del reddito di cittadinanza;
- Prevedere che le modifiche in senso universalistico della misura non si esauriscano nel periodo della “quarantena” o “dell’emergenza”, ma divengano strutturali, come fondamento di un nuovo Welfare finalmente inclusivo e garantistico. Il welfare non è una spesa, ma un investimento! Consiglio direttivo del Basic Income Network (BIN) Italia *Per le realtà sociali e collettive che vogliono aderire e inserire la loro firma in calce, inviare una mail a [email protected] Aderiscono:Associazione Progetto Diritti Associazione Roma Dakar
Libera, Associazioni nomi e numeri contro le mafie Rete dei Numeri Pari Assalti Frontali Non una di Meno – Milano Attac Italia
Movimenti diritto all’abitare CLAP Camere del lavoro autonomo e precario Comunità Emmaus - Ferrara
MOMO Edizioni Associazione di promozione sociale Conflitti CLAP ANPAL SERVIZI Opera Viva Magazine
Associazione Commonfare Effimera.org GigaWorkers Collettivo di intervento sulla precarietà -
Milano Deliverance Milano Lavorator@ Autorganizzat@ ESC Atelier - Roma Macao Nuovo Centro per le Arti la Cultura e la Ricerca - Milano Quinto Stato La Furia dei Cervelli Rimaflow Fuorimercato soc coop sociale - Milano Associazione TILT Acrobax Project - Roma CSOA Auro e Marco - Roma Angelo Mai - Roma Compagnia Mangiafuoco - Roma Associazione Culturale Cambiapiano - Roma Diritti al Futuro – Senigallia Comitato per Villa Giaquinto - Caserta Laboratorio sociale Millepiani - Caserta Red Mirror ...
L'articolo è del 10 gennaio 2018.
Invito a leggerlo, non per insinuare che il coronavirus sia come l'influenza, ma per affermare che il collasso del sistema sanitario è frutto di scelte politiche precise, come ben evidenziato nell'articolo: "Una situazione grave che spinge i medici a chiedere l’aiuto dell’assessorato alla Sanità guidato da Giulio Gallera e a rammaricarsi per la scelta fatta dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin di non stanziare più fondi per la rete italiana dell’Ecmo (finiti i 20 milioni di euro finanziati nel 2009 dall’allora ministro Ferruccio Fazio)."
https://www.google.com/amp/milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_gennaio_10/milano-terapie-intensive-collasso-l-influenza-gia-48-malati-gravi-molte-operazioni-rinviate-c9dc43a6-f5d1-11e7-9b06-fe054c3be5b2_amp.html
Aprì gli occhi, un tiepido sole passava dalla finestra, come al solito la prima cosa che fece appena sveglio fu controllare l’orario al cellulare. Erano le dieci.
Ormai erano anni che la sveglia mattutina impostata alle 7 non scandiva più i suoi ritmi.
All’inizio, anche una volta levata la sveglia, si svegliava automaticamente a quell’ora, preso dall’ansia di dover fare il prima possibile per mettersi in macchina e non fare tardi a lavoro.
Col tempo quella sensazione è sparita e le giornate erano dettate dai ritmi che lui riteneva più adatti a sé; l’unico tic che gli era rimasto era controllare, come prima cosa della giornata, l’ora.
Oramai il lavoro, per come lo aveva conosciuto, era un ricordo del passato, anche se non tanto lontano.
Niente più sveglia alle 7, otto ore al giorno al lavoro, la pausa caffè delle 11, la pausa pranzo delle 13, la pausa caffè delle 16, e, finalmente l’uscita da lavoro alle 18.
Poi la birra delle 19, oppure la palestra o il divano, cena, televisione, Netflix, a casa sua o dalla fidanzata, tutti i giorni la stessa storia.
Una routine che si rompeva grazie a qualche viaggio, alle ferie, alla fantasia, alle amicizie, alle partite allo stadio.
L’obiettivo era sempre quello di ricavarsi del tempo libero, anche se passava più tempo a programmarlo, questo tempo libero, che a viverlo.
Ma qualcosa a un certo punto si ruppe, l’ingranaggio venne fermato. Non ricorda bene quando iniziò il tutto, ma ricorda benissimo cosa successe.
L’automazione, le nuove tecnologie, sempre più persone senza lavoro e chi lavorava sempre più sotto ricatto.
Le persone iniziarono a riunirsi perché il governo voleva eliminare la legge che garantiva un salario minimo; ma non fu quello il punto di rottura, fu quando le persone iniziarono a capire che non era più necessario lavorare tutte quelle ore, che se le nuove tecnologie diminuivano la necessità di ore lavorate, allora il punto non era più volere un lavoro, ma vivere dignitosamente anche senza lavorare.
Come avvenne non riusciva ancora a spiegarlo esattamente, però ricorda bene come le persone sembravano essersi risvegliate dal torpore che le attanagliava; la gente riempiva le strade, in giro non si parlava d’altro, alcuni media provavano a ignorare la questione, il governo decideva di ritirare il decreto che voleva eliminare la legge sul salario minimo, ma ormai la scintilla era scoccata e l’incendio non si sarebbe fermato fino a quando non avrebbero ottenuto quello che volevano, vivere dignitosamente senza lavorare, se non il tempo necessario alla comunità, al bene comune. Ed è quello che avvenne.
Quel giorno non aveva impegni e aveva deciso di andare in montagna con un amico, la giornata era stupenda, il sole riscaldava l’aria, non una nuvola in cielo… DRIIIN DRIIIN DRIIIN Cazzo la sveglia, sono già le 7!? Devo alzarmi, devo andare al lavoro…