I trascendentalisti distinguono tra l’intelletto logico, che analizza i fenomeni materiali, e la Ragione in senso trascendentale, intesa come facoltà intuitiva superiore capace di cogliere l’assoluto.
Giacomo Leopardi opera una distinzione che può apparire analoga, soprattutto nello Zibaldone. Per lui, la ragione meccanica (o “ragione stretta”) è la facoltà logico-analitica che seziona la realtà, distrugge le “amene illusioni” e conduce all’“arido vero”, ossia alla consapevolezza del nulla e dell’infelicità umana.
Leopardi sostiene che le grandi scoperte e la vera conoscenza non derivino da questo calcolo freddo, ma da un’altra facoltà: l’immaginazione, unita al sentire. Solo chi possiede una forte capacità immaginativa e una profonda sensibilità può infatti giungere a quelle intuizioni originarie che precedono e rendono possibile la successiva dimostrazione logica.
Secondo Leopardi, il vero genio - come Newton o Galileo - non è un mero calcolatore, ma un individuo dotato di entusiasmo e di una forza creativa che gli consente di scorgere connessioni là dove la ragione meccanica vede soltanto dati isolati. Sebbene la ragione sia necessaria per confermare la verità, senza l’impulso vitale del sentimento e dell’immaginazione l’uomo resterebbe in uno stato di paralisi intellettuale e spirituale.
Per Leopardi, dunque, la ragione, se isolata, è distruttiva; solo l’unione tra la profondità del sentire e il rigore dell’analisi permette di accostarsi alla complessità dell’esistenza.
L’indagine razionale così come è concepita da Leopardi non tocca mai il trascendente, ma resta sempre circoscritta ai meccanismi della natura, intesa come ente impersonale e privo di finalità. Da qui nasce la necessità di affiancare all’intelletto logico-razionale un’altra facoltà, il sentire, capace di restituire profondità e vitalità all’esperienza umana.
La Ragione dei trascendentalisti, invece, non richiede un’integrazione tra logica e sentimento, poiché si configura come un’unità originaria: essa è espressione della persona divina e rappresenta una facoltà alla quale l’intelletto umano può in qualche misura attingere. In questo senso, la Ragione trascendentalista è già sintesi, mentre in Leopardi la sintesi resta sempre incompiuta.
A mio parere, Leopardi ha vissuto entro un limen storico e culturale che non gli ha consentito di trovare uno sbocco compiuto, oltre lo scetticismo espresso attraverso il dubbio, per la propria filosofia. Se la sua breve esistenza si fosse prolungata, è plausibile che sarebbe entrato in contatto con nuovi stimoli filosofici capaci di sviluppare ulteriormente il suo concetto di sentire, rafforzandone il primato - da lui stesso riconosciuto - sulla fredda ragione analitica.








