Morte
" Il 2 novembre la Chiesa cattolica lo dedica alla Commemorazione dei Defunti. È uno dei pochi momenti in cui la nostra sciocca civiltà, che ha fatto il possibile e l’impossibile per rimuovere l’idea della morte, acconsente a guardarla per un attimo di soppiatto, prima di tornare stupidamente a rivolgere lo sguardo altrove per il resto del tempo. Ma già duemila anni fa, alcuni decenni prima della nostra era, un poeta latino aveva parlato della morte in maniera scientifica e non religiosa: cioè, oggettiva e non illusoria. Stiamo parlando di Lucrezio e del terzo libro del suo De rerum natura, di cui Federico il Grande diceva: «Lo leggo quando sono afflitto, e lo consiglio come lenimento per le malattie dell’anima». La saggia visione di Lucrezio (e delle neuroscienze) è che l’anima, essendo una funzione del corpo, non è immortale e alla fine si dissolve. Che la morte non è nulla per noi e non ci riguarda. Che le paure del «dopo» derivano dall’immaginare il proprio cadavere come se fosse ancora vivo. Che dovremmo andarcene felici di aver vissuto, perché l’inferno è solo una trasposizione letteraria delle pene della vita. E che queste ultime derivano dal vivere stupidamente a occhi chiusi. "
Piergiorgio Odifreddi, Dizionario della stupidità. Fenomenologia del non-senso della vita, Rizzoli, 2016.














