Si possono replicare eventi epidemici come la peste del XIV secolo in Europa, l’influenza cosiddetta «spagnola» o il piú recente virus H1N1? La peste nera (1347-53) uccise un terzo della popolazione del vecchio continente (tra cui la Laura di Petrarca), ma, appunto, non arrivò alla metà degli abitanti, né li sterminò. Del resto nessun virus ha come obiettivo quello di distruggere la specie ospite, altrimenti non sopravvivrebbe. Si diffuse, però, proprio in concomitanza con un incremento significativo della popolazione continentale (che raggiunse i cento milioni), dopo deforestazioni e bonifiche di vasta portata e successivamente a un periodo di gran freddo e carestie. Forse partí dall’Asia, dove le pulci videro morire a milioni i loro ospiti preferiti, i ratti (sconfitti dal freddo e dalla fame), e furono costrette ad attaccare gli umani. In ogni caso anche la peste nera colpí una popolazione numerosa e indebolita.
La pandemia di influenza spagnola (1918-20) fu ancora piú grave e uccise venti milioni di uomini, donne e bambini. Forse fu portata in Europa da soldati americani arrivati per combattere la guerra. Di certo ebbe un tasso di mortalità elevatissimo: in alcune comunità fino al settanta per cento. Con un tasso superiore al cinquanta per cento avrebbe potuto sterminare gli uomini? Sarebbe potuta essere un «collo di bottiglia»? Non possiamo saperlo, fatto è che non lo fu e che, in seguito, furono utilizzati nuovi medicinali e nessun’altra pandemia si mostrò cosí virulenta. Almeno fino alla variante A H1N1, che, comunque, portò alcune vittime solo in Messico e di cui si persero presto le tracce. Ieri come oggi, l’influenza è la piú persistente minaccia per i sapiens, visto anche che le società sono piú interconnesse che in passato. L’influenza è stata l’arma di distruzione di massa piú micidiale del XX secolo. E lo potrebbe essere ancora. Non c’è bisogno di aggiungere che le pandemie, vere o presunte, sono tutte suscettibili di essere usate strumentalmente in quanto chiari segni dell’ira degli dèi. E come tali sono state effettivamente utilizzate (basta ricordare I promessi sposi).
In tempi piú recenti il caso della polmonite Sars (Severe Acute Respiratory Syndrome) è particolarmente emblematico, perché la paura del coronavirus responsabile dell’infezione fece temere qualcosa di simile al vaiolo, nonostante i numeri e i dati fossero, invece, molto diversi. La Sars fu individuata per la prima volta in Cina nel 2002, ma divenne paura globale di pandemia quando interessò le isole britanniche, dove si registrarono sei casi su sessanta milioni di abitanti, una percentuale irrilevante. La mortalità per la Sars è di circa il sette per cento nei Paesi ricchi (fino al quindici per cento in quelli piú disagiati), dunque lontanissima dalle altre pandemie appena riassunte, eppure la paura fu, per alcuni anni, vicina a diventare panico.
Altre malattie, potenzialmente piú devastanti, invece, continuano a non inquietarci. L’Oms ha stimato circa 461 morti per Sars in sei mesi. Nello stesso lasso di tempo ci sono stati due milioni di morti per infezioni respiratorie di altra natura, un milione e mezzo per l’Hiv, un milione per dissenterie e ancora 372 000 casi di morbillo. Ma di queste epidemie non si riscontra alcuna significativa forma di timore. Come la febbre del Nilo occidentale, che diventa paura solo quando interessa alcuni viaggiatori occidentali di ritorno dall’Africa. Il panico mondiale lo creiamo noi, solo perché, nelle nostre convinzioni, il mondo intero corrisponde al nostro mondo ricco, del resto possiamo anche non preoccuparci.
Mario Tozzi, Paure fuori luogo. Perché temiamo le catastrofi sbagliate, Einaudi (collana Passaggi), 2017; pp. 56-58.