Se è vero che non bisognerebbe mai giudicare un libro dalla copertina, confesso che talvolta mi faccio influenzare in una certa misura dal titolo. Non succede sempre, chiaro. Tanto meglio se il titolo non mi dice assolutamente nulla, quanto meno non mi vengono in testa strane idee. Credo si tratti semplicemente di associazioni mentali sogettive, forse persino di qualche sottile mania da lettrice, ma è pur innegabile che il titolo sia un elemento importantissimo.
Confesso che sarei passata in libreria davanti a questo volume con indifferenza per due motivi:
Il titolo: Ho scritto T’Amo sulla Tela, mi aveva per istinto fatto pensare ad una narrazione incentrata su una storia un po’ troppo sentimentale e smielata, di quelle che mi annoiano.
Il sottotitolo: La storia dell’arte in dodici profili di donna. Interessante. Però, onestamente parlando, in circa duecento pagine che sono per giunta sono scritte in caratteri abbastanza chiari, anticipavo che ci sarebbe stato appena qualche cenno di storia dell’arte.
Tuttavia, per fortuna le cose sono andate diversamente. Per coincidenza mi sono trovata nel mio paese d’origine in occasione della presentazione del libro, la mia amica libraia mi aveva ricordato dell’evento, e lì la mia attenzione è stata catturata. Pertanto ripropongo su questo blog un tipo di format abbastanza analogo alla realtà, lasciando innanzitutto spazio all’autore, per poi condividere la mia personale (ri)lettura o interpretazione del libro.
Grazie alla struttura narrativa particolare che unisce il tono didascalico del saggio e la finzione romanzesca più sciolta, seguiamo il soggetto-protagonista, un io narrante in prima persona, attraverso un viaggio che abbraccia ben oltre cinque secoli. È un viaggio metafisico, temporale e anche di formazione, perché alla fine del libro ho trovato che l’io-narrante fosse maturato rispetto all’inizio e più consapevole in merito al concetto di arte, amore e bellezza. In effetti tutto comincia da una domanda che egli si pone e a cui intende trovare una risposta: “Quando è stata la prima volta in cui mi sono innamorato?”. Si tratta di un amore a tutto tondo e in tutte le sue possibili accezioni.
Il narratore ci presenta dodici ritratti di donna che hanno lasciato un segno importante nella storia dell’arte sulla scena mondiale, andando però a scavare sotto la crosta del colore indurito sulla tela, oppure re-immaginando il blocco di marmo da cui tutto aveva avuto origine. Dal Rinascimento italiano al concettualismo post-moderno, passando per i lumi della ragione, i classici, la crisi d’identità e lo sgretolamento dell’individuo (I/eye), attraverso sperimentalismi e rivoluzioni: incontriamo storie di donne e uomini che hanno fatto arte su committenza, per amore, per lavoro e per comunicare qualcosa oppure cambiare vecchi costumi.
Il narratore si immerge completamente in questo percorso di ricerca seguendo quasi la scia di un monologo teatrale, proponendosi come il protagonista-chiave che collega le varie storie: è lui che attraversa oceani e paesi, si innamora perdutamente, soffre e gioisce al fianco degli artisti e dei loro personaggi inventati o reali. Mi è capitato qualcosa di analogo quando, magari guardando un quadro in un museo, ho immaginato di trovarmi proprio su quella tela, perché l’unico modo per comprendere un’opera spesso è proprio ritornare al momento della creazione, per non rischiar che quegli abiti, quei personaggi e quelle pennellate di colore non abbiano alcun senso. Ma è opportuno ricordare che, al di là della finzione e degli espedienti letterari, le storie sono tutte vere ed estrapolate da una corposa biografia a fine lavoro.
Il narratore non scende mai nel tono accademico, fatto che talvolta mi è dispiaciuto perché, specie in certi passaggi, avrei davvero avuto voglia di approfondimenti e dettagli. Ma evidentemente non era questo lo scopo del libro.
Non so se sia stata una scelta dell’autore stesso o di pubblicazione – sarei più propensa ad optare per quest’ultima-, ma all’interno del libro mancano le immagini, fondamentali alla piena comprensione del racconto. È fondamentale pertanto munirsi di un dispositivo e recuperare materiale di supporto visivo. In effetti mi è successo per un momento di confondermi se la Cleopatra di Tiepolo di cui si stava parlando fosse quella attualmente custodita a Melbourne o quella della famiglia veneziana dei Labia. Pertanto ho pesato di mettere tutte le dodici donne in fila nella galleria in fondo a questo articolo, con il nome del soggetto femminile affiancato a quello dell’autore, ove possibile.
Oltre la scrittura scorrevole e anche divertente, i motivi principali per cui ho apprezzato questo libro li ho individuati in due elementi: il linguaggio e il tempo.
Devo aver ovviamente personalizzato e adattato la mia lettura perché, nonostante io apprezzi l’arte figurativa, non sono un tecnico né una studiosa della disciplina. Ma è pur vero che poiché l’arte consiste effettivamente in un insieme di linguaggi non statici, questo testo è anche un saggio-romanzo sulla semiotica.
È interessante osservare il tipo di segno utilizzato nei ritratti di donna presentati, così variegati e culturalmente distanti, nonché il ruolo del colore, della linea e delle forme, degli spazi sia vuoti che riempiti. Dalle linee curve della Galatea raffaelita a quelle squadrate della Dora Maar picassiana, e inglobando persino il realismo fiammingo della donna della Circassia, quello che cambia è proprio il linguaggio, il modo di rappresentare e comunicare qualcosa. Si arriva pesino al punto in cui la tela o la scultura non soddisfano, tanto che gli artisti decidono di metterci il proprio corpo e la propria fisicità e scelgono la performance. Quindi per comprendere l’arte, e non soltanto la mera opera artistica, è fondamentale parlare questi linguaggi che sono la chiave per accedere conoscenza, per leggere la realtà e analizzare la nostra Storia.
Tuttavia è pur vero che questi linguaggi cambiano nel tempo, quell’elemento minaccioso e problematico per l’essere umano perché, anche quando non lo si ammette, un certo timore lo incute. Quelle che chiamiamo comunemente correnti artistiche altro non sono che fasi macro-culturali della storia del genere umano, che all’interno incorporano le micro-culture territoriali o regionali attorno alle quali si riuscono delle comunità, lasciando anche spazio agli individualismi. Così l’arte si presenta non come un fatto chiuso e definito, bensì aperto, cangiante, mutante, e proprio in questo si trova il concetto più elevato di libertà e di assoluto.
La vita di Raffaello era stata breve e veloce come segnata dalla lancetta dei secondi, quella di Giulio II era stata scandita da quella dei minuti. La vita di Michelangelo, morto a novant’anni, era stata misurata dalla lancetta delle ore. Possiamo dire che la velocità con cui le loro vite si sono consumate è misurabile nell’arco di un giorno solo.
Quando il giorno muore, ne nasce un altro.
Quando un anno finisce, ne comincia uno nuovo.
E così per decenni, fino a quando il tempo si dilata e i decenni diventano secoli.
A quel punto l’indicatore non è più la vita del singolo artista e neppure quella del calendario, ma uno strumento più sofisticato che travalica i confini dettati dal tempo: l’opera d’arte.
Allora anche io ho finito con l’innamorarmi di queste donne, così diverse da me tanto per l’aspetto estetico che per fattori culturali. Oppure mi sono innamorata dell’uomo che ha avuto la sensibilità e la pazienza di fermarsi a comprendere il linguaggio complesso di quelle donne.
Ed infine, che farne di quel titolo che all’inizio avevo commentato con un certo tono di contrarietà? Non lo so e non ha importanza, ma forse anch’esso nasconde un significato o allude a qualcosa che non sono stata ben in grado di comprendere.
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“Ho Scritto T’Amo sulla Tela” di Carlo Vanoni, un libro di arte e amore Se è vero che non bisognerebbe mai giudicare un libro dalla copertina, confesso che talvolta mi faccio influenzare in una certa misura dal titolo.