[Di pochi monosillabi e silenzi strategici eretti come muri.]
Non avrei saputo come spiegarti il mio stadio emotivo, pur volendo. Sarebbe stato riduttivo anche provarci. Non sapevo come giustificare la mia assenza di progettualità con te. La mancanza di una prospettiva futura comune. Non comprendevi il dolore di una ferita non ancora rimarginata. Continuavi a non vederla nella sua intera estensione, a sottovalutare la trama complicata della sua tessitura e a pretendere che partissi con te senza bagagli. In un viaggio mozzafiato e ricco di colpi di scena. Liberatorio, come dicevi tu.
Come avrei potuto relegare la paura in un angolo?
L’unica cosa che mi riusciva bene era allontanarti. Tenerti debitamente a distanza di sicurezza: un progetto tanto chiaro quanto discutibile.
Mi impegnavo nella sua attenta realizzazione. Ogni giorno. Continuavo a giocare una partita più grande di me. A combattere da sola la mia battaglia contro di te. Una battaglia per la sopravvivenza. A difendere la mia posizione. Per farlo, mi preoccupavo solo di aver cura del mio cuore, della tenuta alquanto precaria dei suoi frammenti. Provavo con tutta me stessa a proteggerlo dall'improvvisa irruzione di una qualsiasi forma di sentimento nei tuoi confronti, dalla potenza dilagante di una nuova esperienza emotiva, uccidendola sul nascere nel suo tessuto embrionale. Per quanto potevo, cercavo di tenere il mio cuore il più possibile al riparo da emozioni forti e incontrollabili che non avrei saputo più come gestire.
Ti vedevo come un pericolo. Non volevo che il tessuto lineare della mia vita fosse stravolto dalla tua presenza. Non volevo veder sfiorire ancora una volta tutte le mie speranze in un’altra delusione. Non volevo ritrovarmi a fare i conti con una passione difficile e irrefrenabile. Non potevo permettere che l’amore sgorgasse inatteso dai recessi del mio cuore e circolasse libero tra gli interstizi, privo di qualsiasi controllo. Non volevo ritrovarmi innamorata. Lo consideravo inaccettabile. Non mi fidavo. Non mi ero mai fidata della veridicità delle tue parole. Del tuo eccessivo coinvolgimento. Della tua implacabile spinta in avanti. Della tua onestà. Dall'inizio. Da quando ti avevo conosciuto. Così, evitavo ad ogni costo di mobilitare le tue aspettative verso un terreno fertile. Ti confinavo, diventando inafferrabile.
Tu continuavi a seguirmi ovunque, dopo ogni mio rifiuto. Senza darlo troppo a vedere. In disparte, a volte. Assente per finta, altre. Perennemente aggrappato al filo sottile della speranza. Allora, io provavo a smorzare il tuo incredibile entusiasmo. Lo facevo con parole aspre senza che tu potessi intravedere quanto in realtà erano sofferte e dolorose. Speravo che il tuo slancio si spegnesse presto di fronte alla constatazione dell’enorme difficoltà di comunicazione. Sapevo benissimo che la mancanza di dialogo sarebbe stato un limite per te difficile da superare. Le poche risposte a monosillabi dosate al punto giusto un’ottima barricata per impedirti di decodificare le mie reali intenzioni. La mia mancanza di interesse un muro perfetto per impedirti di seguire il filo delle mie reazioni insolite. Non era facile per te comunicare con me. Conoscevo i tuoi punti deboli.
“Tanto non stiamo facendo chissà quali discorsi. Stiamo ingannando il tempo al massimo.”
«Se è solo questo che stiamo facendo tolgo il disturbo. Non mi va di essere uno stupido passatempo.»
«Perché abbiamo fatto conversazioni stimolanti o interessanti in questi ultimi giorni? Oggi ad esempio…sempre e solo quanto potremmo stare bene insieme se e quando finirà questo periodo di isolamento e il tuo immancabile lieto fine. Non ho detto nulla che non rispecchi la realtà o che non pensi.»
«Ma stai facendo la vittima?»
«Sinceramente, credevo che lo avessi capito senza neanche parlare, pensa tu! Mi sbagliavo evidentemente.»
«Capire cosa di preciso?»
«Capire che non ho stimoli a parlare con te.»
«Si, ma spiegami il senso delle tue risposte… Lo dico perché non penso si tratti di argomenti ma di un cambiamento di prospettiva tuo nei miei confronti.»
«Io non ho cambiato nessuna prospettiva, non so più come dirtelo.»
«Abbiamo messaggiato del nulla per due giorni come due coglioni. Non credo sia normale. La tua quotidianità certo che mi interessa ma nei limiti. Ovviamente, possiamo parlare di tutto, dei tuoi lavori in giardino per occupare il tempo, delle disavventure dei tuoi coinquilini, dei nuovi e inaspettati hobby dei tuoi amici, ma se parliamo del niente mi annoio, molto semplice! Già mi annoio, se mi annoio pure con te, te lo dico. Sarò fatta male ma sono diventata così. Mi sembra di perdere tempo in conversazioni senza alcun significato. Già stasera stiamo facendo una conversazione con qualche stimolo. Ti sembra sia stato presente nei due giorni precedenti?»
«Stasera sono arrabbiato e nervoso, è diverso.»
«Intanto, sei presente. Sei presente perché stimolato. Dalla rabbia, ma è già qualcosa. Almeno questa inizia ad avere le parvenze di una conversazione, mettiamola così. Ovviamente se preferisci venti messaggi di me che continuo a lodare i tuoi gesti e la tua resistenza perché credo di aver trovato finalmente in te il mio principe azzurro, libero di parlare da solo.»
«Non capisco dove sta tutta questa differenza rispetto alle conversazioni precedenti. Non capisco la tua drammaticità di stasera.»
«Ci divertivamo e cercavamo di evadere dalla noia in un certo senso. Questa è la differenza.»
Era arduo per te portare a casa un qualsiasi risultato. Io non potevo certo cantar vittoria.
La nostra era una lotta spietata e senza sosta. Tutte e due, però, speravamo in un cedimento.