Strage di lavoratori a Chioggia: tre braccianti morti nel furgone finito in un canale
Ancora una volta il lavoro si trasforma in tragedia. Ancora una volta la strada verso i campi diventa un viaggio senza ritorno. A Chioggia, in provincia di Venezia, tre lavoratori agricoli hanno perso la vita all’alba mentre si recavano nei terreni dove avrebbero iniziato la giornata di raccolta stagionale. Una strage silenziosa, consumata lontano dai riflettori, ma che racconta molto dello stato reale della sicurezza e delle condizioni di migliaia di braccianti in Italia.
Il drammatico incidente è avvenuto nella località di Ca’ Lino, lungo l’Idrovia Sant’Anna. Un minivan con a bordo nove lavoratori stranieri è improvvisamente uscito di strada precipitando in un canale. Sei occupanti sono riusciti a salvarsi uscendo autonomamente dal mezzo, mentre per tre uomini non c’è stato nulla da fare: sono rimasti intrappolati nell’abitacolo sommerso e sono morti annegati.
Sul posto sono intervenuti i Vigili del Fuoco di Chioggia e Cavarzere, i sommozzatori del nucleo regionale di Venezia, il SUEM 118 e i Carabinieri. Determinante la segnalazione di un passante che ha notato il veicolo nel canale nelle prime ore del mattino. Per recuperare il mezzo è stata necessaria un’autogrù arrivata da Mestre.
Le vittime: uomini partiti all’alba per lavorare
Le vittime erano lavoratori agricoli di origine marocchina. Secondo le ricostruzioni raccolte nelle ore successive alla tragedia, il furgone era partito da Cavanella Po, nel rodigino, per raggiungere i campi del Veneziano dove i braccianti avrebbero dovuto lavorare nella raccolta del radicchio e di altri prodotti stagionali.
Dietro quei nomi ci sono storie di sacrifici, di famiglie lontane, di uomini arrivati in Italia per lavorare e mantenere mogli e figli rimasti nel Paese d’origine. Uomini che si alzavano nel cuore della notte per affrontare ore di fatica nei campi e che spesso vivevano in condizioni precarie, sospesi tra necessità economica, contratti stagionali e dipendenza da intermediari.
Il problema non è solo l’incidente
La tragedia di Chioggia non può essere archiviata come un semplice incidente stradale. È l’ennesimo episodio che riporta al centro il tema della sicurezza dei lavoratori agricoli e del trasporto dei braccianti.
In molte aree rurali italiane i lavoratori vengono trasportati ogni giorno con mezzi sovraffollati, affrontando lunghi tragitti all’alba o di notte, spesso su strade secondarie pericolose. La combinazione tra stanchezza, ritmi estenuanti, precarietà e controlli insufficienti crea un contesto ad alto rischio.
Le organizzazioni sindacali hanno parlato apertamente di una tragedia annunciata. Il segretario generale della FLAI Veneto ha definito quanto accaduto “un atto di crudeltà che il sistema non può più ignorare”, sottolineando come proprio nel periodo di maggiore intensità del lavoro agricolo aumentino anche i rischi per chi opera nei campi.
Una ferita per tutto il Paese
Il sindaco di Chioggia ha annunciato il lutto cittadino nel giorno delle esequie, parlando di “una ferita dolorosa per tutta la comunità”. Parole importanti, che però rischiano di restare simboliche se non saranno accompagnate da azioni concrete.
Perché il vero problema è che in Italia si continua a morire di lavoro. E non soltanto dentro fabbriche e cantieri, ma anche durante il tragitto verso il posto di lavoro. Ogni volta che leggiamo di un furgone carico di braccianti, di un operaio precipitato da un’impalcatura o di un lavoratore schiacciato da un macchinario, ci troviamo davanti alla stessa domanda: quanto vale davvero la vita di chi lavora?
Sicurezza: cultura, controlli e responsabilità
Come docente formatore per la sicurezza sul lavoro, ritengo che tragedie come questa debbano imporre una riflessione seria su tre aspetti fondamentali:
- la qualità reale dell’organizzazione del lavoro;
- il controllo dei trasporti dei lavoratori;
- la cultura della prevenzione.
La sicurezza non può essere considerata un costo o un obbligo burocratico. Deve diventare una responsabilità condivisa, concreta, quotidiana. Perché quando un lavoratore perde la vita mentre sta semplicemente andando a lavorare, significa che il sistema ha fallito.
E quando le vittime sono lavoratori stranieri, stagionali, spesso invisibili, il rischio è ancora maggiore: quello dell’assuefazione. Del silenzio. Dell’abitudine.
Non possiamo permettercelo.
La strage di Chioggia deve restare nella coscienza collettiva come un monito severo: il lavoro non può e non deve diventare una condanna a morte.