Titus Lucretius Carus, Of the Nature of Things, Translation by Williams Ellery Leonard, E. P. Dutton & Co., Inc., New York, NY, 1957
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Titus Lucretius Carus, Of the Nature of Things, Translation by Williams Ellery Leonard, E. P. Dutton & Co., Inc., New York, NY, 1957
Morte
" Il 2 novembre la Chiesa cattolica lo dedica alla Commemorazione dei Defunti. È uno dei pochi momenti in cui la nostra sciocca civiltà, che ha fatto il possibile e l’impossibile per rimuovere l’idea della morte, acconsente a guardarla per un attimo di soppiatto, prima di tornare stupidamente a rivolgere lo sguardo altrove per il resto del tempo. Ma già duemila anni fa, alcuni decenni prima della nostra era, un poeta latino aveva parlato della morte in maniera scientifica e non religiosa: cioè, oggettiva e non illusoria. Stiamo parlando di Lucrezio e del terzo libro del suo De rerum natura, di cui Federico il Grande diceva: «Lo leggo quando sono afflitto, e lo consiglio come lenimento per le malattie dell’anima». La saggia visione di Lucrezio (e delle neuroscienze) è che l’anima, essendo una funzione del corpo, non è immortale e alla fine si dissolve. Che la morte non è nulla per noi e non ci riguarda. Che le paure del «dopo» derivano dall’immaginare il proprio cadavere come se fosse ancora vivo. Che dovremmo andarcene felici di aver vissuto, perché l’inferno è solo una trasposizione letteraria delle pene della vita. E che queste ultime derivano dal vivere stupidamente a occhi chiusi. "
Piergiorgio Odifreddi, Dizionario della stupidità. Fenomenologia del non-senso della vita, Rizzoli, 2016.
Siamo in alto mare
Immagine: generata con IA; autore ignoto.
[...] il genere umano si travaglia senza alcun frutto e invano sempre, e tra inutili affanni consuma la vita, certo perché non conosce un limite al possesso e nemmeno fin dove s'accresca il vero piacere. Questo a mano a mano ha sospinto la vita in alto mare e ha suscitato dal profondo le grandi tempeste della guerra.
Tito Lucrezio Caro, [De rerum natura, I sec a.C.], La natura, Torino, UTET, 2004, [Trad. e cura A. Fellin]
Sto leggendo il “De rerum natura” di Lucrezio nella fluida e vivida traduzione di Milo De Angelis e, nei primi versi, trovo questa meravigliosa invocazione contro la guerra che voglio condividere con voi per meditarci un po’ su.
[Venere feconda,] fa’ che sul mare e sulla terra
si plachino le opere feroci della guerra. Tu sola
puoi dare ai mortali il bene della pace: Marte,
il potente dio delle armi, il signore della guerra,
non poche volte cerca rifugio nel tuo grembo,
vinto anche lui dall’eterna ferita dell’amore,
e alzando gli occhi verso di te, dea, ti guarda
con la nuca gettata all’indietro, si nutre d’amore,
riceve dalle tue labbra il respiro vitale. E allora tu, divina,
allacciandoti a lui, abbracciandolo con il tuo sacro corpo,
fa’ scivolare dalle labbra tenere parole e chiedi, gloriosa,
il dono della pace […].
(vv.29-40)
Continua qua:
Un appello antico e universale in stile Peace ‘n Love
Nihil est miserius quam amare nec amari.
“Epicuro credeva che l’infelicità fosse colpa degli dei”. Il rabbino Bloom parlava a bassa voce, in modo diverso da come teneva di solito le sue conferenze, come se stesse ritornando alla propria vita prima della Kol Neshama. Eravamo seduti attorno al suo tavolo delle conferenze con le nostre copie del De rerum natura. “La divinità è qualcosa a cui noi umani per natura ci opponiamo. Qual è, per Epicuro, la radice centrale della nostra resistenza?”. “La paura”, dissi. “Temiamo l’ira di Dio”. Il rabbino Bloom annuì. “E possiamo essere biasimati per questo?Soffriamo disgrazie, tragedie e perdite, e tutto per mano del divino. Non è naturale avere paura? Da qui la missione di Epicuro: rimuovere la paura e quindi spazzare via l’infelicità umana. Per farlo, per convincerci che non abbiamo più bisogno di temere Dio, si propose di dimostrare che la divinità rimane del tutto indifferente alle nostre virtù e ai nostri peccati. Qual era la sua prova, signor Samson?”. “L’atomismo”, rispose Amir. “Vale a dire?”. “Vale a dire che l’universo come lo conosciamo”, disse Evan, intervenendo prima che Amir potesse rispondere, “la materia, i nostri sensi, tutto ciò che è tangibile, ha poco a che fare con Dio”. “Esattamente”. Era strano vedere Evan e Rabbi Bloom interagire in questo modo non contraddittorio, insegnante e studente. Era, immaginavo, ciò che doveva essere accaduto prima della morte della madre di Evan. “La mescolanza di particelle elementari ha creato il nostro mondo e non la volontà di Dio. Questa era la sua argomentazione, ed è qui che entra in gioco Lucrezio, per rendere questa idea – che esistiamo in virtù di leggi naturali, avulse dall’intervento di esseri supremi – abbastanza attraente da alleviare la nostra prodigiosa infelicità. Il suo scopo, in altre parole, era di liberarci”. Evan rosicchiava la sua penna. “Ma non è qui che sbaglia?”. Amir sbuffò. “Perché non lo chiedi a Lucrezio?”. “Dico sul serio”, disse Evan. “Riconoscere che temiamo Dio, che ci prefiggiamo di liberarci da Lui, penso che questa parte sia giusta. È una buona intuizione. Non possiamo liberarci rimuovendo Dio. Non funzionerebbe”. “Ma perché no?”, chiesi. “Se si credesse legittimamente che Dio non ha avuto alcun ruolo nella nostra evoluzione…”. “Perché non importa se Dio abbia partecipato alla creazione”. Evan si tolse la penna dalla bocca e iniziò a prendere appunti illeggibili sul suo taccuino. “Una volta che concedi anche la presenza periferica di qualche manifestazione divina, qualunque cosa ciò possa significare, è una fatica vana ignorarla. Sarebbe come chiudere gli occhi, allontanare il mondo e pensare che funzioni davvero, che tutto sia scomparso”. “Allora penso che abbia già compreso l’alternativa, signor Stark”, disse il rabbino Bloom. “Sì, lo so”, disse Evan. “Rivolgersi a Dio e non allontanarsene. Ma per farlo, ovviamente, bisogna prima crederci davvero”.
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