Amorphous Organic, 2008 by Allistair Mackie

#extradirty
Stranger Things
Aqua Utopia|海の底で記憶を紡ぐ

★
KIROKAZE
let's talk about Bridgerton tea, my ask is open
No title available

pixel skylines
todays bird
TVSTRANGERTHINGS

No title available

shark vs the universe
Today's Document
hello vonnie

Love Begins

tannertan36

Kaledo Art
🪼
2025 on Tumblr: Trends That Defined the Year
will byers stan first human second

seen from Türkiye
seen from United States
seen from Algeria

seen from Argentina
seen from Saudi Arabia
seen from United Kingdom

seen from Germany
seen from Brazil

seen from Jamaica
seen from Jamaica
seen from Brazil
seen from France

seen from United States
seen from United States
seen from United States
seen from United States
seen from United States

seen from Argentina

seen from United Kingdom

seen from South Africa
@finetribal
Amorphous Organic, 2008 by Allistair Mackie
Art14 London
“Tirando le somme, chi ha puntato su artisti emergenti o sulla novità (mantenendo prezzi contenuti) ha sicuramente avuto soddisfazioni maggiori rispetto a coloro che hanno preferito presentare artisti più affermati;(…)” (Artribune, Lunedì 3 Marzo 2014)
Ecco, questo ci piace leggere. Soprattutto se riferito alle 8 gallerie italiane presenti ad Art14 London, la nuova fiera d’arte contemporanea londinese che alla sua seconda edizione prova a far concorrenza alla più affermata Frieze. Ci piace leggerlo perché è ben distante dal panorama e dal risultato della nostrana ArteFiera, dove il risultato e le sensazioni che avevamo trovato erano opposte. Le stesse della visione del premio Oscar La Grande Bellezza (leqqui qua l'articolo: http://www.finetribal.com/blog/arte-tribale-arte-fiera-2014).
Voglia di scoprire, osare, ricercare. Soprattutto dai non-occidentali. Nonostante alcuni di questi lascino le loro forme e culture per adattarsi alle richieste dei grandi mercati occidentali, si possono ammirare e acquistare capolavori come quelli d Romuald Hazoumè con la sua installazione “Rat Singer: Second Only to God!” nel cuore della fiera. Un ruolo e un significato importante, decisivo per gli artisti dei paesi in via di sviluppo e per il mercato dell’arte stesso.
Art14 mette assieme sorpattutto gallerie che si sono aperte ad Oriente, a Beirut e Hong Kong per la maggior parte. Te ne fa scoprire di nuove, come la Galleria Indonesiana Umahseni e ti lascia stupefatto con oggetti di design assolutamente esotici come questa scacchiera:
Avevamo ricevuto l’invito all’Art14 dalla Rossi & Rossi, che nella sua lunga storia di arte orientale in quest'occasione ha dato risalto a dissidenti nepalesi. Piace anche il tentativo di mettere assieme eventi esterni che si focalizzano su una visione totale e completa dell’arte come il Food4Art. Ci è piaciuta meno la disposizione degli stand, confusionaria al punto che i toni accesi del gusto contemporaneo non ben separati rischiavano spesso di trasformarsi in un grumo di opere e colori invece che esaltarle.
#art #art14 #london #native #installation #hazoumè #benin #contemporary #africa
#art #art14 #london #native #primitive #contemporary #tribal
The #thinker #wood #native #contemporary #art #art14 #london
"Guns, Germs and Steel" by Jared Diamon
“Guns, Germs and Steel” is one of those books I regret haven’t read before, when I was a kid. It should be mandatory among high school’s books. Jared Diamond is able to resume in 300 words all the topics developed in 5 years of school and put in an consequential factors’ order. I’d dream to have such a professor during those years, someone able to understand, link and entwine the different cause of human evolution: from history to ecology, from biology to geography.
Diamond’s skill – namely and not – is to address finally history in a purely scientific vision, through the independence and autonomy of quantitative science and lesser of historic one. 1998 Pulitzer was simply worth for. Even, He avoids the typical scientific mistake to find the ultimate cause and explanation. He underlines the limits of studying history as a science, however he’s able to interlace 13000 years of evolution and factors. He’s able to find similitude through differences, and differences in the similitude. He explains natural biological and geographic recurrence comparing several local case studies, remote each others.
It’s an essay against every sort of racism, which demonstrates once for all that all humans use the same mental process. The differences stays in the natural context and timing which affects these processes, forging different cultures. This is a book which answer to precise and consequential questions, not the habitual historic factsheet. It’s a portrait of our world beginning from the most remote places, which can teach us more than our surroundings. The antipodes represents the differences but also the necessity to discover the similitude of those histories.
Diamond avoids also to address the political issues through history, which are too much complex and irrationals, too far from a scientist. He’s able to insert this part just in the epilogue, since the human is able to affects the nature only in the end, after he understood and sorted a way to solve it’s problem: innovation. As a matter of fact, the chapter about technology is the milestone about the entire group, the summa of all the parts, the final step which made the differences in the evolution. Some of us had similar starting conditions but then the ability to create the proper technology unified to other natural factors (as geography and biology) made the differences among the civilizations.
I think we should lunch a campaign to put this book among those mandatory in the high school. It will be useful for our development and re-civilization.
Naluan Headdress from Malekula
A ceremonial headdress with a soul.
Vanuatu, a name with a particular sonority for a really remote place.
This bifacial headdress is a characteristic example of their traditions. In fact, several are conserved in the Museum – Cultural Centre of the capital, in front of the Parliament.
Although the colonial past, the population preserves its dignity and is proud of its ancestral traditions.
In 2006, right after the Italy won the championship against France, they told us to have slit cockerel’s troat, to celebrate the victory against the hatred ex-colonizers.
Port Vila is the capital of Vanuatu and it’s able to dress up colorful during the two days of celebration in the midst of August.
Just outside Port Vila there are hundreds of astonishing sightseeing.This is a votive clearing.
This clearing seems natural, however it’s an ancient area for ceremonials.
Our headdress comes from the south-west of Malekula Island, one of the most loved area by anthropologist. Besides the ongoing globalization, the population is still attached to ancestral spiritualism, therefore every objects owns a soul.
This headdress is used for “Naluan” ceremonials and properly made in holy area under village chief supervision, which verifies the construction and authorizes the dress on.
As a matter of fact, every detail of the headdress has a specific meaning related to the owners’ family or person.
#vanuatu #malekula #portvila #naluan #cerimonial #art #tribalart #melanesia #MelanesianArt #Oceania #islands #OceanicArt
Copricapo Naluan da Malekula
Un copricapo cerimoniale che sembra animato di vita propria.
Vanuatu, un nome dalle sonorità particolari per un luogo veramente remoto.
Questo copricapo a effetto maschera bifronte è un esempio caratteristico delle loro tradizioni, tanto che parecchi esemplari sono conservati nel Museo – Centro Culturale della capitale, di fronte al Parlamento.
Nonostante il passato colonialista, la popolazione conserva intatta la propria fierezza, è custode delle antiche tradizioni e ne va orgogliosa.
Nel 2006, appena dopo i Mondiali di Calcio vinti dall’Italia sulla Francia, ci dissero di aver “sgozzato” una gallina per festeggiare la nostra vittoria sui ben poco amati ex-colonizzatori, e noi, come Italiani, eravamo i benvenuti.
La capitale Port Vila sa essere addobbata e colorarsi nei giorni di festa per celebrare la nascita della piccola nazione.
Ma già a pochi km dai luoghi di queste foto si ha occasione di visitare testimonianze di riti non ancora tramontati né sopraffatti dal Cristianesimo. Vicino a un villaggio esiste una radura, non di origine naturale, che alla luce del tramonto assume un aspetto inquietante.
La radura non ha nessun apparente utilizzo , per un lato si affaccia sul mare lontano, e, al limitare del bosco, al centro del lato principale, si trova un’area votiva, semplice ma densa di significati nel silenzio opprimente che la circonda, nonostante sia un luogo di relativamente facile accesso.
Il nostro copricapo proviene dal Sud-Ovest di Malekula Island, una delle aree più amate dagli antropologi perché, a dispetto dell’avanzare della tecnologia e della globalizzazione, la popolazione crede ancora fermamente nello spiritismo ancestrale e di conseguenza attribuisce un valore spirituale, quasi una vita propria agli oggetti, in particolare quelli cerimoniali.
E’ utilizzato per le cerimonie “Naluan”, e realizzato in apposite aree sacre sotto la supervisione di un capo villaggio che ne verifica la correttezza delle caratteristiche e ne autorizza l’utilizzo.
Infatti ogni particolare ha un significato correlato alla famiglia o alla persona che lo indossa, le piume, i bastoncini, la loro posizione e colorazione.
"Armi, Acciaio e Malattie" di J.Diamond
“Armi, Acciaio e Malattie” è uno di quei libri che rimpiango di non aver letto da bambino. Mi chiedo solo perché non lo mettano obbligatorio tra i libri dell’estate prima dell’ingresso al liceo. Riassume in 300 pagine tutte le tematiche che poi verranno approfondite tra storia, geografia, ecologia, economia, fisica, biologia. Avrei sognato di avere un professore come Jared Diamond, capace di comprendere, collegare e intrecciare assieme le varie cause alla base dell’evoluzione umana.
La grande abilità di Diamond sta nel leggere la storia in chiave puramente scientifica, con l’indipendenza e l’autonomia che caratterizzano le scienze quantistiche e molto poco quelle storiche. Il Pulitzer del 1998 per la saggistica è più che meritato. Evita anche l’errore tipico delle scienze di cercare la causa ultima con la quale spiegare tutto, capendo anche i limiti che pone lo studio della storia come scienza. Riesce ad analizzare tredicimila anni in un’evoluzione su più fattori, cercando di trovare l’uguaglianza nella differenza e le differenze nelle similitudini. Riesce ad estrapolare le ricorrenze naturali, biologiche e geografiche, spiegando il mondo confrontando tanti piccoli casi locali.
E’ un saggio anche contro tutte le teorie razziste, dimostrando nell’evoluzione della specie come l’umanità abbia gli stessi processi mentali. Solo il contesto naturale ha prodotto tempi ed effetti diversi, forgiando anche le nostre stesse culture. E’ un libro base di storia che cerca di rispondere a domande ben precise e consequenziali. Non è una mera descrizione d’evenemenzialità, ma un ritratto del mondo che parte proprio dai luoghi più remoti, che però sanno spiegarci tantissimo di noi oggi. Gli antipodi che sanno ancora entusiasmare nella voglia di scoprire e capire il perché delle storie dei popoli così differenti.
Evita accuratamente le questioni storiche più politiche, troppo complesse ed irrazionali, difficile da spiegare per uno scienziato ma che accetta e inserisce sia nell’epilogo sia nella postfazione: il fattore umano come variabile indipendenti. Anche se deriva da scelte culturali e quindi dall’esperienza di co-abitazione del mondo con gli altri esseri viventi intesi come la natura che ci circonda. Il capitolo capolavoro è proprio quello sulla tecnologia, che spiega assieme le due anime razionali e non dell’essere umano. Nel tempo l’uomo ha spostato la legge di natura a legge di competizione economica e dove per ora il mondo Occidentale prevale grazie al “principio di frammentazione ottimale” che però nelle onde lunghe della storia potrebbe rivelarsi una parentesi, come quella degli jomok in Giappone.
Mi stupisco di quanto poco sia diffuso in Italia, soprattutto nelle scuole. Bisognerebbe lanciare una campagna per inserirlo come testo obbligatorio, servirebbe tanto alla civilizzazione.
Arte Fiera 2014 - "La Grande Bellezza" dell'Arte Contemporanea Italiana
Arte Fiera 2014, Bologna, 24-27 Gennaio 2014. Saremo brevi purtroppo, perché c’è poco da dire e quel poco porta sconforto. Siamo nell’anno che celebra “La Grande Bellezza”: l’arte italiana che oramai vive in un decadentismo maggiore di quello di fine XIX, priva d’idee si aggrappa al passato per sorridere. Nostalgia di chi ora affermato occupa le poltrone e i salotti, di Roma come di Milano, privo di ogni volontà di creare un futuro, il suo lo ha già avuto.
Speravamo di trovare un po’ di riscatto, di idee nuove, di volontà d’avanguardia. Noi di Fine Tribal (Webeca) guardiamo sempre agli antipodi, a scoprire l’identità dialogando con culture remote, ad apprendere il futuro. Ecco, per fortuna c’era l’Oriente, dal più vicino europeo al più lontano cinese, che ha portato qualche idea interessante alla Fiera. Altrimenti in Italia soliti nomi, solite gallerie. Il collezionista italiano sembra anche lui con poche idee o con poca voglia di aprire la propria sensibilità, forse atrofizzata dal contesto. Si guadagna solo con un Fontana, un Pomodoro, un De Chirico, è chiaro. Offriamo arte che non c’è più, offriamo la tristezza che pervade questa Italia di inizio millennio.
Ancor più sconfortante era che forse la migliore espressione veniva dalla presenza di un’arte moderna che sicuramente aveva molto più da dire e insegnare degli esempi di contemporanea, per esempio la Ragazza a Venezia di Ettore Tito, per il Butterfly Institute of Fine Art di Lugano (Svizzera, infatti). Oppure che la foto più attraente fosse uno scorcio di statua romana al Louvre, che nel gioco di luci e perfezione tecnica sembrava d’anziano. Un tempo facevamo tendenza, ora rincorriamo affaticati come un nonno i suoi nipoti. Camminando tra gli stand, ho sentito più gossip che arte, come in quel salotto romano di Jep Gambardella.
"Kanak. L'Art est une parole" - Part 3: Colonial History
James Cook (1728-1779) was the first English sailor to pass close to New Caledonia during his second Pacific expedition. He was to rename the Big Land in Caledonia, evoking the old Latin name for Scotland.
Twenty years later the French explores the New Caledonia, discovering the cannibalism practice among the tribes. Bruni d’Entrecasteaux and his team was sent by Louis XIV to find La Pérouse, their stay was longer and less pleasant than Cook’s one. D’Entrecastaux didn’t complete his Austral expedition, he took the scurvy and left his company on 20th July 1793 near Java. The collected artifacts were confiscated in Batavia, now Jakarta, by Dutch, which were on war with French in the opposite part of the world. While the crew was jailed for some months. From this expeditions France got only a dozen of artifact: statues, hair ornaments and an axe.
During the 19th century New Caledonia’s representation swung among two extremes. On the one hand, there is the exotic idea of a fertile land, where nature stands in profusion, in paintings contrasts the industrial revolution onwards. On the other side, there is the proud, free and warrior population refusing to subdue to Enlightening men, generously sent by France. A clear example is the cover of Travel’s Diary by Horace Castelli (1825-1889), where he represents an old man removing a victim’s eye. Jules Férat (1829-1889) shows an opera of the Commander Rivière during the 1878 revolution: white officials were dressing gloves and clean uniforms, while Kanak’s warriors were always naked with koteka covering their penis and were bloody headhunters.
Contrary to those, Léon Bennett (1839-1916) had stayed really in New Caledonia as Colonial Officer and Head of Topography for three long years of turmoil, in consequence of lands’ expropriation. He would leave the Big Land when Atai conflicts started, he took with him a series of images which Jules Verne will use to illustrate his exotic romances. Only with the photography the consideration for Caledonians turned more realistically, leaving behind myths for field ethnological research. In 1929 The Swiss naturalist Fritz Sarasin published “Ethnography of Kanak from New Caledonia and Loyauté Islands”, after his journey in 1911-12. One year later Maurice Leenhardt published “New Caledonia’s Ethnological notes”:
In 1889 a Kanak village was built in Paris for the Universal Expo. For six months a typical circle house of 12m height was standing with inside the Tribal chief’s son, an assistant and a twelve years girl. Newspapers were writing more about the astonishment of Parisians than of Melanesians, which were transported in a total and extremely different world, but totally indifferent to what was going around them. The article defined them anthropophagus.
"Kanak. L'Art est une parole" - Parte 3: Storia Coloniale
Il primo navigatore inglese ad avvicinarsi alla Nuova Caledonia fu James Cook (1728-1779) durante il suo secondo viaggio nel Pacifico; fu lui a dare l'attuale nome alla Grande Terra come rievocazione della Scozia che in latino suona come Caledonia.
Venti anni più tardi sono i francesi ad andare in avan scoperta, raggiungere la Nuova Caledonia e scoprire il cannibalismo. Bruni d'Entrecasteaux, con i suoi uomini, fu inviato da Luigi XIV per con lo scopo di trovare La Pérouse; il loro soggiorno fu più lungo e meno piacevole rispetto a quello di Cook. D'Entrecasteaux non termina il suo viaggio in terra australe a causa di una malattia che si prendeva facilmente viaggiando per mare, lo scorbuto, e lascia i suoi uomini vicino a Java il 20 luglio 1793. Gli oggetti collezionati vennero confiscati a Batavia, l'attuale Jakarta, dagli olandesi, con i quali la Francia era in guerra nell'altra metà del globo a causa della Rivoluzione; alcuni membri dell'equipaggio dovettero passare mesi in prigione. Da questa spedizione la Francia ebbe solo una decina di oggetti tra i quali statuette, ornamenti per i capelli e un'ascia.
Durante tutto il XIX sec l'immagine della Nuova Caledonia oscillava tra due estremi. Da un lato, in disegni e dipinti, si ha la visione di una terra fertile dove la natura primeggia nella sua abbondanza di frutti: l'esotismo viaggia quindi nel tempo ma anche nello spazio, ricordando che nel nostro paese la rivoluzione industriale era in atto. Dall'altro, si vedono immagine di un popolo libero e guerriero che rifiuta di sottomettersi agli Illuministi generosamente inviati dalla Francia. Un esempio sono le copertine create da Horace Castelli (1825-1889) per il Gionale di Viaggi dove mostra un anziano che toglie l'occhio a una loro vittima. Jules Férat (1829-1889) illustra l'opera del comandante Rivière sulla rivolta del 1878: dato che gli ufficiali bianchi portavano guanti e uniformi immacolate, i guerrieri kanak si presentarono come sempre nudi accompagnati dal copri fallo e si rivelarono dei sanguinari tagliatori di teste.
Differentemente da loro, Léon Bennett (1839-1916) soggiornò realmente in Nuova Caledonia in quanto amministratore coloniale e capo del servizio topografico; tre lunghi anni di subbuglio a causa dell'espropriazione delle terre. Lascerà la Grande Terra al momento dello scoppio del conflitto ad Ataï, portanto con sé un bagaglio di immagini che gli serviranno a illustrare i romanzi più esotici di Jules Verne. Solo con l'arrivo della fotografia gli sguardi diventarono più realistici e i vecchi miti e leggende furono soppiantati dall'etnologia di campo: il naturalista svizzero Fritz Sarasin pubblicò nel 1929 Etnografia dei Kanak della Nuova Caledonia e delle Isole della Loyauté, frutto del suo viaggio intrapreso tra il 1911 e 1912; l'anno successivo, Maurice Leenhardt pubblica Note di etnologia neo-caledoniana.
Da ricordare il villaggio kanak creato a Parigi nell'Esposizione Universale del 1889 con una durata di sei mesi: era stato ricreato l'ambiente tipico della Nuova Caledonia con la casa circolare alta dodici metri al cui interno erano presenti il figlio del capo con il suo assistente e una ragazza di dodici anni. Nei giornali i commenti a riguardo parlavano più della curiosità dei parigini rispetto a quella dei melanesiani, trasportati in un mondo estremamente differente dal loro ma completamente indifferenti a ciò che succedeva attorno a loro; l'articolo li definì antropofagi.
#western #beauty
Kanak. L'art est une parole." part 2: ethnological notes
Kanak is an originally Polynesian term to define “man”. Since 19th centuries it was used by merchants and explorers to indicate Melanesian populations and its meaning became increasingly pejorative, because it was pointing the slaves working on the sails, in the mines and fields, and so on. The term was firstly used by French “canaque” during their colonial presence, then by 1970s it was translated in the English “Kanak”. New Caledonians aimed to return this word and give a new symbolic dimension, which now defines the New Caledonia’s inhabitants.
Kanak culture grounds on the oral tradition and through the word asserts its world’s vision. The traditions are built over an immaterial heritage wherein the word orders sensations and concepts, which entwine sounds and feelings to show a world understanding in a stream of changes. The language is created by the words as well as by proverbs, songs, tales, even by body languages.
Kanak language unifies the duality of verb and noun in the single word. Places and persons’ names entwines each other intertwining reality and imaginary: their world vision. The verb is the word giving life both to sensible things as humans or stuffs and to insensible as spirits and ancestors.
Wooden statues are placed at the entrance hiding the body: the dead was enrolled in a tablecloth, represented by geometrical patterns, and the wood comes from a dead tree, which is equivalent to the dead man. The oldest sculptures are represented by peaceful visages with closed eyes, recalling oriental traditions; the most recent sculptures with open eyes means they lost their tranquility.
Kanak. L'Art est une parole - parte 2: note etnologiche
Il termine "kanak"è di origine polinesiana e indica l'uomo; il termine fu utilizzato da mercanti e esploratori a partire dal XIX sec per indicare le popolazioni dell'area melanesiana e ebbe un termine sempre più peggiorativo perché era relativo a coloro che lavoravano sulle navi, nelle miniere, piantagioni, e così via. La denominazione era in principio di origine francese, quindi "canaque"e legata all'immagine coloniale dei francesi; solo più tardi, nel 1970, per rivendicazione culturale e politica, venne adottata la grafia "kanak" all'inglese con la volonta degli autoctoni della Nuova Caledonia di riappropriarsi tale parola e darle una nuova dimensione simbolica che ora designa gli abitanti della Nuova Caledonia.
La cultura kanak è fondata sull'oralità ed è la parola che trasmette una visione del mondo. Le tradizioni sono costruite su un patrimonio immateriale dove la parola ordina le sensazioni e i concetti che si combinano per l'intreccio dei suoni e dei sensi in modo da offrire una comprensione del mondo in continuo movimento. Il linguaggio che si intende è quello creato sì dalle parole come dai proverbi, dai canti e dai racconti, ma anche dai gesti e dal corpo.
Nella lingua kanak una sola parola indica la dualità del verbo e della parola; i nome dei luoghi e delle persone si intrecciano tra di loro tessendo il reale e l'immaginario, una visione che da un senso al mondo. Il verbo è la parola che dona vita agli esseri come alle cose: vita nel mondo sensibile che sono i vivi ad abitare ma anche vita del mondo degli spiriti e degli antenati.
Alle pareti della porta d'entrata sono infatti poste le statue di legno che nascondono il corpo di colui che la porta: il defunto era avvolto in una tovaglia rappresentata nella statua attraverso dei disegni geometrici e il legno utilizzato proveniva da un albero morto che equivale alla morte delle persone. Le sculture più vecchie sono caratterizzate da un viso sereno con gli occhi chiusi, ricordano lo sguardo interiore del Buddha; le sculture più recenti, dove gli occhi sono aperti, hanno perso la tranquillità del defunto.
Primitive, Tribal or Oceanic Art?
There are several terms, which overlaps each other, among non-western arts. We will briefly face the topic to let you understand better the issues, our choices and vision.
Primitive art is a colonialist definition. There are no questions about. It was named like this in the 18th century, with a conception of Western Culture and Fine Art in the mind. Besides, if you value the art in these terms, it will be considered worthy only the old production, putting aside all the contemporary stuff. It’s also a countersense of the Westerns’ Art Market, since there are people more inclined to value the emotions of this art than our Westerns’ one.
Tribal Art is definitely more befitting. Since art is a socio-cultural expression, “tribal” will characterize the artistic production related to the local culture. Though it values the culture, probably it is more adapt for a production with historical meanings. Even if these societies are still ground on clans and tribal customs, we saw the t-shirt of Totti and Messi even in the midst of the Papuan jungle.
Oceanic Art (or in the specific, Melanesian and Polynesian) is simply the most correct definition, since gives an artistic value over cultural one to the local artifacts production, not only restricted to the antiquities but also the contemporary ones. This means that non-western arts is valued by those artists and their aesthetic concepts, not ours. As a matter of fact, our title “Fine Tribal” plays provocatively about both terms.
Art is worth if gives emotions and emotions are timeless. Therefore art may not be valued just for its timing, otherwise it loses its own sense. We got used to have almost industrial production by artists nowadays and we do value just for its name, as the antiquities for their cultural-historic sense.
We forgot that in many other part of the world the art is valued for the technical skills, the methodology, the material, for other aesthetic terms. Sometimes even mixed with the concept of artifact, similarly it’s what makes worth made in Italy worldwide (e.g. violinmakers). On the other hand, non-Westerns do not undervalue the value of our Fine Arts, but they are not struck by the same totemic emotion.