– “Noi rispettiamo e veneriamo chi è di nobile origine, ma chi è di natali oscuri, né lo rispettiamo, né l’onoriamo. In questo, ci comportiamo gli uni verso gli altri da barbari, poiché di natura tutti siamo assolutamente uguali, sia Greci che barbari. Basta osservare le necessità naturali proprie di tutti gli uomini […] nessuno di noi può esser definito né come barbaro né come greco. Tutti infatti respiriamo l’aria con la bocca e con le narici.” (Antifonte, V secolo a.C.)
– “Homo sum, humani nihil a me alienum puto.” (Sono un essere umano, niente di ciò ch’è umano mi è estraneo). (Terenzio, “Heautontimorùmenos“, v. 77, 165 a.C.)
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Dalla mia raccolta di pietre miliari del pensiero calante d'Occidente, che potete trovare qui:
C’è tutto un lato umano, dietro questa iniziativa di crowdfunding, che ci sta permettendo prima di tutto di riuscire a creare una rete sociale sana, affine al nostro modo di pensare, di essere, di concepire la realtà. Sembra una cosa scontata, banale, invece per noi non lo è.
Avevamo già accennato a quanto il nostro ambiente non sia per niente incoraggiante: la mentalità del “lavora o sei un fallito” è molto forte, maschi o femmine, anziani o giovani, laureati o no, si sta con la cosa che qualsiasi lavoro tu riesca a trovare va bene e devi accettarlo. I primi ad andarci contro, infatti, sono stati proprio i “lavoratori”, proprio quelli che vengono costantemente umiliati a lavoro da condizioni al limite dell’illegalità. Nessuna solidarietà da parte loro, nessun consiglio utile che vada oltre il “sempre meglio di niente”. Al di là, poi, della mancanza di tatto e di educazione.
Tempo fa, in un gruppo di lavoro su Facebook, ho chiesto un consiglio: Come ci si comporta quando vedi un “cercasi commessa” in un panificio qualsiasi del tuo paese? Per molti poteva suonare banale, scontato, ma se una persona avanza una domanda, un dubbio, evidentemente per lei la risposta non è così scontata o ci sono dei dubbi, delle insicurezze che la bloccano e quindi ricevere qualche linea guida può darle quella rappresentazione mentale della situazione che la aiuterebbe a sentirsi in grado di riuscire ad affrontarla. Quasi tutte le persone che hanno scelto di dare una risposta (perché dare una risposta, scrivere un commento sui social è una scelta, nessuno ci interpella personalmente tranne in casi specifici, nessuno ci chiama in causa personalmente ma decidiamo di intervenire in un dibattito libero in cui la nostra opinione è un plus) sono stati cortesi, alcuni hanno anche speso qualche parola di incoraggiamento. Una ragazza invece è arrivata dall’alto della sua sapienza e arroganza a denigrare la domanda, prendendomi quasi per idiota perché è una cosa banale: “Ma come ti vuoi comportare, scusa?” “Ma quanti anni hai?”. Inizialmente ho tentato una risposta cortese ma la ragazza era in vena di polemiche sterili ed inutili e allora mi sono limitata a segnalare i commenti ai moderatori del gruppo senza darle più credito.
Purtroppo gente come loro è gente che è “allenata” ad essere così, a lottare per un pezzo di carne ringhiando contro e attaccando chi per un qualsiasi motivo si avvicina, vivendo nella rabbia e nella frustrazione costanti. Insomma la guerra tra poveri, dove il problema non viene dall’alto, chi ti strema e ti deumanizza, ma è chi ti sta vicino e non l’ambiente tossico che vivi, ma chi condivide con te esperienze terze che dovrebbero spingervi alla cooperazione e collaborazione. Da piccola credevo fosse un problema di carattere: c’è chi è più gentile, chi meno, chi ha un temperamento più aggressivo, chi più remissivo; ed invece non è solo un problema di “natura”, ma sistemico, più grande e complesso. È una cultura e dunque educazione non solo a tirare acqua solo al proprio mulino, ma farlo saccheggiando e distruggendo il mulino del vicino e più è misero più va distrutto.
Prescindendo dall’argomento sul come ci si dovrebbe comportare sui social — e non solo —; la cosa che ci è venuta in mente, dopo averne parlato al resto dei membri di Edi.Po., è proprio il fatto che i “nemici” non sono solo i datori di lavoro ma spesso e soprattutto, perché lo sono in una maniera meno palese e più subdola, i lavoratori stessi, i “colleghi”.
Un utente su Facebook diceva di evitare di lasciare il curriculum ai dipendenti ché nella maggior parte dei casi li cestinano prima ancora di farli arrivare al capo. C’è stato chi ha risposto malamente dicendo “Ma che stai dicendo? Ma dove vivi?”, ma quanto è lontana dalla realtà questa affermazione? Nemmeno così tanto. Molti, infatti, tendono a lamentarsi dei propri colleghi — anche su questo argomento, i gruppi di Facebook sono una fonte preziosa — in molti infatti tendono a scrivere di loro colleghi che, tanto per fare un esempio, mandano loro mail denigratorie riguardo il lavoro che hanno compiuto ma gli esempi sarebbero parecchi. O anche, in realtà più piccole, ché sono quelle che appartengono a noi di Edi-po dato che la realtà che viviamo al momento è quella paesana, mi viene in mente quella volta in cui andai a fare un giorno di prova in un negozio d’abbigliamento cinese — ovviamente gratis —; ero diplomata da poco, le commesse erano delle mie coetanee ed una di loro, la più esuberante, inspiegabilmente dato che avevamo avuto giusto qualche scambio di battute riguardanti il lavoro stesso e nemmeno minimamente confidenziali, a fine giornata convinta che non potessi sentirla iniziò a sbraitare col cinese proprietario del negozio contro di me dicendo delle cose assurde con una rabbia ingiustificata come se avessimo avuto un litigio o qualcosa di simile. Vero è che eravamo entrambe poco più che ventenni, ma chiedo di nuovo: quanto questo effettivamente è lontano dalla realtà, al di là dell’età? Noi di Edi-Po. crediamo non così tanto.
Abbiamo iniziato Edi.Po. che fondamentalmente avevamo pochissimi contatti. Potrebbe sembrare una scelta discutibile, di sicuro poco furba perché su un piano utilitaristico, sul piano del profitto, semplicemente: se i contatti sono pochi, hai poca visibilità, poca condivisione e dunque automaticamente poche donazioni. Anche su questo non rientriamo nei sistemi classici del “business”, non riusciamo nemmeno qua ad essere come il sistema vorrebbe che fossimo. Abbiamo pensato: Abbiamo questa idea, abbiamo questo progetto, noi ci crediamo e lo troviamo valido e se ci crediamo abbastanza anche chi si troverà vicino a noi ci crederà. Ci stiamo insomma facendo conoscere e per fare questo stiamo superando parecchie timidezze, senso di inadeguatezza, vergogna, inibizioni, pensando che puntando sulla discrezione, sulla chiarezza e sulla cortesia un qualche risultato lo raggiungeremo e così sta avvenendo. A livello umano stiamo riuscendo, come dicevamo, a creare una rete sociale sana, che ci permette di allontanarci dalla nube tossica di cui siamo circondati e questo ci aiuta a continuare a credere in questo progetto, all’aiuto che potremmo dare oltre a quello che stiamo ricevendo. È in questa cooperazione e collaborazione che noi crediamo e puntiamo e vedere che c’è chi è disposto a collaborare con noi ci ricorda che sì, le realtà fuori sono parecchio spietate, difficili, annichilenti e avvilenti, ma non c’è solo questo, c’è chi vi partecipa cosciente che quello che vive non dovrebbe essere la normalità. Ciò che speriamo dunque, parallelamente alla possibilità di riuscire a raggiungere l’obiettivo, è di riuscire ad estendere questa rete sociale e costruire un impegno civile.
Per chi volesse lasciare un piccolo contributo o volesse aiutarci a dare visibilità al nostro progetto:
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Fa qui la sua comparsa un altro dei concetti-chiave dell’opera sartriana, quello di “progetto”, mediante il quale il nostro autore, oltre a identificare l’uomo, gli conferisce la decisiva e non delegabile responsabilità di costruire il proprio futuro e con esso quello di tutta l’umanità. A questo riguardo, Sartre chiarisce pure il significato da lui attribuito al termine “soggettivismo”, che deve essere interpretato nel senso che non esiste per l’uomo la possibilità di superare la propria soggettività, mentre resta fuori discussione il fatto che le scelte di ciascuno si riverberano su tutti.
Ecco che l’estenzialismo sartriano rivela una delle sue più interessanti componenti: la vita umana è responsabilità continua che coinvolge sempre tutti; proprio perché non può fare appello a niente che lo superi, all’uomo resta soltanto un orizzonte umano, ove si muovono unicamente uomini, tutti vicendevolmente responsabili delle scelte che operano nella concretezza della vita di ogni giorno.
Dalla consapevolezza di essere totalmente solo, totalmente libero e totalmente responsabile sorge nell’uomo un forte senso di angoscia: egli sa che non può sfuggire alle scelte che gli si impongono, ma sa altrettanto bene che l’ineludibile dimensione della possibilità, nella quale è calato, non gli offre alcuna garanzia riguardo al futuro e al progetto che vorrebbe realizzare. Stretto fra libertà e possibilità, fra responsabilità e solitudine, cosciente che non c’è niente che lo indirizzi o lo obblighi in un senso piuttosto che in un altro, l’uomo sartriano è dunque preda dell’angoscia, che, a differenza della paura, non ha un oggetto o una causa precisi, ma è piuttosto l’indeterminato sentimento della pura possibilità, qualcosa che dà una vertigine quasi insopportabile.
— Introduzione a L'esistenzialismo è un umanismo di Jean-Paul Sartre
«Siamo fratelli, perché siamo perduti su un piccolo pianeta di periferia che ruota attorno a un sole suburbano, in una galassia ai margini di un mondo privo di centro. Siamo qui, ma abbiamo le piante, gli uccelli, i fiori, la diversità della vita, le possibilità della mente umana. Qui si trovano, ormai, il nostro solo fondamento e il nostro ritorno alle origini, il solo possibile.»
"La natura ci ha generato fratelli, poiché ci ha creato dalla stessa materia e indirizzati alla stessa meta; ci ha infuso un amore reciproco e ci ha fatti socievoli. Ha stabilito l'equità e la giustizia; in base alle sue norme, chi fa del male è più sventurato di chi il male lo riceve; per suo comando le mani siano sempre pronte ad aiutare. Medita e ripeti spesso questo verso: Sono un uomo, e niente di ciò che è umano lo giudico a me estraneo"
Seneca, "Epistulae morales ad Lucilium" 95 , 52-53 (che nella parte finale sembra citare letteralmente l'Homo sum, humani nihil a me alienum puto di Terenzio, “Heautontimorùmenos“, v. 77, 165 a.C.)
La normalizzazione del transgenderismo da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) non può sorprendere se si conoscono le radici umaniste, e quindi atee, di questa agenzia dell'ONU. L'umanismo vede come nemica la morale naturale, da superare soprattutto nell'educazione dei bambini.
di Roberto Marchesini (29-08-2019)
Come i lettori de La Nuova Bussola Quotidiana sanno (clicca qui), l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS) non considera più il transgenderismo come un disturbo mentale. Questa la motivazione: «La rimozione da parte dell'OMS del "disturbo dell'identità di genere" dal suo manuale diagnostico avrà un effetto liberatorio sulle persone transgender in tutto il mondo».
Se eliminassero dai manuali anche i calcoli renali avrebbero la mia eterna gratitudine…
Comunque sia, questa decisione ha suscitato reazioni stupite e scandalizzate: com’è possibile che l’OMS, la più autorevole istituzione scientifica mondiale, che ha come obiettivo «il raggiungimento da parte di tutte le popolazioni del livello più alto possibile di salute, definita nella medesima costituzione come condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non soltanto come assenza di malattia o di infermità» (clicca qui), abbia preso una decisione simile?
Credo che lo stupore e lo scandalo siano frutto di un fraintendimento. Innanzitutto, l’OMS non è una organizzazione scientifica, bensì politica.
Poi bisogna capire cosa essa intenda con «il raggiungimento da parte di tutte le popolazioni del livello più alto possibile di salute, definita nella medesima costituzione come condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non soltanto come assenza di malattia o di infermità».
Partiamo dall’inizio.
Il primo direttore dell’OMS fu Brock Chisholm, veterano della Prima Guerra Mondiale, psichiatra e umanista. Nel 1945, a pochi mesi dal termine della Seconda Guerra Mondiale, Chisholm tenne negli Stati Uniti una serie di conferenze delle quali ci è pervenuto il testo (clicca qui). Il tema di queste conferenze è il mantenimento della pace e Chisholm ritiene che lo strumento principale per raggiungere questo obiettivo sia eliminare un tipo di personalità patologica caratterizzata da sottomissione all’autorità, conservatorismo sessuale e politico e religiosità superstiziosa:
«L'unico minimo comune denominatore di tutte le civiltà e l'unica forza psicologica capace di produrre queste perversioni [il senso di inferiorità, di colpa, la paura e, in ultima istanza, la guerra] è la moralità, il concetto di bene e di male [...] La re-interpretazione e alla fine lo sradicamento del concetto di bene e di male che è stato la base dell'educazione infantile, la sostituzione del pensiero intelligente e razionale al posto della fede nelle certezze degli adulti, questi sono gli obiettivi ultimi di ogni psicoterapia efficace. […] Se l'umanità deve essere liberata da questo fardello paralizzante del [concetto di] bene e male, sono gli psichiatri che se ne devono assumere la maggiore responsabilità. […] La cosa più importante al mondo oggi è l'educazione dei bambini».
Quale direzione occorre dare all'educazione dei bambini? «La persona matura» scrive Chisholm, «ha soprattutto le qualità dell'adattabilità e del compromesso. Sostanzialmente, la maturità rappresenta un unico amalgama di due cose: 1 – l'insoddisfazione per lo status quo, che spinge ad uno sforzo aggressivo e costruttivo e, 2 – interesse e devozione per la società». Nel 1972 questa organizzazione ha pubblicato un rapporto il cui titolo ricorda quello del libro di Chisholm: Apprendre à être (Imparare ad essere). In questo documento si chiarisce che «Il fine della pedagogia è di fare in modo che “lo spirito non si fermi in persuasioni definitive”, ma al contrario “divenga pronto a cambiare”. Si afferma la necessità di “educare il pensiero in modo tale che esso sia atteggiato ad ipotizzare una molteplicità di soluzioni”». Ovviamente, chiarisce Chisholm in un altro suo scritto (Can people learn to learn?), l'educazione infantile deve essere impartita fuori dal controllo dei genitori, poiché essi sono responsabili di una educazione tradizionale (cioè morale, soprattutto per quanto riguarda il sesso).
A capo di un’altra agenzia delle Nazioni Unite, l’UNESCO, fu posto sir Julian Huxley, fratello dello scrittore Aldous e nipote di Thomas, detto «il mastino di Darwin». Julian Huxley condivide con Chisholm sia l’evoluzionismo che l’appartenenza all’umanismo.
Ma cos’è l’umanismo?
La prima associazione umanista fu la American Humanist Association, fondata a Londra nel 1941 dal ministro unitariano Curtis Reese; nel 1952, ad Amsterdam, nacque la International Humanist and Etical Union, un ombrello per tutte le associazioni umaniste nazionali. I principi ispiratori dell'American Humanist Association vennero fissati nel 1933 da un altro ministro unitariano, Raymond Bragg. Bragg redasse (insieme ad altri) il primo Manifesto Umanista; in questo documento possiamo leggere affermazioni come le seguenti: «Gli umanisti religiosi considerano l'universo come auto-esistente e non creato. L'Umanesimo crede che l'uomo è parte della natura e che è emerso come risultato di un processo continuo. […] L'individuo nato in una cultura particolare è in gran parte plasmato da tale cultura. […] Diamo per scontato che l'umanesimo prenderà la via dell'igiene sociale e mentale [...] le istituzioni religiose, le loro forme rituali, i metodi ecclesiastici e le attività comunitarie devono essere ricostituiti il più rapidamente possibile, al fine di funzionare efficacemente nel mondo moderno». In buona sostanza, un insieme di materialismo, darwinismo, eugenetica, ateismo.
Al primo seguì, nel 1973, un secondo Manifesto Umanista nel quale leggiamo:
«Riteniamo [...] che le religioni tradizionali dogmatiche o autoritarie hanno posto la rivelazione, Dio, il rituale, o un credo al di sopra dei bisogni e dell'esperienza umani e provocano un disservizio alla specie umana. […] Per quanto ne sappiamo, l'intera personalità è una funzione dell'organismo biologico che interagisce in un contesto sociale e culturale. Non ci sono prove credibili che la vita sopravvive alla morte del corpo. […] Nel campo della sessualità, riteniamo che gli atteggiamenti intolleranti, spesso coltivati dalle religioni ortodosse e dalle culture puritane, reprimono indebitamente la condotta sessuale. Dovrebbe essere riconosciuto il diritto al controllo delle nascite, all'aborto e al divorzio. Se da una parte noi non approviamo forme di espressione sessuale che prevedono il degrado o lo sfruttamento, dall'altra non vogliamo vietare, per legge o sanzione sociale, il comportamento sessuale tra adulti consenzienti. Le molte varietà di esplorazione sessuale non dovrebbero di per sé essere considerate "male". Senza incoraggiare il permissivismo senza cervello o la promiscuità sfrenata, una società civile dovrebbe essere tollerante. A costo di danneggiare altri o costringerli a fare lo stesso, agli individui dovrebbe essere permesso di esprimere le proprie inclinazioni sessuali e perseguire loro stili di vita come desiderano. Vogliamo coltivare lo sviluppo di un atteggiamento responsabile verso la sessualità, nel quale gli esseri umani non sono sfruttati come oggetti sessuali, e nel quale l'intimità, la sensibilità, il rispetto e l'onestà nei rapporti interpersonali sono incoraggiati. L'educazione morale per bambini e adulti è un modo importante di sviluppare la consapevolezza e la maturità sessuale. […] Per migliorare la libertà e la dignità dell'individuo bisogna sperimentare la gamma completa delle libertà civili in tutte le società. Questa include la libertà di parola e di stampa, la democrazia politica, il diritto legale di opposizione alle politiche governative, il processo giudiziario equo, la libertà religiosa, la libertà di associazione e la libertà artistica, scientifica e culturale. Essa include anche il riconoscimento del diritto di un individuo a morire con dignità, l'eutanasia, e il diritto al suicidio. [...] La comunità mondiale deve impegnarsi nella pianificazione cooperativa per quanto riguarda l'uso delle risorse in rapido esaurimento».
L'umanismo si qualifica quindi come un razionalismo ateo fortemente avverso alla morale tradizionale.
Umanista fu l'eugenetista Margaret Sanger (clicca qui), ideatrice del Negro Projectper la sterilizzazione totale della popolazione nera negli Stati Uniti e fondatrice della controversa associazione Planned Parenthood Federation of America (PPFA), recentemente al centro di scandali per la vendita di organi di bambini abortiti (clicca qui).
Umanista fu anche Mary Calderone, fondatrice del SIECUS (Sex Information and Education Council of the United States). Francese, laureata in medicina nel 1939, nel 1941 sposò il medico di origini italiane Frank Calderone (che poco dopo divenne il braccio destro di Chisholm presso l'OMS). Nel 1953 divenne direttore medico della PPFA, che lasciò nel 1964 per fondare il SIECUS con l'obiettivo esplicito di diffondere l'educazione sessuale. Tra i finanziatori del SIECUS bisogna ricordare Hugh Hefner, fondatore di Playboy, e il Kinsey Institute; tra i fondatori Wardell Pomeroy - assistente di Alfred Kinsey - e John Money, divenuto famoso per il caso dei gemelli Reimer.
Questa è l’ideologia sulla quale si basano l’ONU e le sue agenzie, OMS compresa. È chiaro, quindi, che «il raggiungimento da parte di tutte le popolazioni del livello più alto possibile di salute, definita nella medesima costituzione come condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non soltanto come assenza di malattia o di infermità» significa il rifiuto della morale tradizionale. Con queste premesse… ci si può davvero ancora stupire?
L'Occidente (e, segnatamente, il versante europeo dell’Occidente) ha un futuro se riuscirà a tenere fede ai principi che sbandiera e se, nel contempo, sarà capace di affermare codesti principi nel rispetto della Madre Terra in cui tutti dobbiamo necessariamente convivere. Non se continua a cercare capri espiatori negli immigrati neo-arrivati o nei rom che sono qui dai tempi dei tempi. E neanche se cerca di rincorrere il capitalismo cinese cancellando i diritti acquisiti e continuando a rincorrere uno sfruttamento incessante e predatorio del territorio e degli uomini.
Abbiamo bisogno di un nuovo umanismo ed anche di nuove utopie, e abbiamo bisogno di un modo e di uno spazio per diffonderle queste utopie, visto che qui in rete predominano le emozioni sui ragionamenti e tutto si appiattisce in un nulla indistinto e privo di senso (a meno che non consideriamo senso la quantità di clic e la manipolazione delle scelte e dei consensi dell’utente/cliente-elettore).
Diverso (a mio modesto parere) dall'Umanesimo Rinascimentale, che esaltava l’antropocentrismo a causa della magnificenza delle opere dell’uomo e della sua capacità di autodeterminarsi.
Immagino che coloro che davvero studiano Filosofia all'Università, o che sono loro stessi dei filosofi, cominceranno a scuotere criticamente la testa e, come ogni buon filosofo della storia, affileranno i loro dialettici coltelli pronti a dimostrare come la mia precedente affermazione sia errata.
A voi signori filosofi chiedo, umilmente, di aspettare. So che dire che Umanismo ed Umanesimo non sono sinonimi è una baggianata. Quindi, dopo questo bell'atto di autocoscienza, vi prego di continuare a leggere e comprendere le mie ragioni, e quindi scagliarmi contro i vostri coltellacci. Ne avete il pieno diritto. Altrimenti, evitate di leggere, e vi risparmierete tempo, fatica, raziocinio, e soprattutto astruserie dialettiche, che benché infinite è sempre meglio usarle con parsimonia.
Ora, mi rivolgo a tutti i plebei come me.
Cos'è per me l’Umanismo?
Partiamo da questa domanda, e sarei felice se qualcun’altro tra voi trovasse le parole per rispondervi. Mi piacciono i confronti, ed ora capirete anche perché.
Con il termine “Umanismo” personalmente intendo una versione definibile come “avanzata” della filantropia. Laddove la filantropia si limita ad apprezzare la compagnia dell’uomo, e dunque risulta in una considerazione dell’essere umano prettamente superficiale, come un qualcosa di bello di cui circondarsi e di cui condividere l’essenza, l’Umanismo è vero e proprio amore per l’Uomo. Un amore incondizionato, che riconosce ed adora l’Uomo in tutte le sue forme, nel bene e nel male. Difatti, l’Umanismo è una condizione filosofica che forse va oltre la morale sociale, e che con questa si scontra.
Amare l’uomo al di là del bene e del male significa difatti riconoscere la grandezza dell’uomo non solo nelle sue opere migliori, ma anche e soprattutto in quelle sue più meschine e peggiori. Riconoscere come anche la menzogna, il delitto, la frode, la guerra, il massacro e quanto di più orribile e deprecabile, secondo un’etica benpensante e mal formatasi, sia grande perché correlato all'Uomo.
Questo non significa che l’Umanista giustifica il delitto eccetera, non fraintendiamo. Tuttavia, guarda al delitto come si potrebbe guardare a qualsiasi altra cosa che l’uomo possa compiere, poniamo l’invenzione della penicillina.
Cosa mi dice che somministrare muffa a dei malati per farli guarire sia più grande di uccidere qualcuno? Non prendiamoci in giro: la morale cristiana.
Il comandamento del “Non uccidere” mi è risuonato nelle orecchie non appena ho digitato la prima lettera del periodo precedente.
“Non uccidere”, perché è eticamente sbagliato per un essere togliere la vita, dono di Dio, ad un altra creatura a lui simile. Non uccidere, perché quello che Dio ha disposto nessun uomo potrà modificare.
Eppure, signore e signori, l’uomo uccide.
Dio potrà anche far risuonare all'infinito le sue trombe, ma l’uomo continuerà ad uccidere, a mentire, a desiderare robe e donne d’altri, a disonorare padre madre nonni e zii, a non rispettare il sabato e, soprattutto, ad avere ben altri dei all’infuori di lui.
Ne deriva, purtroppo, che uccidere è umano, mentire è umano, peccare (e non sbagliare, attenzione) è umano tanto quanto è umano amare, credere, inventare, compiere buone azioni, rispettarsi, desiderare la pace, salvare gente, essere eletti presidenti eccetera eccetera.
L’Umanista, dunque, riconosce come entrambe queste componenti facciano l’uomo. Come già aveva detto Eraclito, d’altra parte: la complementare lotta degli opposti, il fatto che la salita sia solo una discesa vista da una diversa prospettiva. Così per l’uomo, come l’Umanista capisce, il bene è solo una visione prospettica del male, e viceversa. Ed ama l’Uomo proprio per questo, in quanto essere talmente debole e spaventato da non riuscire a riconoscere quanto questa contrapposizione essenziale a lui intrinseca sia proprio ciò che lo rende magnifico.
Si chiederà allora all’Umanista: perché se il bene ed il male possono dirsi la stessa cosa, esiste una definizione di ciò che è bene e di ciò che è male? Perché l’uomo ha sentito il bisogno di darsi un Dio che gli dicesse che è giusto venerarlo e che è sbagliato pronunciare il suo nome invano?
La risposta è la stessa: l’uomo è debole proprio perché conscio dell’inconciliabilità delle sue due “nature” (e qui ritorna la dicotomia apollineo e dionisiaco di nietzschiana memoria). E’ la consapevolezza di sè in quanto ente, la più grande e peculiare facoltà umana, quella che ci distingue dalle beste, che spinge l’uomo a cercare rifugio da questa sua condizione nell’autoimporsi una legge. Il problema dell’autoimposizione è che una legge creata dall’uomo per l’uomo è suscettibile della stessa sua dicotomia, come se questa fosse una malattia ereditaria. Per superare la debolezza della natura umana, e al contempo per sostenerla, è stato necessario che affinché la legge fosse “giusta” e pura derivasse da un entità superiore all'uomo stesso, appunto la divinità. Che, in quanto altro rispetto all'uomo, non gode delle sue stesse proprietà essenziali.
Quindi, insomma, l’Umanista accetta anche che l’uomo creda in un Dio, ma solo perché riconosce che Dio è un bisogno razionale dell’uomo, ed indica allo stesso modo la potenza razionale dell’uomo, capace di andare così oltre la sua dimensione da creare un essere onnipotente.
E con Dio, l’Umanista riconosce anche che è giusto per l’uomo credere nell’esistenza di un bene assoluto. Ma, ecco, l’Umanista sta che il bene assoluto non esiste, ed è solo una sorta di meccanismo di autoconservazione dell’uomo rispetto a sé stesso. Come fosse uno spauracchio con cui mettere a freno la sua devastante (basti pensare alla bomba atomica, eh) potenza.
Dunque, Umanismo è riconoscere entrambe l’essenze del bene e del male come umane, accettarle, ed amare l’uomo proprio per questa sua completezza essenziale, questo suo essere yin e yang e quindi in armonia col cosmo, col principio del caos calmo ecc ecc ecc.
Ma l’Umanista, signore e signori, l’Umanista è odiato dall'Uomo.
Perché?
Perché, insomma, questo povero Uomo ha impiegato letteralmente tutta la sua esistenza, da quando era ancora un semplice Homo erectus, per dimenticare, seppellire e deprecare questa sua verace e ferina natura, addirittura si è creato un Dio ed ha speso più di duemila anni (vedasi alla voce: Medioevo e Filosofia medioevale) per dimostrare a sé stesso l’esistenza e la dignità di questo Dio buono, uno e trino, talmente magnanimo da inviare sulla terra suo figlio, umano e divino, che, guarda caso, è stato proprio vittima di quella sete di sangue caratteristica della nostra umana natura oscura. Dunque, è comprensibile (e l’Umanista lo comprende) che quando l’Uomo sente che è per lui possibile essere amato non solo perché buono, ma anche perché è malvagio, e che è giusto che lo sia, ecco, a questo punto la cicuta viene offerta a Socrate.
Ed è giusto così.
Con questo si spiega l’impopolarità dell’Umanismo, ed a poco è servito che Sartre affermasse che l’Esistenzialismo è un Umanismo. E figuratevi se Nietzsche, che adesso viene letto anche dai dodicenni, ha più qualche autorità su questo argomento.
Non perché i dodicenni siano stupidi. Ce ne sarà qualcuno di buono. Ma, insomma, dai, avete capito. Purtroppo o testi di Nietzsche sono diventati una sorta di blockbuster filosofici. Fortuna che la sua filosofia, almeno quella, resta salva.