JEAN BAUDRILLARD — Il sistema degli oggetti L'oggetto marginale - L'oggetto antico
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JEAN BAUDRILLARD — Il sistema degli oggetti L'oggetto marginale - L'oggetto antico
I. Trucco.
Nel 1951, una fotografia largamente diffusa nella stampa americana costava l'incarico, a quanto si dice, al senatore Millard Tydings: questa fotografia rappresentava il senatore in una conversazione con il leader comunista Earl Browder. Si trattava in realtà di una foto truccata, costituita dall'accostamento artificiale dei due visi. L'interesse metodico del trucco sta nell'intervenire all'interno stesso del piano di denotazione, ma a posteriori; esso utilizza la credibilità particolare della fotografia, che non è altro (come si è visto) che il suo eccezionale potere di denotazione, cioè di riuscire a far passare come semplicemente denotato un messaggio che, in effetti, è fortemente connotato; in nessun altro trattamento la connotazione acquista in modo così completo la maschera 《oggettiva》 della denotazione. Naturalmente, il significato è possibile solo in quanto vi sia una riserva di segni, abbozzo del codice; qui, il significante è l'atteggiamento assunto durante la conversazione dai due personaggi; si badi che questo atteggiamento diventa segno soltanto per una certa società, cioè soltanto in relazione a certi valori: è l'anticomunismo accogliato dell'elettorato americano che trasforma il gesto degli interlocutori nel segno di una riprovevole familiarità; in altri termini, il codice di connotazione non è né artificiale (come in una vera e propria lingua), né naturale: è storico.
ROLAND BARTHES L'ovvio e l'ottuso, I La scrittura del visibile
Pochi mesi prima [Marx] aveva pessimisticamente affermato: «dopo le esperienze degli ultimi dieci anni, il disprezzo per le masse come per gli individui deve essere cosí cresciuto in ogni essere pensante che “odi profanum vulgus at arceo” è una regola di vita quasi imposta. Ciò nonostante, anche questi sono stati d’animo da filisteo, che verranno spazzati via dalla prima tempesta»*.
In maggio, sosteneva soddisfatto: «nell’insieme il periodo attuale è gradevole. A quanto pare la storia è in procinto di prendere ancora un nuovo inizio e i segni della dissoluzione ovunque sono deliziosi per ogni mente che non sia propensa alla conservazione dello stato di cose esistenti».
*La citazione latina «ho in odio la plebe ignorante e le sto lontano» è tratta da ORAZIO, Odi Epodi, libro III, 1.
— MARCELLO MUSTO Karl Marx Biografia intellettuale e politica 1857-1883
Rivelò, dunque, a Engels, che al tempo viveva e lavorava a Manchester, tutte le difficoltà della propria condizione: «[sono] senza prospettiva e con le spese famigliari in aumento. Non so assolutamente cosa devo fare e, in realtà, sono in una situazione piú disperata di cinque anni fa. Credevo di essermi già sorbito la quintessenza di questa merda, ma non è cosí». Questa dichiarazione sorprese profondamente Engels il quale, [...] come fece sempre nel corso della sua esistenza, venne in soccorso dell’amico, al quale inviò cinque sterline ogni mese, raccomandandogli di non esitare a rivolgersi ancora a lui, in caso di ulteriori difficoltà.
Il ruolo di Engels non si limitò certo al solo sostegno finanziario. Nel profondo isolamento in cui Marx trascorse quegli anni, tramite il fitto carteggio intercorso tra i due, Engels fu l’unico punto di riferimento col quale sviluppare un confronto intellettuale: «piú di ogni altra cosa devo avere la tua opinione» il solo amico con cui confidarsi nei momenti di sconforto: «scrivi presto, perché ora le tue lettere mi sono necessarie per rifarmi coraggio. La situazione è schifosa»; nonché il compagno col quale condividere il sarcasmo che gli accadimenti suggerivano: «invidio i tipi che sanno fare capriole. Deve essere un mezzo stupendo per levarsi di testa la rabbia e la sozzura borghese».
Molto presto, infatti, l’incertezza del vivere divenne ancora piú pressante. L’unica entrata di Marx, accanto all’aiuto garantitogli da Engels, consisteva nei compensi percepiti dal quotidiano «New-York Tribune». Gli accordi circa la sua collaborazione mutarono, però, in seguito allo scoppio della crisi economica, che aveva investito, di riflesso, anche il giornale statunitense. Sebbene Marx fosse, assieme al viaggiatore e scrittore americano Bayard Taylor, l’unico corrispondente dall’Europa a non essere stato licenziato, la sua collaborazione fu ridotta da due a un solo articolo alla settimana e — «quantunque in tempi di prosperità non mi diano mai un centesimo di piú» — la sua retribuzione dimezzata. Marx commentò la vicenda con tono umoristico: «c’è una certa ironia del destino nell’essere personalmente coinvolto in queste maledette crisi».
In ogni caso, poter assistere al collasso finanziario fu per lui uno spettacolo assolutamente impareggiabile: «è bello che i capitalisti, che gridano cosí tanto contro il “diritto al lavoro”, ora esigono dappertutto “pubblico appoggio” dai governi, e […] fanno insomma valere il “diritto al profitto” a spese della comunità» e, a dispetto della sua inquietudine, annunciò a Engels: «per quanto mi trovi io stesso in indigenza, dal 1849 non mi sono mai sentito tanto a mio agio come con questo crollo».
— Marcello Musto Karl Marx Biografia intellettuale e politica 1857-1883
È come se le tre componenti del processo di produzione — pianificazione intellettuale e marketing, produzione materiale, acquisizione delle risorse materiali — stessero diventando progressivamente autonome, emergendo come sfere separate. Nelle sue conseguenze sociali, questa separazione si mostra nella forma delle «tre classi principali» delle società sviluppate attuali, che sono precisamente non classi, ma tre frazioni della classe lavoratrice: i lavoratori intellettuali, la vecchia classe operaia manuale e i reietti (i disoccupati, coloro che vivono negli slum o negli interstizi dello spazio pubblico). La classe lavoratrice è quindi divisa in tre frazioni, ognuna delle quali con il proprio «modo di vivere» e la propria ideologia: l’edonismo illuminato e il multiculturalismo liberale per la classe intellettuale; il fondamentalismo populista per la vecchia classe operaia; forme più estreme e singolari per la frazione dei reietti. In hegelese, questa triade è chiaramente la triade dell’universale (lavoratori intellettuali), del particolare (lavoratori manuali), e del singolare (i reietti). L’esito di questo processo è la disintegrazione graduale della vita sociale vera e propria, di uno spazio pubblico in cui tutte queste tre frazioni potrebbero incontrarsi, e la politica dell’«identità» in tutte le sue forme è un supplemento di questa perdita. La politica dell’identità acquista una forma specifica all’interno di ogni frazione: la politica dell’identità multiculturale nella classe intellettuale; il fondamentalismo populista regressivo nella classe operaia; gruppi semi-illegali (bande criminali, sette religiose ecc.) tra i reietti. Ciò che hanno in comune è il ricorso all’identità particolare come sostituto dello spazio pubblico mancante.
Il proletariato è quindi diviso in tre parti, ognuna delle quali viene fatta giocare contro le altre: i lavoratori intellettuali pieni di pregiudizi culturali contro gli operai «retrogradi»; gli operai che esternano un odio populista per gli intellettuali e i reietti; i reietti che sono in antagonismo con la società in quanto tale. Il vecchio slogan «Proletari, unitevi!» è quindi più pertinente che mai: nelle nuove condizioni del capitalismo «postindustriale», l’unità delle tre frazioni della classe lavoratrice è già la loro vittoria. [...]
– SLAVOJ ŽIŽEK Dalla tragedia alla farsa Ideologia della crisi e superamento del capitalismo
Nei bei vecchi tempi del Socialismo realmente esistente, tra i dissidenti veniva usata una barzelletta popolare per illustrare la futilità delle loro proteste. Nel quindicesimo secolo, quando la Russia era occupata dai mongoli, un contadino e sua moglie stavano camminando per una polverosa strada di campagna; un guerriero mongolo su un cavallo si fermò accanto a loro e disse al contadino di avere intenzione di violentare sua moglie, aggiungendo poi: «Ma dal momento che c’è un sacco di polvere sul terreno, devi reggere i miei testicoli mentre violento tua moglie, in modo che non si sporchino!» Dopo che il mongolo ebbe compiuto il misfatto e cavalcato via, il contadino iniziò a ridere e a saltare dalla gioia. Sua moglie, sorpresa, chiese: «Come puoi saltare dalla gioia quando sono stata appena violentata brutalmente davanti ai tuoi occhi?» Il contadino rispose: «Ma l’ho fregato! Le sue palle sono coperte di polvere!» Questa triste barzelletta rivela la situazione dei dissidenti: pensavano di stare sferrando dei seri colpi alla nomenklatura del partito, ma tutto quello che stavano facendo era sporcare leggermente i testicoli della nomenklatura, mentre l’élite dirigente continuava a violentare il popolo…
La sinistra critica odierna non si trova forse in una situazione simile? (Tra i nomi contemporanei per questa pratica consistente nell’insozzare appena leggermente coloro che detengono il potere, possiamo annoverare la «decostruzione», o la «protezione delle libertà individuali»). In un famoso scontro all’università di Salamanca nel 1936, Miguel de Unamuno lanciò una frecciata ai franchisti: «Venceréis, pero no convenceréis» («Vincerete, ma non convincerete»). È tutto qui quello che oggi la sinistra può dire al capitalismo globale trionfante? La sinistra è predestinata a continuare a giocare il ruolo di coloro che, al contrario, convincono ma nondimeno continuano a perdere (e sono particolarmente convincenti nello spiegare retroattivamente le ragioni del proprio fallimento)? Il nostro compito è scoprire come fare un passo in avanti. La nostra undicesima tesi dovrebbe essere: nelle nostre società, la sinistra critica finora è riuscita solo a sporcare coloro che stanno al potere, mentre il punto reale è castrarli.
— SLAVOJ ŽIŽEK Introduzione Le lezioni del primo decennio in Dalla tragedia alla farsa Ideologia della crisi e superamento del capitalismo
[...]————————————— Le mie lettere sono troppo dotte (epistole farcite) ma è per banalizzarle, per cifrarle meglio. E poi ad ogni modo, non so più a chi l’ho scritto una volta, le lettere sono sempre cartoline: né leggibili né illeggibili, aperte e radicalmente inintelligibili (salvo se ci si affida a dei criteri «linguistici», perfino grammaticali: per esempio quando dico «è bello che tu sia tornata» dedurne con certezza che scrivo a una donna; nel tuo caso, sarebbe rischioso come desumere il colore dei tuoi capelli) offerte a tutti i transfert dei collezionisti – e tutto ciò cattura immediatamente a causa degli stereotipi dietro i quali si immaginano favolosi racconti di viaggio, si specula su inverosimili o troppo verosimili romanzi familiari, con storie poliziesche, traffici commerciali, intrighi con cui è possibile ricomporre tutte le cartoline, e poi sono tutti morti, e poi a causa dei clichés la lettera subito vi si disperde o moltiplica, eco divisa da se stessa (alla fine consiste solo nel suo «proprio» supporto o quasi, e il supporto è già una riproduzione, che del resto, come ogni supporto, è assolutamente ideale e dunque può distruggersi senza restare), per il destinatario è perduta nell’istante stesso in cui si inscrive, la sua destinazione è immediatamente multipla, anonima, come pure il mittente, come dicono, e il destinatario, tu, mio amato angelo; e tuttavia visto che mi manchi, tu, solo tu adesso, ti piango e ti sorrido, qui, adesso, proprio qui. E dal momento che abbiamo già parlato, decisamente meglio, ben più a lungo di tutto questo, insieme alle mie lacrime sono ricordi che ti invio, l’essenziale rimanendo che ti invio, che ti tocco inviandoti alcunché, anche se non è niente, anche se non ha il benché minimo interesse. —————————————
— JACQUES DERRIDA La cartolina. Da Socrate a Freud e al di là [La carte postale. De Socrate à Freud et au-delà]
È andata così: una volta, quando frequentavo ancora medicina alla University of South California, mi capitava spesso di fare avanti e indietro in aereo dalla East Coast a Los Angeles. Durante le vacanze accademiche. Per sei volte ho aperto la porta beccandomi la stessa rossa patita dello yoga, nuda dalla vita in giù, seduta a gambe incrociate sulla tazza, che si limava le unghie con la striscia ruvida di una scatola di fiammiferi, come se stesse cercando di darsi fuoco, e con indosso soltanto una camicetta di seta legata sul seno, e per sei volte quella prima piega la testa e si guarda la cosina lentigginosa con intorno il boschetto arancio-lavori-in-corso, poi alza gli occhi grigio metallo verso di me, lentamente, e mi dice: «Qui dentro ci sono io» dice, «se non ti dispiace.» E per sei volte io le sbatto la porta in faccia.
— Chuck Palahniuk Soffocare
Lacan lasciava che lo si vedesse pensare. Eravamo un po’ guardoni di uno statu nascendi. Sempre Lacan improvvisava, iniziava la frase prima ancora di averne pensato la fine… si attorcigliava, lottava col proprio discorso, ci faceva insomma assistere a un parto di parola allo stesso tempo sciolto e travagliato. Lui diceva che nei seminari parlava non da analista ma da analizzante, insomma da paziente, e il pubblico era il suo Altro. La sua era una sorta di auto-analisi che bisognava, più che capire, interpretare.
— SERGIO BENVENUTO, ANTONIO LUCCI Lacan, oggi Sette conversazioni per capire Lacan
Di solito uno lavora su un autore per due ragioni opposte: o per celebrarne il culto, o per demolirlo. Ma abbiamo cercato di praticare con Lacan una terza via — la decostruzione. Perché solo decostruendo un pensiero lo si può, da un certo angolo, capire.
— SERGIO BENVENUTO ANTONIO LUCCI Lacan, oggi Sette conversazioni per capire Lacan
《Il mio ethos si formò quando a quindici anni fui incarcerato con l’accusa di aver colpito un poliziotto con un calcinaccio durante una rivolta studentesca: un incidente con strane ramificazioni, dato che il ministro dell’Interno che firmò l’ordine di soffocare la rivolta era mio nonno. Uno dei dimostranti fu ucciso da un poliziotto che, dopo essere stato colpito alla testa da una pietra, si agitò e iniziò a sparare a caso contro di noi. Io ero al centro della rivolta e quando fui catturato provai una grande soddisfazione, al contrario dei miei amici che avevano paura della prigione e dei genitori. Spaventammo il governo a tal punto che ci fu concessa l’amnistia.
C’erano vantaggi evidenti nel mostrare di essere in grado di agire in base alle proprie convinzioni, senza accettare compromessi per timore di «offendere» o dare fastidio agli altri. Ero in collera e non mi interessava quello che pensavano i miei genitori (e mio nonno). Questo li portò ad avere paura di me, quindi non potevo dare segni di debolezza e tanto meno fare marcia indietro. Se invece di ribellarmi apertamente avessi nascosto la mia partecipazione alla rivolta (come fecero molti miei amici) e fossi stato scoperto, sono certo che sarei stato trattato come una pecora nera. Una cosa è mostrare un atteggiamento superficialmente ribelle all’autorità vestendosi in modo anticonformista (utilizzando quelli che gli scienziati e gli economisti chiamano «segnali deboli»), un’altra è mostrare la volontà di mettere in pratica le proprie idee.
Il mio zio paterno non era tanto infastidito dalle mie idee politiche (che vanno e vengono), quanto dal fatto che le usassi come pretesto per vestirmi in modo trasandato. Per lui l’ineleganza di un membro della famiglia era un’offesa mortale. * Dalla notizia del mio arresto trassi un altro importante beneficio: potei evitare di utilizzare i soliti segnali esteriori di ribellione adolescenziale. Scoprii che è molto più efficace comportarsi bene e in modo «ragionevole» se si mostra di voler andare al di là delle parole. Potete permettervi di essere compassionevoli, indulgenti e gentili se una volta ogni tanto, quando gli altri meno se l’aspettano ma la situazione lo giustifica, fate causa a qualcuno o attaccate con violenza un nemico solo per far vedere che siete capaci di arrivare fino in fondo.》
— Nassim Nicholas Taleb Il cigno nero. Come l'improbabile governa la nostra vita
La separazione degli aspetti affettivi dalle percezioni somatiche difende l’individuo da una tensione mentale intollerabile e gli consente di conservare un’impressione di normalità e autosufficienza tramite lo sviluppo di un falso Sé, la cui caratteristica principale è appunto un’attività di pensiero apparentemente normale e razionale, ma non integrata sufficientemente con le esperienze emotive e corporee. Si tratta di bambini che si comportano da piccoli adulti e suscitano l’approvazione di genitori e insegnanti, perché fanno quello che si dice loro senza dare problemi. In realtà più che imparare le cose imitano i grandi, senza riuscire a vivere in modo autentico la propria età. Lo dimostra il fatto che hanno difficoltà a farsi delle vere amicizie e a giocare. Questa condizione favorisce, come abbiamo detto, l’instaurarsi di disturbi fisici sia funzionali che organici. Il falso Sé, inoltre, limiterà l’individuo nella propria capacità di vivere relazioni affettive e di sviluppare interessi veramente autentici e si rivelerà inadeguato nei momenti della vita in cui dovrà affrontare impegni e difficoltà che richiedono maggiore maturità ed equilibrio (come iniziare a lavorare, diventare genitore, oppure affrontare malattie o lutti significativi). In questi momenti critici è frequente che si manifestino degli scompensi psichici o fisici anche gravi.
GIANCARLO TROMBINI, FRANCO BALDONI Disturbi psicosomatici
Gran parte dell’interesse per le fiabe da parte dei bambini deriva dal loro bisogno di ancorare a esempi prototipici questo tipo di progetto cognitivo, che è lo spontaneo progetto di costruzione di un’etica.
Giovanni Jervis Prime lezioni di psicologia
Anche quando non è ingenua né rozza, la psicologia «comune», o non specialistica, è introspettiva e intuitiva piuttosto che scientifica. A volte, inoltre, preferisce le idee tradizionali a quelle proprie dei nostri giorni. Per esempio, utilizza volentieri alcuni termini che fanno parte della tradizione filosofico-letteraria, ma che sono pian piano scomparsi — non senza buoni motivi — dal vocabolario della psicologia moderna come «passioni», «volontà», «istinti». Oppure, se si interessa alla psicoanalisi, predilige alcune delle sue nozioni più suggestive, anche se ormai non sono molto accreditate dagli studiosi di oggi. Altre volte, questa psicologia «di tutti» si lega a temi morali. Volentieri, per esempio, parla di colpe. Anche il termine «volontà», del resto, ha una connotazione moralistico-esortativa: «metti in moto la volontà», «non hai abbastanza volontà», «con la volontà si risolve tutto», e così via; e va notato che al di fuori di questo uso, già di per sé di dubbia efficacia, quella parola significa molto meno di quel che può sembrare a prima vista. Infine, la psicologia del non-specialista dà volentieri per scontato un presupposto che, talvolta, suscita un po’ di irritazione negli psicologi di mestiere: e cioè che la psicologia stessa non sia mai, al fondo, una disciplina veramente tecnica, e dunque non contenga, al suo interno, settori che vanno appresi con studio paziente. Ogni anno che passa, però, questa psicologia del senso comune, o intuitivo-introspettiva, somiglia sempre meno alla psicologia degli esperti. Il motivo è che le teorie psicologiche più serie e fondate, con lo scorrere del tempo, sono diventate sempre meno dipendenti dall’introspezione e dall’intuizione, e sempre più legate a metodi sistematici di ricerca. [...]
[...]
Aggiungiamo un’ulteriore osservazione. Si ha a volte l’impressione — anche se è difficile documentarlo — che dal canto suo la psicologia «di tutti» si sia andata impastando, e proprio in anni recenti, con semplificazioni e metafore tanto più seducenti e orecchiabili quanto, man mano, sempre meno precise. La popolarizzazione della psicoanalisi freudiana, iniziatasi intorno agli anni ’40 del ventesimo secolo, e poi, in decenni più vicini a noi, la popolarizzazione di altri settori della psicologia, come la psicologia infantile o la psichiatria, hanno cambiato l’immagine corrente di queste discipline. I modi di intendere la psicologia che leggiamo nei rotocalchi e in taluni libri di seducente lettura tendono troppo a semplificare le cose. Una impressione di banalità, o di piattezza, risulta non soltanto al confronto con le complessità «tecniche» della psicologia di oggi, ma anche al confronto con alcune fra le migliori idee di ieri. Gli orientamenti originari di Freud, per esempio, e quindi della psicoanalisi nella sua genesi, erano improntati a un forte spirito critico e a una visione duramente realistica della natura umana; eppure con il passare dei decenni l’immagine divulgata della psicoanalisi è divenuta, oltre che semplificante, anche incoraggiante, un po’ «benpensante» e talora persino — se Freud lo sapesse si rivolterebbe nella tomba — a impronta spiritualista. Analoghe considerazioni valgono per altri importanti settori della psicologia, come quello dell’infanzia o quello relativo ai problemi di convivenza sociale. Anche in questi campi il mercato della media cultura ha accettato di semplificare i problemi in gioco; ma sui risultati c’è da esprimere qualche riserva. Argomenti complessi sono stati sospinti verso terreni dove le allusioni suggestive, emotive e sentimentali appaiono più convincenti dei discorsi lucidi, cauti e informati. Questa «psicologia delle buone intenzioni», così tipica dei giornali e di tanti libri divulgativi, ha poco a che fare con ciò di cui si occupano in tutto il mondo quegli studiosi — e non sono pochi — che considerano la psicologia una scienza. [...]
Giovanni Jervis Prime lezioni di psicologia
La seconda particolarità della psicologia è che lo psicologo dialoga sempre con persone che, per quanto possano dichiararsi incompetenti, hanno già molte idee sull’argomento. Infatti, chiunque è costretto a essere un po’ psicologo giorno per giorno; e nessuno, invece, è allo stesso modo chimico, biologo, filologo o astronomo. Per esempio, ognuno deve imparare a valutare le persone senza fare troppi errori; e in questo si appoggia a una serie di propri criteri. [...] Oppure, ognuno è costretto a essere psicologo nel valutare i propri stati d’animo; per esempio si chiede: stamattina mi sento giù; sarò depresso? sarà la pressione bassa? Su problemi come questi noi tutti ci fabbrichiamo idee e teorie.
Giovanni Jervis Prime lezioni di psicologia
«Apollo fu il primo a uccidere mostri; poi Cadmo, Perseo, Bellerofonte, Eracle, Giasone, Teseo. Alla serie degli uccisori di mostri risponde la serie delle traditrici: Ipermnestra, Ipsipile, Medea, Arianna, Antiope, Elena, Antigone. Queste donne non hanno un dio come capostipite, ma una sacerdotessa: Io, che tradisce la sua dea, Hera, nel cui santuario viveva, «custode delle chiavi». «Io ci mostra il risveglio della donna dal lungo sonno di un’infanzia mai turbata, di una felicità inconsapevole, ma perfetta, all’amore torturante, che per sempre sarà la voluttà e la pena al tempo stesso della sua vita. La divinità di Zeus l’ha abbagliata». Il gesto eroico della donna è il tradimento: la sua efficacia sugli eventi non è minore di quella dell’uccisione dei mostri. [...] Gli effetti del tradimento femminile sono forse più sottili e meno immediati, ma non meno devastanti. [...] E, anche come opera civilizzatrice, il tradimento femminile non è meno efficace dell’uccisione dei mostri. Il mostro è un antagonista vinto in un duello; la traditrice sopprime, nel tradimento, la propria origine, distacca la propria vita dal suo contesto naturale. [...] Come una spirale, il tradimento femminile si avvolge su se stesso, rinnega continuamente ciò che è dato. Non è la negazione che agisce nello scontro frontale e mortale, ma la negazione che è un lento scindersi da se stessi, opporsi a se stessi, annullarsi in un gioco che può esaltare o distruggere, e generalmente esalta e distrugge. L’uccisione dei mostri e il tradimento femminile sono due modi di agire della negazione. Il primo sgombra uno spazio, lascia un vuoto evocatore là dove era un troppo pieno, folto di teste e di tentacoli, un arabesco di squame. Il tradimento femminile non muta gli elementi dello spazio, ma li ridispone. Certi pezzi sulla scacchiera invertono il loro potere. Il bianco colpisce il bianco. Il nero colpisce il nero. È un effetto di confusione, innanzitutto, di sconcerto. I ruoli per la prima volta si rovesciano. Ed è sempre una donna a rovesciarli. C’è un’ottusità dell’eroe che lo obbliga sempre a seguire una sola traccia. Perciò l’eroe ha bisogno di un completamento, di un altro modo della negazione. La donna traditrice completa l’opera dell’eroe: la porta a compimento e la estingue. Ciò avviene in accordo con l’eroe. Fa parte dell’opera civilizzatrice dell’eroe sopprimere se stesso. Perché l’eroe è mostruoso. Subito dopo i mostri, muoiono gli eroi.»
— Roberto Calasso Le nozze di Cadmo e Armonia
La seconda edizione del volume, Malattia mentale e psicologia, si allontana invece dalla prospettiva materialista e rifiuta di considerare la patologia come un prodotto oggettivo dell’alienazione. Fra le determinazioni del contesto sociale e le reazioni psichiche dell’individuo, sostiene ora Foucault, non c’è un rapporto di dipendenza diretta, ma una relazione molto più stratificata. L’epoca delle rivoluzioni borghesi ha lasciato sul campo tutto un insieme di pratiche, saperi, comportamenti quotidiani e opzioni ideali, che si difendono dalla possibilità di considerare la follia come una «struttura globale» e la rinchiudono nella dimensione dell’interiorità, facendone l’effetto di un turbamento del cuore o dell’anima da sottoporre a un regime di investimenti morali e di conoscenze positive (MMP”, 84-85). L’homo psychologicus è nato in questo passaggio storico, fra Sette e Ottocento, sorgendo dalle ceneri dell’uomo concreto tramite un processo di alienazione molto più profondo e decisivo: quello che ha smesso di porre un’etica alla base dell’uso della ragione e l’ha trasformata, invece, in una sostanza, in un “fatto” della natura, o meglio nella “verità” stessa della natura umana. La psicologia, prodotto estremo di questa modificazione storica, non è in fondo che una «pellicola» posta «alla superficie del mondo etico»: una copertura sottile, ma potentissima, grazie alla quale il rapporto con l’Altro e con l’Insensato è stato privato di ogni funzione esistenziale ed è stato ridotto a una dimensione della patologia individuale (MPP”, 100).
– Stefano Catucci Introduzione a Foucault