Oltre il sentiero: la perdita di un figlio e Death Education
“non lo so, è il peso che è diverso: ad un certo punto diventa sopportabile, si trasforma in un peso da cui puoi liberarti strisciando e che ti porti dietro, in tasca come una piccola pietra. A volte addirittura lo dimentichi per un po’, ma poi – quando per qualche ragione ti metti la mano in tasca – eccolo li, ah giusto, è lui. Ti può sembrare tremendo, ma non è sempre così, è un po’, come dire?, ecco non è esattamente che ti piaccia ma è quello che hai al posto di tuo figlio e allora lo tieni con te così. .. e non se ne va mai . . . il che . . .è un bene in realtà”
(Dal film Rabitt Hole)
Da G. Carducci a Michelangelo, passando per attori, scrittori, e cantautori si sono cimentati a raccontare il dolore di un genitore per la perdita di un figlio, ma nessuno lo può comprendere finché non lo vive. La morte di un figlio, sia in grembo o anche da adulto è il dolore più grande che un essere umano possa vivere. La morte più ingiustificata nella storia. È un’esperienza devastante che toglie il senso della vita. Un tornado che devasta l’intera famiglia proprio perché nessun genitore può immaginare di sopravvivere alla morte di un figlio.
I sentimenti che un genitore vive sono dai più svariati sensi di colpa alla paura del futuro, dal senso di smarrimento alla solitudine, dalla falsa credenza ad un perfetto nichilismo. Nella maggior parte dei casi ci si rifugge nella memoria del figlio che è stato e nell’immaginazione del figlio che potrebbe essere o che sarebbe potuto diventare. Un gioco di proporzione questo. Il lutto di un figlio adulto porta con se una memoria di immagini, di suoni e di odori, di ricordi e di eventi vissuti e condivisi. Queste moltitudini di immagini permettono di proiettare sullo schermo del proprio cinema l’immagine quasi perfetta del figlio. Diverso per un adolescente, per un bambino o per un bimbo mai nato. La valigia dell’esperienze è quasi vuota, l’ancora dell’immaginazione non può affondare e radicarsi per un perfetto scenario. Il suo corpo sarà diverso e perciò difficile da immaginarlo, così come il suo tono della voce, i suoi gesti e suoi sogni. Il tempo passa, la fragile memoria li abbandona e così un genitore può rischiare di rivivere un secondo lutto, perdere l’unico legame con il figlio: la memoria. A volte per evitare questo rischio la vita diventa un mausoleo.
Quanto si pensa al lutto, il pubblico nel compianto vuole unirsi al dolore del genitore, o meglio ancora della madre. Il padre, come nella nascita di un figlio, sembra uno spettatore. Si ha ancora una visione matrona dell’emozioni e dei sentimenti. Il padre supera tutto, la madre è colei che soffre a cui unire tutto il cordoglio. In realtà nella perdita di un figlio non esiste solo la madre ma coesiste il padre, la coppia e l’intera famiglia.
Il padre, o l’uomo in generale, vive l’emozioni in modo diverso di una donna. L’uomo interiorizza la donna necessita di esternarlo. Il padre pensa alla propria compagna, cerca di capire come possa stare, ma spesso si dimentica di pensare come sta lui, chiudendosi in un silenzio assordante, e questo silenzio tende la trappola alla madre. Lei cade nell'errore di pensare che l’uomo non soffra come lei, e soprattutto che non riesca a capirla. E giorno dopo giorno l’allontanamento diventa inevitabile. La coppia nella maggior parte si frantuma come un bicchiere di cristallo. Si iniziano a creare castelli di sabbia sempre più grandi rischiando di rimanere soffocati sotto la stessa sabbia. Una nave che porta alla deriva gli altri figli. I fratelli perdono un familiare, un amico, un compagno di avventure. Non serve quantificare il dolore, sta il fatto che loro soffrano due volte. Vivono due perdite: del fratello e dei genitori. Inoltre questi figli imparano dai genitori a vivere la vita, la criticano e la confutano. Ora in un dolore così grande sono lasciati soli. Devono fare da soli a superare un enorme ostacolo e riaccettare una nuova versione dei genitori.
La morte di un figlio non può diventare una morte terrestre, ma superata. Il lutto non può essere abbandonato, ma preso in carico e curato. Queste persone devono vivere la morte e la loro vita. Ecco allora che la morte dobbiamo impararla a concepirla e a dirla. Ci si deve rifletter sulla morte. Dobbiamo educare alla morte per curare la persona, la coppia e la famiglia tutta. Ma cosa significa educare alla morte? Significa diffondere significati esistenziali della vita intesa come un percorso che ha un inizio e una fine. È un educare alla vita, in quanto aiuta a promuovere la qualità della vita per se stessi e per gli altri. La death Education vuole innanzitutto rompere il tabù sulla morte, parlarne a livello biologico come evento necessario nel ciclo della vita, e vivere il dolore. La riflessione sulla morte appartiene alla pedagogia, come educazione del senso del limite e della fragilità umana.
Come affrontare educativamente la perdita di un figlio? Partire innanzitutto da un’accettazione delle morte, non cadendo nel cinismo, e imparare a comunicare e superare l’idea che il genitore non ha nessuna colpa da espiare; condividere il dolore e le emozioni con il partner e con gli altri figli e vivere le ritualità del lutto (le funzioni religiose, il cimitero, ecc..) in situazioni circoscritte per non invadere la propria vita e di tutta la rete familiare. Un sentiero che va segnato passo dopo passo. Un sentiero che sarà sempre differente da un altro, proprio perché ogni persona è unica e irripetibile. Un cammino che sarà in salita e buio, ma che vedrà una nuova luce e nuovi sogni nascosti che daranno la possibilità per ritornare a riscrivere la propria vita.




















