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Sui fatti di Pisa di ieri, ho chiesto all'intelligenza artificiale generativa di ChatGPt come potesse essere considerato "uno Stato in cui le forze di polizia prendono a manganellate degli studenti minorenni che manifestano in un corteo contro la guerra in Palestina".
E il bot di OpenAi, con il suo consueto acume freddo e razionale, ha risposto che "uno Stato in cui le forze di polizia prendono a manganellate degli studenti minorenni che manifestano pacificamente è spesso considerato autoritario o repressivo. Questo tipo di azione può essere vista come una violazione dei diritti umani e delle libertà civili, sollevando preoccupazioni riguardo alla libertà di espressione e al diritto di protesta pacifica".
www.ansa.it/toscana/notizie/2024/02/23/cortei-pro-palestina-a-firenze-e-pisa-manifestanti-caricati_e0958ef1-80da-44ee-9399-5614f6024d47.html
Lascio alla vostra intelligenza naturale le considerazioni e riflessioni del caso.
VERSIONE DELLA POLIZIA – Perché mi avete pestato? – C'erano infiltrati. – Chi erano? – Come chi? Infiltrati. – Io ero infiltrato? – Altri lo erano. – Altri chi? – Gente pericolosa. – Io ero pericoloso? – Eri lì. – E mi avete pestato. – Ovvio. – Perché? – C'erano infiltrati. FINE
[L’Ideota]
Fra tutte le epidemie, i sismi, i tifoni, gli sbarchi di cavallette, le iracondie delle acque, le scarmigliate incursioni delle comete, ciabattanti comari dei cieli; fra tutti i deliqui del pianeta, le epilessie della clorofilla, le depressioni delle catene montane, solo certo e prevedibile resta il ferragosto: tanto prevedibile, che il profeta dell’Apocalisse, intento a cogliere i ritmati zoccoli dei cavalli finali, nemmeno ne parlò, se non forse con i suoi amici osti, bancari e professori. Sebbene sia ormai allenato da tanti mai ferragosti, ogni anno questa bizzarra festa mi sopraggiunge, mi coglie e oltrepassa come un trauma. Nessuna vacanza è così stranamente gremita di questa che spopola le città, più chiassosa di questa che rende silenzioso il Tritone a mezzogiorno. Non è una festa, è un incantesimo, una malìa, una fattura. Irretisce le folle, ispira programmi insensati, o immerge in una torva e diffidente sonnolenza. Settimane prima di quel giorno inevitabile, io mi faccio prudente; quando si entra nel rettifilo ferragostano, mi faccio via via cauto, diffidente, mi defilo, mi appiattisco, lavoro di freni e zavorra, inghiotto i documenti personali, comincio a parlare con accento irriconoscibile, sottopongo la mia minuscola anima ad una rapida plastica estetica, e infine mi precipito nel taciturno e pigro vortice del ferragosto: ma in quel momento io sono irriconoscibile, ed ho ogni motivo per dubitare della mia esistenza. La mia sensazione più profonda è che il ferragosto sia la festa del Nulla: e a questa convinzione io mi adeguo. Dove vanno le spensierate folle di gitanti che, tutte nel medesimo istante, vengono colte dal raptus dell’emigrazione verso la Gioia? Sono persuaso che esse vengano stivate in uno dei tanti armadi del Nulla, e lì provvisoriamente trattenute e distratte con effimeri giocarelli fatti, letteralmente, di niente. Durante le non molte, ma fatali ore del ferragosto, trionfa una colossale eclissi dell’esistenza. Nulla viene prodotto, eccetto l’ectoplasma. Per questo, io divento ogni anno più guardingo. Aggiorno e perfeziono le astuzie, i travestimenti, le strategie intese a farmi guadare il Mare dell’Assenza. Man mano che divento più furbo, le regole si fanno più minute e rigide. Durante il ferragosto molti camminano; pericoloso; meglio strisciare, allumacarsi per i pavimenti. Anche quest’anno mi sono rifiutato di partorire; ho eluso con un educato sorriso una possibile proposta di incoronazione; roteando la mano, come a intender «più tardi ne parliamo», ho rifiutato il pontificato; dopo qualche esitazione – non poteva essere il travestimento perfetto? – mi sono rifiutato di morire. Mi sono pettinato sommessamente, adagio. Conscio del carattere di assedio di questa festa totalitaria, sono andato acquistando nei giorni precedenti cibi di varia natura e dimensioni: formaggi teneri, un enorme pane a ruota che non ho osato tagliare, budini da spalmarci un lussuoso appartamento, in alleanza con la maionese e la senape; acque oligominerali, birre deschiumate, vini stappati: silenzio finché s’apra. Non solo cibi: matite temperate, guide di paesi senza ferragosto – Terra di Baffin, Sikkim – edizioni sottovoce di Stendhal; medicine: antiacidi, digestivi, sonniferi completi di silenziatori da sogno. Stampe fiamminghe, casti disegni di desolate brughiere. Bandiere bianche di varia foggia, atte ai più diversi tipi di resa. Dopobarba nobili e volatili simulano giardini e visir. Lentamente, stiro la mia ombra: estremamente rilassante. Altrove, in luoghi seviziati dal Nulla, famiglie intensamente italiane formano una pasta di nonne, genitori, bambini: tutte le parti sono scambiabili. Sono rumorosi e felici. Sono tutti. Per quel che mi riguarda, ho espresso educatamente il mio dissenso agitando gli indici in segno negativo: ma con cautela, fingendo distrazione
Giorgio Manganelli
(Il difetto maggiore degli italiani) Credo che il difetto maggiore degli italiani sia quello di parlare sempre dei loro difetti. In nessun altro paese inchieste simili sarebbero accolte con simpatia: qui vengono sollecitate. Ora, quelle poche volte che sono stato fuori d'Italia mi sono trovato tra popoli perfetti, tra gente che, sapendomi italiano, non mi nascondeva la sua compassione per i miei difetti meridionali e mediterranei. Alla fine mi sono stancato. Ho superato l'età dell'indignazione e non sono più d'accordo con i moralisti di casa che rimproverano all'italiano medio di non essere un paradigma sociale o morale. L'italiano medio è quello che è e i suoi difetti cominciano a piacermi. Mi piace, per esempio, che sia generalmente bugiardo. Non credo che avrebbe potuto vivere in questo paese per tremila anni senza adattare la cruda verità ad una ragionevole menzogna. In un territorio di conquista e d'invasione l'italiano aveva un solo mezzo per difendersi, nascondere la verità o perlomeno ritardarla. (Anche oggi lo Stato, attraverso molti suoi organi, gli impone di essere bugiardo, o reticente). Mi piace che pensi sempre alle donne. Perché non dovrebbe pensare sempre alle donne? Che c'è di meglio? Gli uomini, forse? Bene, allora lasciatemi ai miei gusti. Mi piace che sia pigro. Se, essendo pigro, deve lavorare tanto, figuriamoci se non fosse pigro. Mi piace che sia gentile, sentimentale, cinico, spendaccione, imprudente, frivolo, fastoso nelle sue cerimonie. Sono modi di amare la vita, di volerla capire, di forzarla, di esaltarla. Mi piace che non sia tanto patriottico. Questo gli ha permesso di superare la crisi nazionalistica quasi senza dolore, gli permette oggi di essere uno dei popoli meno razzisti e intolleranti, il più pronto nell'ammirare le virtù degli altri popoli e nel copiare i loro difetti più vistosi. Mi piace che sia generalmente estroverso e che ami vivere alla giornata. Questo gli ha permesso di amare l'arte, di arricchire il suo paese di monumenti o di distruggerli senza troppo rammarico. Mi piace che non abbia molto sviluppato il senso dei rapporti sociali. Nei paesi dove questo senso è molto sviluppato, le maggiori garanzie, il maggior rispetto reciproco non salvano l'individuo da un altro genere di solitudine. I difetti! Tutti ne parlano. Non mi dispiace nemmeno che l'italiano del nord se la pigli tanto con l'italiano del sud e gli rimproveri quei difetti che egli, per le mutate condizioni economiche, non possiede più da qualche decennio. È forse questa una prova che l'italiano non vede al di là del proprio campanile? Bene, anche questo mi piace. È un modo di amare il proprio campanile, una prova che l'italiano ama faziosamente la sua terra perché si riconosce parte di essa, da vivo e da morto. Ed è anche una prova che se non altro sul piano dei difetti, l'unità italiana (della quale si dubita troppo) è cosa fatta. Mi piace infine che l'italiano sia portato alla confusione. Ma c'è un altro modo per salvarsi dall'ordine? Dirò di più: mi piace che ami il suo "particulare", perché questo egoistico amore gli permette di esprimere il suo vero genio, la solidarietà umana, nei momenti veramente difficili. Potrei continuare. Evidentemente, quando si parla dei difetti dell'italiano si prende a confronto un popolo ideale che non esiste in nessuna parte del mondo ma che noi, sempre ottimisti (altro difetto!) crediamo che viva e prosperi realmente. E come lo ammiriamo, questo popolo sconosciuto! Non pensiamo mai che l'italiano ha sviluppato i suoi difetti come altrettante forme di difesa, per aderire ad una realtà storica, al clima, alla povertà del suolo, all'angustia dei mari, alle varie tirannie spirituali ed economiche; per essere, infine, il più razionale ed economico possibile nelle sue manifestazioni di vita, cioè utile a se stesso, e andare avanti, continuare la specie. Senza i suoi straordinari difetti l'italiano oggi non esisterebbe, e sarebbe un gran male. La Natura o, se vogliamo, la Civiltà, ha dato all'italiano un gran compito: quello di sopravvivere. Egli lo assolve pienamente, da secoli, con un impegno che non esclude il divertimento. Si chiedeva uno scrittore americano (mi dispiace di non ricordarne il nome) che cosa resterebbe sulla Terra dopo una terza guerra mondiale. E rispondeva: "Di sicuro, cinquanta milioni di italiani". Ciò può essere triste, ma è anche confortante. Tutto sommato, credo che il gran parlare che sui giornali si fa dei difetti dell'italiano sia anche questa una forma di difesa, la più astuta e disinvolta. Parlandone, si finisce per capirli e per accettarli come la necessaria garanzia che noi non siamo perfetti in niente ma abbastanza vivi e curiosi di noi stessi.
Ennio Flaiano, Frasario Essenziale - per passare inosservati in società, introduzione di Giorgio Manganelli, Bompiani (collana Nuovo Portico, n° 41), 1986¹; pp. 71-73.
Nota: Il volume è una raccolta postuma di scritti inediti e varî (taccuini, appunti, fogli sparsi di diario o di viaggio).
Sdoganiamo anche i criminali
Leggevo che Minnocci s’è vantato di essere criminale e fascista (la zanzara).
Chiaramente i voltairiani gli stanno già dando ragione, così preoccupati della limitazione della libertà di espressione, visto che il complotto dei media mainstream ce li fa trovare sempre più spesso intervistati, ripresi, corteggiati dai giornalisti... che ormai un po’ di rivoluzionarie manganellate e olio di ricino sembrano ormai un passo doveroso.
La disperazione di Pinocchio è ridicola, ma è perfetta. Egli viene continuamente rifiutato, e infine nuovamente accolto; ma nel momento in cui viene accolto, egli fugge di nuovo. Egli deve perdersi per essere trovato, deve essere trovato per perdersi. Egli ama colui o colei che gli dà la disperazione; infatti, la disperazione è l’unità di misura della necessità di un rapporto. Si può dire semplicemente, che egli ha bisogno, è un mendicante di disperazione.
Giorgio Manganelli
«In un regime totalitario la volontà del popolo non conta: ci sono dei manganelli per sistemare tutto. Ma se lo Stato non può più fare uso del bastone il popolo può alzare la voce, allora bisogna controllarne il pensiero con la propaganda, fabbricando il consenso e con delle semplificazioni allettanti per ridurlo all'apatia.» Noam Chomsky
fonte: La Ciurma Anemica